“L’allenamento del sole e dell’acciaio era dunque un’attività in grado di produrre quel genere di scultura fluida, e poiché il corpo così plasmato apparteneva strettamente alla vita, tutto il suo valore doveva essere riposto in ogni attimo di quello splendore. Perciò la scultura che rappresenta il corpo umano celebra con marmo imperituro l’essenza effimera della carne. Ne consegue che appena oltre, un attimo dopo, preme già la morte.
Se in un corpo la solennità e la dignità risiedono unicamente nell’elemento mortale latente in esso, la scorciatoia per raggiungerlo doveva condurre segretamente allo spazio che sta dietro alla sofferenza e alla sua accettazione, allo spazio che sta dietro al perdurare della coscienza quale prova inconfutabile della vita.
Se anelavo a ogni costo alla lotta, nel campo dell’arte dovevo difendere la fortezza, fuori dal campo dell’arte dovevo lanciarmi all’assalto. Era necessario che nell’arte fossi un valido difensore e al di fuori dell’arte un audace guerriero […] A mano a mano che incominciavo ad apprendere dal sole e dall’acciaio il segreto per modellare le parole con il corpo e non soltanto il corpo con le parole, i due poli cominciavano nel mio intimo a mantenersi in equilibrio, e ad una corrente continua si sostituì una corrente alternata […] Fare coesistere in se stessi questi poli opposti, l’equilibrio e la contraddizione sempre in conflitto, era il mio concetto di unione della letteratura e dell’arte marziale.”
Intervista a Federico Goglio, autore, insieme a Massimiliano Longo, del fumetto Yukio Mishima. Ultimo samurai (Ferrogallico), che ha vinto il premio Acqui Edito e Inedito (il premio di Acqui Storia dedicato alle graphic novel).
“Ma come il fiore reciso che io scelsi tra mille per te, il più bello è il giovane che prima cade sul prato, per dimostrare che vivere non ha senso senza il morire, ripercorrendo il sostanziale sacrificio degli eroi…”. Così Federico Goglio, in arte Skoll, nella sua canzone dedicata a Mishima. Pochi versi, densi, che raccontano la vita del grande scrittore giapponese che si uccise con il Seppuku il 25 novembre del 1970. Ma non solo: Goglio ha scritto anche un fumetto, illustrato da Massimiliano Longo, intitolato Yukio Mishima. Ultimo samurai (Ferrogallico), che ha vinto il premio Acqui Edito e Inedito (il premio di Acqui Storia dedicato alle graphic novel). Lo abbiamo intervistato.
Perché la figura di Mishima ti ha affascinato?
Mishima è stato uno degli scrittori giapponesi più conosciuti del suo tempo in un’epoca di grandi cambiamenti sia culturali che economici. Nel suo ultimo decennio di vita, ha vissuto una costante, ma solo apparente e formale, contraddizione: da un lato si è fatto letteralmente scudo – ancor prima che spada – degli antichi valori di un Giappone perduto, sconfitto e travolto dalla dilagante modernità materialista e globalista; dall’altro ha abbracciato e cavalcato forme e strumenti tipici di quella cultura americana che avrebbe individuato come uno dei mali del Giappone. Erano forme, solo forme, che utilizzò e cavalcò per meglio diffondere quello che si potrebbe definire un tentativo di restaurazione culturale. I piani, però, erano scivolosi… Sottolineava di essere rimasto l’ultimo scrittore giapponese a scrivere romanzi in un linguaggio iper-classico ma non disegnava di recitare negli yakuza movie; componeva opere di rigoroso teatro tradizionale e si faceva protagonista di improbabili pose in moderni set fotografici; alternava parate ed esercitazioni militari con il suo Tate-no-kai (l’Associazione degli Scudi, corpo paramilitare nazionalista ed esplicitamente anti-comunista fondato da Mishima nel 1968) alle serate di gala nei ristoranti alla moda o negli ambienti della sua lussuosa villa in stile liberty di Tokyo. In un certo senso fu una vera e propria rockstar, un’icona e – nel capire così in anticipo la forza dell’immagine e delle immagini – un influencer ante litteram…
Mishima è morto nel 1970 e, almeno anagraficamente, è una figura lontana da noi. Perché parlarne ancora?
