Modernizzazione pacifica: l’offerta della Cina al Sud globale

di Pepe Escobar

Il rapporto di lavoro del presidente Xi Jinping all’inizio del 20° Congresso del Partito Comunista Cinese (PCC), tenutosi domenica scorsa a Pechino, conteneva non solo un progetto per lo sviluppo dello Stato-civiltà, ma anche per l’intero Sud globale.

Il discorso di Xi, durato 1 ora e 45 minuti, ha in realtà rappresentato una versione più breve del rapporto di lavoro completo – si veda il PDF allegato – che entra molto più nel dettaglio di una serie di temi socio-politici.

È stato il culmine di un complesso lavoro collettivo durato mesi. Quando ha ricevuto il testo finale, Xi lo ha commentato, rivisto e modificato.

In poche parole, il piano generale del PCC è duplice: portare a termine la “modernizzazione socialista” dal 2020 al 2035 e costruire la Cina – attraverso una modernizzazione pacifica – come un moderno Paese socialista “prospero, forte, democratico, culturalmente avanzato e armonioso” fino al 2049, anno in cui ricorre il centenario della fondazione della Repubblica Popolare Cinese (RPC).

Il concetto centrale del rapporto di lavoro è la modernizzazione pacifica – e come realizzarla. Come ha sintetizzato Xi, “contiene elementi comuni ai processi di modernizzazione di tutti i Paesi, ma è maggiormente caratterizzato da caratteristiche uniche del contesto cinese”.

Molto in sintonia con la cultura confuciana cinese, la “modernizzazione pacifica” racchiude un sistema teorico completo. Naturalmente esistono molteplici percorsi geoeconomici che portano alla modernizzazione, a seconda delle condizioni nazionali di ogni singolo Paese. Ma per il Sud globale nel suo complesso, ciò che conta davvero è che l’esempio cinese rompe completamente con il monopolio occidentale TINA (“non ci sono alternative”) sulla pratica e sulla teoria della modernizzazione.

Per non parlare della rottura con la camicia di forza ideologica imposta al Sud globale dall’autodefinito “miliardo d’oro” (di cui i veri “d’oro” raggiungono a malapena i 10 milioni). Quello che la leadership cinese sta dicendo è che il modello iraniano, quello ugandese o quello boliviano sono tutti validi quanto l’esperimento cinese: ciò che conta è perseguire un percorso indipendente verso lo sviluppo.

Come sviluppare l’indipendenza tecnologica

La storia recente mostra come ogni nazione che tenta di svilupparsi al di fuori del Washington Consensus venga terrorizzata a una miriade di livelli di guerra ibrida. Queste nazioni diventano bersaglio di rivoluzioni colorate, cambi di regime, sanzioni illegali, blocchi economici, sabotaggi della NATO o veri e propri bombardamenti e invasioni.

Le proposte della Cina risuonano in tutto il Sud globale, perché Pechino è il principale partner commerciale di non meno di 140 Paesi, che possono facilmente comprendere concetti come sviluppo economico di alta qualità e autosufficienza in campo scientifico e tecnologico.

Il rapporto sottolinea l’imperativo categorico per la Cina d’ora in poi: accelerare l’autosufficienza tecnologica, poiché l’Egemone sta cercando di far deragliare la Cina tecnologica, soprattutto nella produzione di semiconduttori.

Con un pacchetto di sanzioni infernali, l’Egemone punta a paralizzare la spinta della Cina ad accelerare la propria indipendenza tecnologica nei semiconduttori e nelle attrezzature per produrli.

La Cina dovrà quindi impegnarsi in uno sforzo nazionale per la produzione di semiconduttori. Questa necessità sarà al centro di quella che il rapporto di lavoro descrive come una nuova strategia di sviluppo, stimolata dall’enorme sfida di raggiungere l’autosufficienza tecnologica. In sostanza, la Cina punterà a rafforzare il settore pubblico dell’economia, con le aziende statali che costituiranno il nucleo di un sistema nazionale di sviluppo dell’innovazione tecnologica.

inscritto nell’enfasi del PCC su un altro imperativo categorico: riformare l’attuale sistema di governance globale, estremamente ingiusto nei confronti del Sud globale. È sempre fondamentale ricordare che la Cina, in quanto Stato-civiltà, si considera contemporaneamente un Paese socialista e la principale nazione in via di sviluppo del mondo.

Il problema è ancora una volta la convinzione di Pechino di “salvaguardare il sistema internazionale con l’ONU al centro”. La maggior parte degli attori del Sud globale sa come l’Egemone sottoponga l’ONU – e il suo meccanismo di voto – a ogni sorta di pressione incessante.

