di Patrul Rinpoche
Non valuto le posizioni alte, mi piacciono quelle basse.
Se sono importante, il mio orgoglio e la mia gelosia aumentano;
Se sono umile, mi rilasso e la mia pratica spirituale cresce.
Il posto più basso è la poltrona dei saggi.

di Alexander Dugin
Quindi, c’è solo un’egemonia. L’egemonia è il capitalismo, la moderna società capitalista occidentale. Ma il capitalismo non si trasforma immediatamente in egemonia. Cosa la trasforma in egemonia? La logica interna dell’egemonia stessa.
Il capitalismo entra nella fase dell’egemonia ad una certa pietra miliare, quando l’universale, che è nella sua stessa struttura, inizia a prevalere sulle singole questioni nazionali. L’egemonia è una sola, è universale e sorge attraverso tutte le sfere della vita. Diventando esplicito, inizia ad abolire gli stati-nazione e a sottometterli completamente.
Quello che abbiamo visto nella globalizzazione degli anni ’90, che Gramsci non ha vissuto per vedere, era un mondo unipolare che ha iniziato a prendere forma, e c’è egemonia. L’egemonia non diventò subito se stessa, fu sempre racchiusa nel capitalismo, nella sua lotta all’universalizzazione. Ma il capitalismo raggiunse la scena globalista in un certo periodo storico, quando il dominio dell’Occidente capitalista su tutte le altre alternative divenne esplicito e storicamente affermato. Quello fu il momento in cui l’egemonia divenne se stessa.
Pertanto, le idee di Gramsci si acuirono veramente proprio dopo il crollo dell’Unione Sovietica, con cui tutti si convinsero che il concetto di egemonia fosse il concetto più efficace. Descrivendo l’egemonia, stava descrivendo il mondo degli anni ’90: un’era di egemonia, un mondo unipolare dove democrazia politica liberale, economia capitalista, sistemi politici del parlamentarismo elettorale, cultura tecnocentrica, libertà di aprire reti – tutti questi iniziarono a penetrare in ogni società.
L’egemonia è un additivo ammuffito che si diffonde attraverso i media, Internet, prestiti bancari, istruzione, scuola, famiglia, attraverso tutte le forme di connessione; attraverso la ristorazione, la guardando film, partecipando al processo politico moderno. Tutte queste sono forme di una sorta di azione egemonica, che, a rigor di termini, non sono intrinseche all’uomo. L’egemonia regola la struttura del comportamento umano, incoraggiandolo a fare ciò che non ha senso dal suo punto di vista, ma ha senso dal punto di vista di questo stampo.
L’egemonia non è arbitrarietà, è la logica del processo storico dell’era moderna. E lo stato-nazione non è un’alternativa all’egemonia, è solo un ostacolo temporaneo, e questo stato-nazione dichiara la costituzione, i diritti umani, la forma capitalistica di produzione, la democrazia liberale, le elezioni, e culturalmente invia il suo rappresentante Enti all’Eurovision. Dal punto di vista di Gramsci, la questione di eliminare questa formazione è solo questione di tempo.

di Emanuele Pavoni
A margine degli interminabili dibattiti sulla destra, faccio notare che in Europa occidentale non c’è una sola destra che abbia sviluppato una sua specifica identità, esaurendosi solo nell’atlantismo, nel filosionismo e nel globalismo tardocapitalista. Ciò si riflette nella pochezza e nel conformismo standard dei suoi presunti punti di riferimento. Facciamo degli esempi, dal punto di vista culturale e identitario: in Francia la destra (compresa la sua variante lepenista, soprattutto con Marine Le Pen) non ha saputo andare oltre il santino stantio dell’eredità gollista; in Inghilterra il massimo che i Tory tirano fuori è l’immagine di Churchill e quella, più pesante e controversa, della Thatcher; in Italia, pressoché nulla, a parte un generico e astruso richiamo ai partigiani bianchi o al più al primo De Gasperi; in Spagna, la fine indolore del franchismo, ha messo in stand-by ogni riflessione o dibattito al riguardo, almeno fino all’avvento della sinistra radicale di Zapatero, che ha cominciato operazioni che oggi definiremmo da cancel culture; in Germania, semplicimente il nulla, vista la scelta consapevole di voler essere un Paese ricco, opulento e stabile, ma desideroso di voler restare tranquillo fuori dalla Storia e dai suoi pericoli (al massimo, ovviamente, è concesso un richiamo vago al centrismo cristiano di Adenauer e alla riunificazione di Kohl). Come è facile intuire, tutte queste narrazioni