In un certo senso, per certi aspetti, la società in cui viviamo mette radici proprio nel periodo in cui Mishima sconvolge il Giappone. Mi riferisco ai movimenti del ’68 e a quel mondialismo che ne deriva e che, anni dopo, dilagherà sfruttando la famelica rivoluzione planetaria di internet. Mishima combatte il mondialismo – globalizzazione in grembo alla sinistra sessantottina – e il materialismo “occidentale” di derivazione americana. Due tendenze che finiscono per fondersi in un’unica, nuova ideologia della quale riusciamo a misurare, oggi, la portata. Mishima combatte esplicitamente, dichiaratamente, i semi e i primi germogli di quel cambiamento. È di attualità, perché vive alle origini del nostro tempo.
“La vita umana è breve ma io vorrei vivere in eterno”. Così scriveva Mishima. L’ultimo samurai è davvero riuscito nella sua impresa?
Negli anni 60, in Giappone si parlava molto di Yukio Mishima e delle sue posizioni “eccentriche”. Quasi si ironizzava sul suo Tate-no-kai, sui suoi continui e molto variegati riferimenti alla morte (nei romanzi, nei film, nei servizi fotografici), sugli eccessivi richiami all’epoca antica dei samurai, sulla riscoperta di un’epica della nazione da contrapporre alla monotonia della società-fabbrica. Dopo il seppuku del 1970, nessuno ironizzò più. Mishima aveva chiuso il cerchio, dimostrando che in quegli ultimi dieci anni non aveva messo in scena una fiction, recitato una parte o costruito semplicemente un’immagine provocatoria. Pochi avevano voluto prenderlo sul serio, ignorandone un percorso lineare, sofferto ma nitido.
Con il fumetto su Mishima hai appena vinto il premio Acqui Edito e Inedito di quest’anno (il premio di Acqui Storia dedicato alle graphic novel). Cosa hai pensato di fronte a questa notizia?
Una grande gioia. Per me e per Massimiliano ricevere un riconoscimento così prestigioso – del tutto inaspettato – è un punto di arrivo. È il riconoscimento di un lavoro davvero lunghissimo, di uno studio appassionato. Vincere proprio con un libro su Yukio Mishima…
Il Giappone è ormai lanciato verso la modernità: il sacrificio di Mishima è stato inutile?
Io credo, sinceramente, che non esista mai un sacrificio inutile. In questo preciso momento – ma solo perché è la prima cosa che mi viene in mente tra un’infinità di esempi possibili – non staremmo nemmeno parlando di lui se non ci fosse stato il seppuku del 1970. Mishima, al di là di questo, non lottò contro la modernità “dei treni o delle automobili”… tutt’altro. Lottò contro le forze orizzontali, contro l’appiattimento materialista, contro il soffocamento della naturale esigenza degli esseri umani – una vera e propria vocazione della nostra specie – alla dimensione spirituale. Gli uomini sono fatti di materia e spirito. Oggi soffochiamo lo spirito. Il sacrificio di Mishima è la predominanza opposta. Certamente estrema, plateale, forse fin troppo ostentata… ma “utile” – nel riprendere la domanda – a tenerci nel giusto equilibrio tra i due opposti, a bilanciare le cose, a dimostrare che oggi noi dobbiamo – non solo possiamo – stare nel mezzo.