È illuminante prestare attenzione ai pochissimi occidentali che sanno davvero una o due cose sulla Cina.

Martin Jacques, fino a poco tempo fa senior fellow presso il Dipartimento di Politica e Studi Internazionali dell’Università di Cambridge e autore probabilmente del miglior libro in lingua inglese sullo sviluppo della Cina, è impressionato da come la modernizzazione della Cina sia avvenuta in un contesto dominato dall’Occidente: “Questo è stato il ruolo chiave del PCC. Doveva essere pianificata. Possiamo vedere quanto sia stato straordinario il suo successo”.

L’implicazione è che, rompendo il modello TINA centrato sull’Occidente, Pechino ha accumulato gli strumenti per poter assistere le nazioni del Sud globale con i loro modelli.

Jeffrey Sachs, direttore del Centro per lo sviluppo sostenibile della Columbia University, è ancora più ottimista: “La Cina diventerà un leader dell’innovazione. Spero e conto molto che la Cina diventi leader nell’innovazione della sostenibilità”. Questo contrasterà con un modello americano “disfunzionale” che diventa protezionista anche negli affari e negli investimenti.

Mikhail Delyagin, vicepresidente della Commissione per la politica economica della Duma di Stato russa, fa un’osservazione cruciale, certamente notata dai principali attori del Sud globale: il PCC “è stato in grado di adattare in modo creativo il marxismo del XIX secolo e la sua esperienza del XX secolo alle nuove esigenze e di attuare i valori eterni con nuovi metodi. Questa è una lezione molto importante e utile per noi”.

E questo è il valore aggiunto di un modello orientato all’interesse nazionale e non alle politiche esclusiviste del Capitale globale.

BRI o fallimento

Nel rapporto di lavoro è sottintesa l’importanza del concetto generale della politica estera cinese: la Belt and Road Initiative (BRI) e i suoi corridoi commerciali e di connettività attraverso l’Eurasia e l’Africa.

È toccato al portavoce del Ministero degli Esteri cinese, Wang Wenbin, chiarire la direzione della BRI:

“La BRI trascende la mentalità obsoleta dei giochi geopolitici e crea un nuovo modello di cooperazione internazionale. Non si tratta di un gruppo esclusivo che esclude altri partecipanti, ma di una piattaforma di cooperazione aperta e inclusiva. Non si tratta di uno sforzo solitario della Cina, ma di una sinfonia eseguita da tutti i Paesi partecipanti”.

Il BRI è insito nel concetto cinese di “apertura”. È anche importante ricordare che la BRI è stata lanciata da Xi nove anni fa – in Asia centrale (Astana) e poi nel Sud-est asiatico (Giacarta). Pechino ha imparato dai propri errori e continua a perfezionare la BRI in consultazione con i partner, dal Pakistan, Sri Lanka e Malesia a diverse nazioni africane.

Non c’è da stupirsi se, nell’agosto di quest’anno, gli scambi commerciali della Cina con i Paesi che partecipano alla BRI hanno raggiunto l’incredibile cifra di 12 trilioni di dollari e gli investimenti diretti non finanziari in questi Paesi hanno superato i 140 miliardi di dollari.

Wang sottolinea giustamente che, grazie agli investimenti infrastrutturali della BRI, “l’Africa orientale e la Cambogia hanno autostrade, il Kazakistan ha porti [secchi] per le esportazioni, le Maldive hanno il loro primo ponte marittimo e il Laos è diventato un Paese collegato da uno senza sbocco sul mare”.

Anche in presenza di gravi sfide, dallo zero-Covida alle sanzioni assortite e alla rottura delle catene di approvvigionamento, il numero di treni merci espressi Cina-UE continua a salire; la ferrovia Cina-Laos e il ponte di Peljesac in Croazia sono aperti all’attività; sono in corso i lavori per la ferrovia ad alta velocità Giacarta-Bandung e per la ferrovia Cina-Thailandia.

Mackinder in crisi

In tutto lo scacchiere globale estremamente incandescente, le relazioni internazionali vengono completamente ridisegnate.

La Cina – e i principali attori eurasiatici della Shanghai Cooperation Organization (SCO), dei BRICS+ e dell’Unione Economica Eurasiatica (EAEU) guidata dalla Russia – propongono uno sviluppo pacifico.

Al contrario, l’egemone impone una valanga di sanzioni – non a caso i primi tre destinatari sono le potenze eurasiatiche Russia, Iran e Cina -, guerre per procura letali (Ucraina) e ogni possibile filone di guerra ibrida per impedire la fine della sua supremazia, durata appena sette decenni e mezzo, un blip in termini storici.