hanno in comune il fatto che dimostrano non solo un rinnegamento dei vari movimenti fascisti che agirono nelle loro rispettive società negli anni precedenti alla seconda guerra mondiale, ma anche una totale cesura (e ignoranza) con qualsiasi altra cultura politica in senso lato di destra precedente al 1945. E qui torniamo al punto di inizio: le destre europee, non solo non hanno alcun residuale collegamento col fascismo, nessuna coscienza storica, nessuna continuità intellettuale o valoriale con il patrimonio della tradizione antidemocratica, anticapitalista, antiborghese, antimoderna, ben più antica del fascismo (il quale, per inciso, a differenza di quanto pensino i più, non sarebbe neanche una realtà di destra in senso stretto, ma non aggiungiamo troppa carne al fuoco); nella loro vuotezza si esauriscono solo nell’atlantismo, nel filosionismo e nel globalismo tardocapitalista. Discorso parzialmente diverso per le destre dei Paesi dell’ex blocco sovietico, dove non raramente si nota un vivace recupero dell’eredità dei movimenti fascisti precedenti alla sconfitta del 1945 (il caso ucraino è emblematico, e in parte anche anche quello ungherese), oppure vi si consta sì una destra conservatrice, smaccatamente atlantista, ma non aliena da curiose e interessanti tendenze atipiche di tipo reazionario e antimoderno (il caso polacco, soprattutto, a causa della presenza di un fortissimo nazionalismo cattolico). Al contrario, non poche frange del partito repubblicano americano hanno una reale continuità di vedute, di pensiero e di punti di riferimento della loro storia ideologica e politica (se da noi, come abbiamo visto, il destro medio non va oltre al 1945, in America non è impossibile trovare un repubblicano intelligente che ha come punto di riferimento un Hamilton o altri padri della nazione). Così stanno le cose. Perciò dovrebbe essere chiaro come FdI non abbia veramente nulla di fascista: la Meloni, infatti, si appella ai ragazzi della destra missina degli anni 70, e si dichiara loro epigona (non certo di Farinacci o di Balbo), ed è probabilmente sincera; in questa eredità missina in cui si inserisce, ritroviamo appunto l’approccio filoamericano che aveva il MSI e che oggi coerentemente ha FdI, nonché il dato di fatto che quella destra postfascista era massicciamente infiltrata dai servizi italiani e americani per tornare utile in chiave in senso lato anticomunista o per finalità più ambigue di politica interna (l’età della tensione, lo stragismo nero, la P2 etc), e oggi non a caso troviamo Crosetto come ministro della difesa (come imprenditore ha svolto un ruolo ambiguo nel mondo del commercio delle armi e della Nato, ma non si può dire perché sennò querela) e come sottosegretario allo stesso ministero la figlia di quel Pino Rauti tanto caro agli americani (Ordine Nuovo dice ancora qualcosa a qualcuno?). E ancora non a caso oggi rispunta dall’oltretomba quella cariatide di Gianfranco Fini, che spende parole di elogio per la Meloni: lo credo, Giorgia realizza finalmente il tanto agognato progetto di una grande destra nazionale (propiziata appunto anni fa da Fini a Fiuggi), antifascista, acriticamente filoamericana e filoisraeliana, aperta al centro dove vi vuole trovare la propria vocazione politica e di elettorato (Renzi e Calenda stanno appunto appoggiando FdI). Questa, dovrebbe essere chiaro, non è né fascismo, né tantomeno la destra sociale del dopoguerra, visto che la destra nazionale di FdI si caratterizza come massicciamente liberista (“bisogna subito tagliare il reddito di cittadinanza” cit.), europeista; al massimo, lievemente protezionista in chiave antifrancese per difendere i grandi industriali italiani, visto che effettivamente l’Italia è stata danneggiata dai processi della globalizzazione, ma di certo non disposta a salvaguardare con la stessa solerzia i lavoratori italiani e i rimasugli della classe media già pressoché destinati alla proletarizzazione – la nuova dicitura “Ministero del Merito”, vuol solo dire che se non sei laureato alla Bocconi in materie economiche o non sei esperto di digitale, puoi pure attaccarti al palo perché te lo meriti (“Hai studiato latino e greco? Beh, non ti lamentare se ora sei disoccupato. Dovevi pensarci prima ed essere più resiliente e seguire il mercato!” cit.). Ha perciò ragione Cacciari quando dice candidamente che questo nuovo governo non gli