Mishima, l’ultimo samurai: così si sacrificò per il Giappone
“Il termine cristo”, fece sapere agli astanti, sforzando la voce, “non è un nome o cognome personale: è un titolo comune, per designare l’uomo che trasmette agli altri la parola di Dio, o della coscienza totale che significa proprio lo stesso. Quel Cristo là si nominava, secondo i documenti, Gesù di Nazaret, pero altre volte, attraverso i tempi, il cristo si è presentato sotto diversi nomi, di maschio, o di femmina — lui non bada al genere — e di pelle chiara o scura — lui si mette il primo colore che càpita — e in oriente e in occidente e in tutti i climi — e ha parlato in tutte le lingue di Babele — sempre tornando a ripetere la stessa parola! Difatti, solo da quella si riconosce il cristo: dalla parola! che è solo una sempre la stessa: quella là! E lui l’ha detta e ridetta e tornata a ridire, oralmente e per iscritto, e da sopra la montagna e da dentro le gattabuie e… e dai manicomii… e departùt… Il cristo non bada alla località, né all’ora storica, e né alle tecniche del massacro… Già. Siccome lo scandalo era necessario, lui si è fatto massacrare oscenamente, con tutti i mezzi disponibili — quando si tratta di massacrare i cristi, non si risparmia sui mezzi… Ma l’offesa suprema che gli hanno fatta, è stata la parodia del pianto! Generazioni di cristiani e di rivoluzionari — tutti quanti complici! — hanno seguitato a frignare sul suo corpo — e intanto, della sua parola, ne facevano merda!”
Oggi giorno la parola medianitàè a molti conosciuta.
Probabilmente se ne è sentito già parlare in televisione, se ne è letto su internet o in qualche libro oppure ci si è imbattuti in qualche discorso sull’al di là dove si è sentito che vi sono individui in grado di comunicare con le persone defunte.
Quasi certamente però a non tutti è chiaro come avvenga questa comunicazione e che differenze vi possano essere tra i vari gradi o tipi di medianità esistenti, e quando essa è una pratica da evitare o invece può diventare strumento di aiuto e di crescita.
Spesso è condannata come una pratica negativa, altre volte è definita come un’impostura, frutto di trucchi ai danni delle persone in cerca di risposte; a volte è una pratica abusata, mentre altre volte è manifestazione di una Volontà di Legge Superiore, e sarà questo il caso che sta a noi più a cuore capire, perché più utile alla nostra crescita spirituale.
Vediamo dunque di fare un po’ di chiarezza.
La parola “medianità” è legata alla parola medium, che significa mezzo.
Il medium è colui che fa da tramite tra le entità disincarnate e il nostro mondo fisico, è colui che permette, attraverso questo dono che ha ricevuto, di mettersi in contatto con quello che noi chiamiamo comunemente l’al di là.
I fenomeni medianici possono essere diversi e molteplici. Non è interesse di questo articolo né elencare i diversi tipi di manifestazioni che si possono verificare né nemmeno fare una panoramica storica sulla medianità.
Per lo scopo di questo articolo quello che voglio sottolineare è la distinzione netta tra la medianità ad effetti fisici tipica dello spiritismo, e la medianità ultrafanica di ben altra potenzialità e levatura, che sfocia nello spiritualismo.
La prima grande differenza tra le due è che nella medianità a effetti fisici l’entità spirituale incorpora il corpo fisico del medium, e dove le entità che si manifestano provengono da bassi piani spirituali, da bassi piani di esistenza.
Nella medianità di tipo di tipo “cerebrale”,medianità concettuale come l’ultrafania, invece, non vi è alcuna incorporazione.
Ultrafania significa, letterariamente, manifestazione di Luce dall’Oltre, (Ultra= Oltre, Fania=Luce), ed è una fenomenologia di elevate correnti intellettuali-spirituali, chiamate noúri , di cui parleremo più dettagliatamente nei prossimi articoli.
Attraverso la ghiandola pineale vengono captate queste correnti di pensiero e ritrasmesse per mezzo della parola o della scrittura.
Che cos’è e cosa succede durante la trance medianica?
La trance è rappresentata dallo stato di sonno medianico in cui cade il soggetto prescelto per svolgere quel determinato compito.
Nella medianità più comune, Il mezzo, medium, funge da strumento incosciente, da “macchina” in quanto privato temporaneamente di volontà durante la trance, questo sia nella medianità ad effetti fisici che in quella ultrafanica.