L’attuale disfunzione – fisica, politica, finanziaria, cognitiva – sta raggiungendo il culmine. Mentre l’Europa sprofonda nell’abisso di una devastazione e di un’oscurità in gran parte autoinflitte – un neo-medievalismo in registro woke – un Impero devastato al suo interno ricorre al saccheggio anche dei suoi ricchi “alleati”.

È come se stessimo assistendo a uno scenario alla Mackinder-on-crack.

Halford Mackinder, ovviamente, era il geografo britannico che sviluppò la “teoria dell’Heartland” della geopolitica, influenzando pesantemente la politica estera degli Stati Uniti durante la Guerra Fredda: “Chi governa l’Europa dell’Est comanda l’Heartland; chi governa l’Heartland comanda l’Isola del Mondo; chi governa l’Isola del Mondo comanda il Mondo”.

La Russia si estende su 11 fusi orari e si trova in cima a un terzo delle risorse naturali del mondo. La simbiosi naturale tra Europa e Russia è un dato di fatto. Ma l’oligarchia dell’UE ha mandato tutto all’aria.

Non c’è da stupirsi che la leadership cinese veda il processo con orrore, perché uno degli assi portanti della BRI è facilitare il commercio senza soluzione di continuità tra Cina ed Europa. Poiché il corridoio di connettività della Russia è stato bloccato dalle sanzioni, la Cina privilegerà i corridoi attraverso l’Asia occidentale.

Nel frattempo, la Russia sta completando il suo spostamento verso est. Le enormi risorse della Russia, combinate con la capacità manifatturiera della Cina e dell’Asia orientale nel suo complesso, proiettano una sfera di commercio/connettività che va persino oltre la BRI. Questo è il cuore del concetto russo di Greater Eurasia Partnership.

In un’altra delle imprevedibili svolte della Storia, Mackinder un secolo fa potrebbe aver avuto sostanzialmente ragione sul fatto che chi controlla l’Heartland/isola mondiale controlla il mondo. Non sembra che il controllore sarà l’egemone e tanto meno i suoi vassalli/schiavi europei.

Quando i cinesi dicono di essere contro i blocchi, l’Eurasia e l’Occidente sono di fatto due blocchi. Sebbene non siano ancora formalmente in guerra tra loro, in realtà sono già in pieno territorio di guerra ibrida.

Russia e Iran sono in prima linea – militarmente e in termini di assorbimento di pressioni continue. Altri importanti attori del Sud globale, in silenzio, cercano di mantenere un basso profilo o, ancora più silenziosamente, di aiutare la Cina e gli altri a far prevalere economicamente il mondo multipolare.

Poiché la Cina propone una modernizzazione pacifica, il messaggio nascosto del rapporto di lavoro è ancora più netto. Il Sud globale si trova di fronte a una scelta seria: scegliere la sovranità – incarnata da un mondo multipolare che si modernizza pacificamente – o il vassallaggio vero e proprio.

Pubblicato su The Cradle

Traduzione a cura di Lorenzo Maria Pacini

Fonte: Idee&Azione

21 ottobre 2022

Modernizzazione pacifica: l’offerta della Cina al Sud globale
Modernizzazione pacifica: l’offerta della Cina al Sud globale

Triangolo Russia-Iran-Monarchie del Golfo

di Leonid Savin

L’11 ottobre il Presidente degli Emirati Arabi Uniti Mohammed bin Zayed Al Nahyan è arrivato a San Pietroburgo per un colloquio con il Presidente russo Vladimir Putin. La visita è avvenuta subito dopo nuovi massicci attacchi alle infrastrutture dell’Ucraina nell’ambito di un’operazione militare speciale. Inoltre, il giorno prima, i ministri dei Paesi OPEC+ si sono riuniti a Vienna e hanno deciso di ridurre la produzione di petrolio, colpendo gli interessi degli Stati Uniti e dei Paesi occidentali. Negli Stati Uniti si discute addirittura di nuovo l’adozione del progetto di legge “No Oil Producing and Exporting Cartels Act” (NOPEC), che potrebbe dare al Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti l’autorità di citare in giudizio i membri dell’OPEC per violazione delle leggi antitrust.

In mezzo agli sforzi per fissare un tetto al prezzo del petrolio russo, come annunciato dai rappresentanti del cartello neoliberale anti-russo, i tagli alla produzione stanno chiaramente sconvolgendo i loro piani.