sembra tanto di destra, piuttosto un esecutivo pragmatico, europeista, draghiano. E qui tocchiamo il punto più importante: la nuova destra è forse destinata a diventare tecnocratica? Il passaggio di consegne da Draghi a Meloni lo lascia supporre, fra tanti sorrisini e palesi continuità. Del resto, se il partito-sistema PD rivela tutto il suo logoramento, forse è giunto il momento di un cambio della guardia, con una riverniciatura e qualche faccia nuova (o quasi). In queste dinamiche l’Italia è sempre in ritardo, ma ricordo che in Francia è già sorta la nuova destra tecnocratica rappresentata da En Marche di Macron, basata sull’elettorato di centro, in un contesto politico dove la destra classica gollista e il PS sono ridotti al lumicino, quasi senza importanza, mentre cresce una sinistra (apparentemente) radicale e populista rappresentata da Melechon, che tanto fa pensare alla china che potrebbero prendere i nostri 5Stelle rinchiusi in un’opposizione che difende solo le istanze (anche cialtronesche, sia chiaro) degli sconfitti della globalizzazione all’interno della nostra stessa società. Insomma, la questione è molto intricata, ben più complessa di come la vogliono mettere in televisione. Chi vivrà, vedrà. Certo, dal punto di vista della nostra vita quotidiana, siamo felici che la Meloni stia riportando un po’ di buon senso dopo così tante restrizioni e follie pandemiche, ma anche qui facciamo attenzione a non cantare vittoria troppo presto. Se effettivamente sorgesse una destra tecnocratica, sarebbe solo l’ennesima dimostrazione che l’idra ha davvero tante teste.

di Alexander Dugin
La modernizzazione, che l’Occidente ha portato avanti e che porta a tutti gli altri, non è destino, ma una possibilità scelta volontariamente, che altri possono adottare o rifiutare. In questo caso, la modernizzazione si trasforma non tanto in oggetto di desiderio quanto in un’avventura dubbia, in cui la società sacrifica religione, etica, e fondamenti tradizionali, ma guadagna comfort tecnologico, elevato al massimo valore e reso il criterio più importante. La modernità, con il suo materialismo, l’ateismo e l’utilitarismo, si mostra come una tentazione, attraente, ma fatale per lo spirito e l’indipendenza delle culture e dei popoli. Così, la modernità è priva del suo valore storico, mentre la società tradizionale, tra cui religione, culto, riti, costumi e così via, non è intesa come qualcosa che sopravvive a se stessa, non come inerzia e superstizione, ma come libera scelta di un libero società.
L’Occidente ha legato il suo destino alla modernità e alla modernizzazione. Se la Russia è una civiltà indipendente, diversa dall’Occidente, può (e deve) agire diversamente, facendo una scelta a favore della società tradizionale. Da questo ne consegue una conclusione importantissima: modernità e modernizzazione non presentano da sole valori assoluti e l’imperativo incondizionato dello sviluppo. La Russia può svilupparsi e vivere nel rispetto della propria logica interna, dettando la propria religione, la propria missione storica, la propria cultura originale e distintiva.

di Padmasambhava
Senza pensare che la morte arriverà,sono assorbito dai progetti per il futuro.
Dopo aver fatto le tante e futili attività di questa vita, me ne andrò a mani vuote.
Che errore;avrò sicuramente bisogno di capire la corretta condotta.
Allora perché non fare pratica ora?

di Alex Von Punk
Nell’ottica webero-marxista pianificazione e liberalizzazione sono due facce della stessa medaglia, che furono incarnate in Europa dal processo d’integrazione che poi avrebbe portato dal Piano Marshall al mercato unico. Già all’epoca, secondo Castoriadis, l’Unione Sovietica non era un modello alternativo, ma un’immagine del nostro futuro: quel futuro che oggi ci appare con le fattezze della Repubblica popolare cinese, quella repubblica che Giorgio Agamben, ha descritto come “capitalismo comunista”, il sistema che ha trovato un modo di perpetuarsi all’infinito attraverso la proliferazione dei consumi.
Il capitalismo in ogni sua variante, ha in sé oggi, una sola contraddizione fondamentale: la divisione tra dominanti e dominati, che induce nei lavoratori una profonda crisi di senso a causa della reificazione dei rapporti (ciò che Lukács chiamava alienazione e ciò che Debord chiama chiamato “spettacolo”).

Video tratto dal canale YouTube IL SEGRETO DEL SAMADHI.