Il medium ha il suo io al di fuori del suo corpo, (a volte ritto, a volte accovacciato alla destra del suo corpo fisico); Il soggetto prosegue in tutti i suoi movimenti biologici e fisici, mentre il movimento mentale rimane completamente a disposizione dell’Entità che ha provocato la Trance e che la guida.
L’ipersensitivo ultrafanico riceve la comunicazione grazie alla capacità ricettiva di una ghiandola posta nel nostro cervello, la ghiandola pineale o epifisi.
Attraverso la ghiandola pineale vengono captate queste correnti di pensiero e ritrasmesse per mezzo della parola o della scrittura. Anche sulla ghiandola pineale tratteremo un articolo di approfondimento, per ora ci basta sapere che è la nostra antenna ricettiva.
Esiste tuttavia un’altra forma di medianità meno conosciuta, che definiremo medianità ispirativa-intuitiva, in cui la ricezione del messaggio dell’entità spirituale avviene in modo cosciente, quindi senza abbandono del proprio corpo fisico, sempre per mezzo dell’epifisi.
In questo tipo di contatto medianico, il medium registra le correnti di pensiero che a lui giungono in modo del tutto consapevole. Ne abbiamo il suo massimo esponente in Pietro Ubaldi, ipersensitivo di sommo grado, di cui avremo modo di trattare in un articolo a lui dedicato.
Quello che ora ci interessa portare a casa è che esiste una forma di medianità, quella ultrafanica appunto, in cui sono canalizzate alte correnti di pensiero spirituali, che provengono da piani di esistenza per noi inconcepibili.
Piani di esistenza in cui vivono Esseri Spirituali in piena Potenza e Conoscenza che ci hanno donato e donano, in accordo alla Volontà di Dio, quegli insegnamenti indispensabili al nostro risveglio spirituale e al nostro cammino di crescita interiore, e che nulla hanno a che fare con i “comuni” fenomeni spiritici.
Se un terapeuta non ha davvero a cuore il proprio paziente, non può essergli veramente d’aiuto. Un terapeuta che non ha fatto e continua a fare un profondo lavoro su di sé, non può essergli davvero d’aiuto. Il paziente sceglie te, tu terapeuta scegli il paziente per un percorso di relazione che prima di tutto deve essere di cuore. Gli inconsci si scelgono. Il terapeuta ti guarderà con gli occhi forti di un padre (il maschile) e con gli occhi dolci e accoglienti di una madre (il suo femminile) e solo così permetterà a quel Bambino, che non ha ricevuto all’epoca questo nutrimento, di riparare, di ristrutturare, di guardarsi con occhi nuovi. Gli occhi di una madre e di un padre che lo vedono davvero in tutta la sua bellezza… Sempre con amore.
a cura di Associazione Internazionale SOL COSMICUS
“Ci sarà in una delle prossime generazioni un metodo farmacologico per far amare alle persone la loro condizione di servi e quindi produrre dittature, come dire, senza lacrime; una sorta di campo di concentramento indolore per intere società in cui le persone saranno private di fatto delle loro libertà, ma ne saranno piuttosto felici, in quanto verranno sviati dalla volontà di ribellarsi per mezzo della propaganda o del lavaggio del cervello….
Hanno insozzato fiumi, sterminato gli animali selvaggi, distrutto foreste, gettato l’humus del suolo nel mare, arso un oceano di petrolio, dissipato minerali la cui formazione aveva richiesto tutta un’era geologica. Un’orgia di imbecillità criminale. E l’hanno chiamato progresso.
La dittatura perfetta avrebbe le apparenze della democrazia,
una prigione senza muri da dove i prigionieri non si sognerebbero di evadere.Un sistema di schiavitù dove, grazie al sistema di consumo e intrattenimento, gli schiavi ameranno la loro servitù
Viviamo nell’Età del Rumore; rumore fisico, rumore mentale e rumore di desiderio. Tutte le risorse della nostra tecnologia concorrono a render più efficace l’attuale assalto al silenzio. La radio non è altro che un canale attraverso il quale un frastuono prefabbricato può entrare a fiotti nelle nostre case. E naturalmente questo frastuono va molto più in la dei timpani. Pervade la mente, riempiendola di una babele di distrazioni: notizie di cronaca, informazioni spezzettate e sconnesse, frammenti di musica rumorosa o sentimentale, dosi continuamente ripetute di drammi senza catarsi, che creano semplicemente un desiderio di clisteri emotivi giornalieri o perfino orari.