Sebbene l’Occidente collettivo al momento faccia della sola Russia un paria, va notato che anche Iran e Venezuela fanno parte del club dei sostenitori del multipolarismo, l’asse del bene, come il defunto presidente venezuelano Hugo Chavez chiamava questa cooperazione. E sembra che l’asse del bene possa guadagnare nuovi membri. Almeno altri Stati membri dell’OPEC hanno un interesse pragmatico per il multipolarismo.

L’Arabia Saudita è uno di questi. Nel frattempo, i dirigenti di questo Paese hanno rapporti piuttosto tesi con gli Stati Uniti, quindi sapevano per certo che l’amministrazione Biden non sarebbe stata soddisfatta della decisione di ridurre la produzione di petrolio. Lo stesso Joe Biden ha incolpato direttamente la Russia e l’Arabia Saudita per l’aumento del prezzo della benzina negli Stati Uniti: “I costi di ogni tavolo da cucina aumenteranno, non diminuiranno. E mi rendo conto che i costi del cibo stanno aumentando. Sono riuscito a far scendere la benzina ben oltre 1,60 dollari, ma sta salendo a causa di ciò che hanno appena fatto i russi e i sauditi” ha detto, parlando in uno stabilimento del Gruppo Volvo. Vale la pena ricordare che i Democratici sono molto indignati per il rispetto dei diritti umani in Arabia Saudita, cercando anche ogni occasione per punire il principe ereditario Mohammed bin Salman al-Saud per il caso del giornalista assassinato, Khashogi.

Nonostante queste esternazioni da parte della leadership statunitense, l’Arabia Saudita ha le sue motivazioni per ridurre la produzione di petrolio. Sullo sfondo dell’avvicinarsi della recessione e della contrazione della domanda di energia, Riyadh cerca di mantenere il livello dei prezzi del petrolio nel prossimo futuro. Gli Stati Uniti sono consapevoli che è improbabile che aiutino a stabilizzare la loro economia, che è ancora piuttosto fragile e instabile alle fluttuazioni dei prezzi e ha bisogno di una grande quantità di fondi per lo sviluppo economico e i programmi di diversificazione.

Per il prossimo anno, si prevede che l’Arabia Saudita abbia bisogno di un prezzo del petrolio compreso tra i 69 e i 76 dollari al barile per pareggiare il bilancio. Secondo il programma economico Vision 2030, non devono esserci interruzioni per il successo dei vari settori e lo sviluppo di nuove tecnologie. Per questo motivo stanno costruendo la loro strategia basandosi sui propri interessi, senza guardare agli Stati Uniti. E a Washington, alla vigilia delle elezioni del Congresso, una simile decisione appare come una cospirazione di Russia e Arabia Saudita contro il Partito Democratico. Da qui le dichiarazioni della Casa Bianca sulla possibilità di rivedere le relazioni con Riad. Si sono sentite persino voci che chiedono il ritiro delle truppe statunitensi dall’Arabia Saudita e dagli Emirati per farlo.

Se ciò accadesse, Mosca potrebbe festeggiare un’altra vittoria in Medio Oriente, anche se non ha fatto alcuno sforzo. Washington sta intimorendo l’Arabia Saudita e gli Emirati con una possibile aggressione da parte dell’Iran. Ma al momento, a causa delle massicce proteste, Teheran non è in grado di compiere un’azione del genere. L’unica cosa che le forze armate iraniane e l’IRGC possono ancora fare è attaccare occasionalmente il territorio del Kurdistan iracheno, in modo simile alle azioni condotte dalla Turchia. Allo stesso tempo, l’Iran sta sviluppando intensamente la cooperazione con la Russia, anche nel settore del petrolio e del gas.

Mosca potrebbe svolgere un ruolo di unificazione tra gli Stati mediorientali, offrendosi di mediare le dispute e le rivendicazioni reciproche. Questo aprirebbe inoltre la strada alla regione, compreso lo Yemen, dove il conflitto continua. È importante notare che questo sforzo aprirebbe la strada alla diplomazia non occidentale. Poiché i metodi occidentali e i loro derivati (comprese le decisioni delle Nazioni Unite) si sono rivelati un fallimento, c’è la possibilità che le azioni della Russia, se sufficientemente competenti e coerenti, possano effettivamente portare alla distensione nella regione.

Tuttavia, anche le forniture di equipaggiamenti militari dalla Russia e l’assistenza alla sicurezza potrebbero far parte del pacchetto di soluzioni di Mosca per l’Arabia Saudita e gli Emirati. Questi Paesi non hanno imposto sanzioni contro la Russia e si stanno progressivamente allontanando dalla cooperazione con l’Occidente, indicando un clima geopolitico favorevole a Mosca.