“Se sei veramente onesto con te stesso, riceverai sempre la risposta giusta e quello che stai cercando lo troverai. L’uomo, indifferentemente dalla religione, se ciò che pensa e ciò che fa, è nel giusto, allora sta vivendo da buon fedele. C’è qualcosa nell’essere reali e onesti , che spiega un cuore puro. Non indossare la tua religione nei tuoi vestiti , ma fallo nel tuo cuore.”

a cura di Filippo Goti
“È un fatto provato che le evocazioni, della magia cerimoniale, sono pratica eccessivamente pericolosa e per questa ragione, per rimuovere da essa l’innumerevole gregge dei deboli (imbecillium), giustamente condannata dalla Chiesa. In queste pratiche alcune “Potenze Astrali” resistono al Segno della Croce, mentre fuggono e si dissolvono davanti al Pentagramma. Perché questo mistero e questa sorprendente contraddizione? È che nel piano dell’Invisibile non ci sono solo demoni, che credono e tremano: ci sono anche entità malvagie e pericolose, che non credono e non possono essere raggiunte dalla Fede, ma solamente attraverso altre armi fulminee. Il pentacolo è il segno di tutta la potenza, cioè contro le entità dell’Astrale, e per estensione contro i demoni, che spesso si nascondono dietro di loro. ” (Abbè Julio)
Tratto da ABATE JULIO: I 150 SALMI E I 44 PENTACOLI MAGICI

di Aleksandr Dugin
Il 4 novembre è una festa bellissima (N.d.T.: La festa della Madre di Dio di Kazan, ricorrenza liturgica della cristianità orientale molto importante perché ricorda la vittoria delle guerre materiali e spirituali). Ecco i suoi principali significati.
L’unità in questione è:
– l’unità del popolo in se stesso, la fine delle divisioni e delle separazioni;
– l’unità del popolo e della Chiesa, e quindi l’immagine gloriosa dell’icona di Kazan della Madre di Dio, salvatrice della Russia;
– l’unità del popolo e dello Stato, e alle condizioni del popolo: il vero aristocratico che è fedele al suo popolo e alla sua Patria (traditore, temporeggiatore, impostore, occupante – fuori);
– l’unità delle terre russe, che dovrebbero essere liberate dagli invasori occidentali fino ai confini occidentali (dopo aver iniziato con l’espulsione della guarnigione polacca dal Cremlino di Mosca, il popolo russo e il potere russo hanno completato l’opera dividendo la Polonia).
La seconda milizia popolare, che prese d’assalto Kitay-gorod e poi liberò il Cremlino dai polacchi, fu un fenomeno unico nella storia russa. Questa volta è stato il popolo – sì, proprio il popolo russo, il popolo in quanto tale – a decidere il destino della sua esistenza storica, del suo potere, del suo orientamento geopolitico, del suo sistema politico. E il popolo, forse l’unica volta che agisce per conto proprio e di propria iniziativa, ha deciso:
– La Russia deve essere;
– La Russia deve essere russa, cioè indipendente, sovrana, non subordinata né agli impostori, né ai polacchi, né agli svedesi, né all’aristocrazia corrotta (di fatto, agli oligarchi);
– Russia per essere ortodossi;
La Russia era autocratica, tutt’uno col Catechon e si affidava allo Zemsky Sobor (N.d.T.: si tratta del primo parlamento russo, sorto nel periodo feudale), che fungeva da organo principale della volontà storica del popolo russo (subito dopo la liberazione di Mosca fu eletto al trono il primo rappresentante della nuova dinastia regnante, i Romanov).
Il popolo russo nel 1612-1613 ha fatto questa scelta e fino ad oggi non l’ha rifiutata, e se il popolo russo se lo chiedesse di nuovo oggi, farebbe esattamente la stessa scelta, come 400 anni fa. Semplicemente non viene chiesto. Da qui tutti i problemi. Ancora una volta l’Occidente avanza e preme sulla Russia, e ancora una volta le potenti autorità vacillano, e ancora una volta gli oligarchi tradiscono la Madrepatria e giurano fedeltà ai temporanei, agli usurpatori e agli stranieri; ancora una volta la Russia è costretta a entrare in guerra.
È il 4 novembre 2022. Le autorità devono immediatamente rivolgersi al popolo russo per chiedere aiuto, complicità, consigli. Altrimenti non se ne farà nulla. Vinceremo la SMO solo se sarà guidata dalla milizia popolare, da una milizia russa e solo il risveglio del popolo russo porrà veramente fine a tutti i nuovi problemi.