Tutto il materiale pubblicitario, parlato o stampato, diffuso per le vie dell’etere o su carta, ha un solo scopo: impedire alla volontà di conquistare il silenzio. La mancanza di desideri è la condizione della liberazione e dell’illuminazione. La condizione di un sistema di produzione industriale in espansione e soggetta al progresso tecnologico è una bramosia universale. La pubblicità è lo sforzo organizzato di estendere e intensificare la bramosia, cioè di estendere e intensificare le operazioni di quella forza che è la causa principale di sofferenza e di male ed è il più grosso ostacolo che s’interponga tra l’anima umana e il suo divino fondamento.”
La ghiandola pineale è uno dei più grandi segreti che ci viene nascosto. Il segreto non è che la ghiandola esiste, il segreto è la sua funzione. Agli studenti di medicina viene detto che è un organo scartato, ma non lo è. La ghiandola pineale è il nostro terzo occhio, è l’organo attraverso il quale sogniamo e immaginiamo qualcosa, e quando è attivata, è anche l’organo che ci collega ad altre dimensioni della realtà, h.: ci permette di vedere esseri di altre dimensioni e oltre di andare in viaggio astrale (lasciando il nostro corpo fisico per viaggiare con il nostro corpo eterico), sviluppare abilità psichiche come la chiaroveggenza o la telepatia e anche la capacità di viaggiare nel tempo per viaggiare…. Il tempio per raggiungere la connessione divina è dentro ognuno di noi…. La ghiandola pineale (conosciuta anche come ananas) ha molti significati. Per la religione cattolica è il potere di Dio. In Massoneria è la visione del Ciclope. Nella tradizione egizia è chiamato l’occhio di Horus, anche nella geometria sacra vediamo che l’occhio di Horus corrisponde esattamente a tutte le trame del cervello, e nel mondo asiatico come il terzo occhio o centro di chiaroveggenza e intuizione. Nella terminologia dell’inaugurazione, è conosciuta come la ′′ porta del cielo ′′ e anche il filosofo francese Cartesio ha suggerito che la ghiandola pineale è ciò che collega o contiene il corpo all’anima. L’ha definita come la ′′ sede dell’anima ′′ perché secondo lui la ghiandola pineale non è presente nel corpo da entrambi i lati. Cartesio credeva (falsamente) che fosse riservato esclusivamente all’uomo. L’ormone melatonina prodotto dalla ghiandola pineale, la cui carenza porta all’insonnia e alla depressione, è contenuto in alcuni alimenti come avena, mais, pomodori, patate, noci, riso e ciliegie. Negli antichi templi dei Sumeri e dei Babilonesi c’era un culto della ghiandola pineale e anche in Vaticano si può vedere una statua a forma di ananas o ghiandola pineale, che viene portata anche dai papi, e ci sono geroglifici sulle pareti delle piramidi. La ghiandola pineale separa una sostanza chiamata DMT (dimetiltriptamina), alias la molecola spirituale, che viene rilasciata durante la fase rapida del movimento degli occhi, quindi quando sogniamo è responsabile della visualizzazione delle immagini in un sogno. Se non c’è luce, la ghiandola pineale produce melatonina dalla serotonina. Questo è coinvolto nella regolazione dei cicli di veglia e sonno e serve a contrastare gli effetti della sindrome da fuso orario. La DMT è così potente che può trasportare la coscienza umana attraverso viaggi nel tempo e tra le dimensioni. Una grande quantità di DMT viene prodotta nell’immediato stato di pre-morte, per cui le viene attribuita la capacità di entrare in dimensioni superiori di coscienza. Raggiunge condizioni mistiche o interdimensionali ed è il più forte composto allucinogeno o entheogenico trovato in natura. Tutte le piante e gli animali (in concentrazioni variabili) hanno un effetto profondo sulla coscienza).