Un’altra lezione ulteriore: in Russia è possibile solo l’autocrazia. Non importa come costruiamo la democrazia, il socialismo o la società civile, alla fine ci ritroviamo con una monarchia. È ora di ammettere onestamente che in Russia non è possibile altro che la monarchia e quando si indebolisce o cade, inizia l’oligarchia. E questa è la morte della terra russa. La distruzione arriva imperterrita, e l’oligarchia vende e tradisce la Patria sempre di più, fino a sfociare nelle rivoluzioni, ed è allora che il popolo russo si solleva e ristabilisce la monarchia.
I problemi si concluderanno con una vera vittoria, se alla fine il popolo russo troverà un vero sovrano legittimo, il suo monarca russo.
Stiamo però parlando di una monarchia popolare, che nasce dalle profondità dell’esistenza russa, di una monarchia esistenziale, spirituale. La Russia è il Catechon, il Titolare. Stiamo combattendo contro l’Antikeimenos, il nemico, l’Occidente collettivo e la sua civiltà satanica anticristica. Dobbiamo entrare a pieno titolo in questa eredità escatologica e riprendere questa missione.
Sconfiggeremo l’Occidente solo all’ombra dell’icona della Madonna a Kazan. Vinceremo come vero popolo russo e, se necessario, dovremo far ripartire lo Stato stesso, per rieleggere i governanti. Saremo salvati solo dalla Monarchia dello Spirito, dallo Zemsky Sobor e dal grande Risveglio russo.
Traduzione a cura di Lorenzo Maria Pacini
Fonte: Idee&Azione

a cura del Fatto Quotidiano
È un viaggio lampo che fa rumore quanto un tuono quello che il cancelliere tedesco Olaf Scholz compie in Cina in queste ore. Con lui ci sono anche i manager dei colossi tedeschi Basf, Volkswagen, Deutsche Bank e BioNtech, a testimonianza dei contenuti fortemente economici della missione. Si fermeranno a Pechino appena 11 ore ma Scholz è il primo capo di governo di un paese del G7 ad incontrare il presidente cinese Xi Jinping dallo scoppio della pandemia. Da allora molte cose sono cambiate, in peggio per lo più, e il faccia a faccia avviene in uno scenario geopolitico sfregiato dalla guerra in Ucraina e dalle crescenti rivendicazioni di Pechino su Taiwan. Sullo sfondo ci sono gli Stati Uniti che non hanno mai guardato con favore alla vicinanza di Berlino con Pechino. E tantomeno a quella con Mosca coltivata fino allo scorso 24 febbraio. Pochi giorni fa il Pentagono ha ribadito: “La Russia è una minaccia acuta ma la Cina è il più serio pericolo per la sicurezza degli Stati Uniti”. Non molto diversa, ma più suggestiva, la considerazione fatta dal capo dei servizi segreti tedeschi Thomas Haldenwang: “La Russia è il temporale, la Cina il cambiamento climatico”.
Ma gli affari sono affari. Da anni la Cina è il primo partner commerciale della Germania. Ogni anno i due paesi si scambiano beni per circa 250 miliardi di euro. Due vetture su cinque costruite dalla Volkswagen e il 30% delle Bmw e delle Mercedes vengono vendute in Cina. Dal paese asiatico provengono il 13% dei ricavi di Siemens e quasi la metà delle aziende tedesche ha un qualche tipo di rapporto (forniture, clienti etc) con la Cina. Il viaggio di Scholz è stato preceduto da un editoriale del cancelliere pubblicato sul sito Politico e sulla Frankfurter Allgemeine Zeitung. Scholz spiega che la Cina rimane un importante partner economico per la Germania e per l’Europa e che Berlino non vuole recidere i legami (decoupling) instaurati con l’economia cinese. Il Cancelliere rimarca come la gran parte dei commerci tra i due paesi riguardi prodotti per cui esistono partner alternativi e non presentano quindi il rischio di monopolizzare le catene di fornitura creando legami inscindibili anche in caso di necessità. Non si presenterebbe quindi il problema emerso con la dipendenza dal gas russo. Laddove questo rischio esiste, si legge nell’editoriale, la Germania sta già diversificando i suoi approvvigionamenti. Durante il viaggio Scholz ha affermato di voler “sviluppare ulteriormente” la cooperazione economica tra i due Paesi, pur riconoscendo che i leader mantengono “prospettive diverse”. Il capo del governo tedesco sta insomma cercando di stabilire un nuovo equilibrio nei rapporti tra i due paesi senza intaccare il volume dei commerci.