Per parlare seriamente di pace, oggi, nel 2022, bisognerebbe prima riflettere un po’ meglio sul concetto di guerra. A meno che non si voglia continuare a fare finta di amare la pace, come tutti i guerrafondai della storia, da Stalin, padre della pace appunto, a Biden, da Napoleone a Putin, fino ai nostri imbarazzanti epigoni: Letta, Meloni, Draghi, Mattarella &Co… La riflessione marxista, socialista e comunista, aveva almeno compreso che il sistema della guerra possiede cause più profonde di quelle normalmente confessate, motivazioni legate alle dinamiche interne dello sviluppo capitalistico. Per cui i teorici del movimento operaio avevano sostenuto che non ci potesse essere alcuna pace in un sistema basato sullo sfruttamento dei poveri, sulle industrie delle armi, e sull’imperialismo colonialistico. Ma oggi noi dovremmo andare molto più in profondità, e comprendere che il sistema della guerra non ha solo radici sociali, ma ancor prima ha radici mentali, esistenziali, psichiche. Il sistema della guerra è cioè un ordinamento psico-cosmico che scaturisce dalla nostra anima ferita, malata, spaccata in due, e quindi di per sé dualistica e BELLICA. Lottare perciò per la pace, oggi, senza parlare esplicitamente delle sorgenti interiori del sistema della guerra, e delle modalità e delle pratiche atte ad indebolirlo, è pura retorica, o peggio vergognosa e ormai per davvero insopportabile mistificazione. Perciò quando fondammo i nostri Gruppi sostenevamo che Darsi pace fosse il più potente e urgente motto rivoluzionario del XXI secolo. Darsi pace è infatti un movimento che scaturisce dalle più intime profondità del nostro cuore per dilatarsi a cerchi concentrici verso tutte le aree dell’esistenza e della convivenza sociale. Darsi pace è cioè un programma rivoluzionario di nuovo tipo, che unifica spiritualità e politica, ridonando ad entrambe queste dimensioni la loro spinta comune a contestare questo mondo/sistema della Guerra, smascherandone gli infiniti rappresentanti, a partire da quelli che per di più si definiscono pure “pacifisti”. Dobbiamo lavorare per aggregare le tantissime persone che stanno incominciando ad intuire queste cose, e che già vivono nelle pagine future della nostra storia.
Sta male chi pensa di dover difendere la verità perché, in fondo, non sa che cosa è la verità o, per lo meno, la scambia con l’accozzaglia di associazioni mentali personali, pregne di impressioni provenienti dall’astrale basso che crede attività spirituale o pensare.
L’errore è confermato dalla lampante determinazione e convinzione di dover correggere gli altri senza amore, né compassione o servizio, ma con giudizio spietato. Pieni di condizionamenti e senza disciplina interiore.
Leggo di chi tiene la posizione sull’eliminazione del sentire al fine di conquistare un’oggettività pura di pensiero.
Ecco dove sta l’inganno di comprensione. Dovremmo diventare come le macchine?
Ergo, certi che si credono spirituali, sono invece arimanicamente radicati nel regno della quantità e del tutto disarmonici.
Non il sentimento deve essere escluso ma il sentimentalismo! – che passa dalla purificazione del sentire e non dalla sua eliminazione.
L’intelletto senza attività del sentimento è esattamente come la scienza moderna: sterile ammasso di nozioni intellettuali senza vivente comprensione della vita, priva di vivificazione del suo stesso contenuto.
Parliamo della emozione superiore, però, che è quella che permette l’intuizione.
Perché accade questo?
Perché la purificazione del sentire fa più paura, ed è più difficile, della purificazione dell’intelletto, allorché passa dalla gestione dell’istinto! Che è proprio il piombo, la materia grezza, il catrame dell’anima senziente. Ci si deve sporcare fino al midollo per poi lavarsi!
E questo non è da tutti!
Se non attraverso la sublimazione del sentire, come si supera il razionalismo?