Il presidente Xi Jinping, incontrando il cancelliere tedesco ha insistito sul fatto che le relazioni Cina-Ue “non siano prese di mira, soggiogate o controllate da terzi”. Le due parti, ha aggiunto Xi secondo il network statale Cctv, dovrebbero continuare “a rendere più grande la torta di interessi comuni, esplorando il potenziale di cooperazione nelle aree tradizionali e attivando partnership su nuove energie, intelligenza artificiale e digitalizzazione”. Non tutto il governo tedesco approva il viaggio del cancelliere. Nelle ultime settimane si sono levate diverse voci di dissenso sulla linea adottata da Scholz. Le polemiche sono divampate in occasione della vendita del 25% di un terminal del porto di Amburgo alla cinese Cosco. Operazione sostenuta dal cancelliere nonostante il parere contrario di . Ieri Pechino ha voluto marcare i suoi territori. Gli Stati Uniti, “abituati alla diplomazia coercitiva, non sono in grado di intervenire nella cooperazione pragmatica tra Germania e Cina“, ha affermato il portavoce del ministro degli Esteri cinese Zhao Lijian, in riferimento all’acquisto della quota nello scalo di Amburgo.
Quello del porto è un accordo di alto valore simbolico interessando una infrastruttura chiave del paese ma è solo l’ultimo di una lunga serie di annunci recenti che vanno nella direzione di intensificare i legami tra i due paesi. Il colosso della chimica tedesca Basf ha comunicato che investirà 10 miliardi di euro per un nuovo sito produttivo in Cina dove intende spostare, in modo permanente, parte della sua capacità produttiva. Bmw intende costruire direttamente in Cina la sua nuova Mini elettrica ma nel paese esistono già diversi stabilimenti delle case tedesche. Durante la visita di Scholz è statao annunciato che il vaccino BioNTech contro il Covid-19 (prodotto insieme alla statunitense Pfizer) avrà l’approvazione della Cina per la sua somministrazione agli stranieri residenti nel paese. Il cancelliere ha parlato anche di prospettive per “la piena approvazione in Cina” del vaccino.
In generale legami commerciali più stretti tendono ad allontanare i conflitti. Non è però regola assoluta come ha di recente rimarcato l’esperto di relazioni internazionali Dale Copeland: “L’interdipendenza commerciale accresce la vulnerabilità delle grandi potenze alle sanzioni commerciali e agli embarghi dopo che sono divenute dipendenti dalle forniture che provengono dall’estero. Questa vulnerabilità può indurre i leader politici a proteggere militarmente le rotte del commercio e persino ad innescare conflitti”. “Con il nuovo mandato di Xi Jinping si consolida una nuova era in Cina in politica estera e interna, una politica più assertiva”, ha detto oggi l’alto rappresentante Ue Josep Borrell. “Per noi la Cina continua ad essere un partner economico chiave, un competitor a livello generale ed un rivale a livello di sistema”, ha sottolineato Borrell. “Dobbiamo lavorare con questa complessa relazione. Da una parte, ridurre la nostra dipendenza e rafforzare la nostra resilienza”, ed allo stesso tempo tenere conto che “molti paesi hanno forti relazioni economiche con la Cina. E da questo punto di vista non si possono mettere sullo stesso piano le relazioni tra noi e la Russia”.
“Non chiediamo a nessun Paese di scegliere tra gli Usa e la Cina. Detto questo vogliamo essere nella posizione migliore per rispondere alle sfide che Pechino pone economicamente e politicamente, soprattutto nell’area indopacifica”, ha detto il portavoce del Consiglio per la sicurezza nazionale americana, John Kirby, in un briefing con la stampa. Gli Stati Uniti perseguono la loro faticosa opera di messa in sicurezza dei rapporti con la Cina, almeno per quanto riguarda tecnologie essenziali come i chip e le tlc. In realtà nessuno dei due paesi è ormai davvero in grado di fare a meno dell’altro. E ci sono temi, come la lotta al cambiamento climatico, che se si vogliono perseguire impongono, volenti o nolenti, una collaborazione internazionale. Istanze diverse dovranno essere in qualche modo conciliate. Tutto sommato un gioco di equilibrismo non troppo diverso da quello che sta conducendo in queste ore Scholz.
Fonte: Il Fatto Quotidiano