Traduzione a cura di Costantino Ceoldo

Fonte: Idee&Azione

21 ottobre 2022

Triangolo Russia-Iran-Monarchie del Golfo
Triangolo Russia-Iran-Monarchie del Golfo

Guerra in Ucraina ed atlantismo tra il globalista Macron e la patriottica Meloni

di Daniele Trabucco

L’attuale Presidente della V Repubblica francese, Emmanuel Macron, è sicuramente molto più abile di Giorgia Meloni. Infatti, a differenza della leader di Fratelli d’Italia che, in queste ultime ore, ha ribadito la vocazione europeista ed atlantista del nostro Paese, Macron, sia pure in ambito comunitario, ha cercato da tempo di plasmare una politica di difesa europea (benchè funzionale ad affermare l’egemonia francese) in grado di costruire una autonomia militare-strategica al di fuori dell’ombrello della Nato, il braccio “armato” dell’Alleanza Atlantica del Nord. Secondo Parigi solo con un loro proprio sistema di difesa gli europei saranno sovrani e rispettati dagli Stati Uniti d’America.

Una prospettiva più o meno condivisibile che, peró, pone il problema della sudditazione degli Stati membri dell’Unione Europea (attualmente ventisette) nei confronti di Washington. Il conflitto tra Federazione Russa e Repubblica di Ucraina è stato, dunque, il pretesto, dietro il retorico richiamo ai cd “valori occidentali” di cui si ignorano contenuti e fondamento, proprio per ostacolare i progetti francesi e ricompattare la politica estera europea sotto la Nato , o meglio sotto la sfera di influenza americana. Giorgia Meloni, che sie la bocca di patriottismo ma le cui affermano in direzione opposta, anzichè portare l’Italia a svincolarsi gradualmente da questa logica “dra riempiana interessi”, che non favorisce i nostri proprighi nazionali, continua a la diplomazia armi delle nostre nazioni e non le “armi della diplomazia”.

Questa guerra passerà prima o poi, ma lascerà dietro di sé morte eessenza, nonchè una Unione Europea riallineata ai diktat di Washington, ovvero riformattata nella sua essenza di progetto at: baluardo degli interessati da tutelare contro Russia e Cina attraverso la minaccia dell’ uso delle armi. Grazie Giorgia!!!

Fonte: Idee&Azione

21 ottobre 2022

Guerra in Ucraina ed atlantismo tra il globalista Macron e la patriottica Meloni
Guerra in Ucraina ed atlantismo tra il globalista Macron e la patriottica Meloni

COME FUNZIONA LA MENTE

a cura di Katia Rossetti

1-Pensa al bene e al bene succederà. Pensa al male e al male continuerà. Tutto il giorno sei quello che pensi.
2-La mente subconscia non discute con te. Accetta ciò che decreta la mente cosciente.
3-Hai la possibilità di scegliere. Scegli salute e felicità. Può scegliere di essere amichevole o antipatico, disponibile, allegro, cordiale, amichevole e tutti risponderanno di conseguenza. Questo è il modo migliore per sviluppare una personalità meravigliosa.
4-La mente cosciente è ′′ custode “. La sua funzione principale è proteggere il subconscio da false impressioni. Decidetevi a credere che qualcosa di buono possa accadere e che sta accadendo ora. Il suo potere più grande è la capacità di scegliere. Scegliete felicità e prosperità.
5-I suggerimenti e le dichiarazioni delle altre persone non hanno il potere di ferirti. L ‘ unico potere è nel tuo modo di pensare. Puoi decidere di rifiutare i pensieri e le dichiarazioni degli altri e affermare il bene. Hai il potere di decidere come reagirai.
6-Fai attenzione a quello che dici. Dovrà rispondere per ogni parola oziosa. Non dire mai ′′ fallirò, perderò il lavoro, non posso pagare l’affitto “. Il subconscio non capisce una barzelletta. Fa accadere tutte queste cose.
7-La tua mente non è male. Nessuna forza della natura è cattiva. Tutto dipende da come usi i poteri della natura. Usa la tua mente per benedire, guarire e ispirare tutte le persone, ovunque.
8-Mai dire ′′ non posso “. Domina la paura sostituendola con la seguente dichiarazione: ′′ Posso fare qualsiasi cosa grazie al potere della mia mente subconscio “.
9-Inizia a pensare dalle verità e dai principi eterni della vita e non dal punto di vista della paura, dell’ignoranza e della superstizione. Non lasciare che gli altri pensino per te. Scegli i tuoi pensieri e prendi le tue decisioni.
10-Sei il comandante della tua anima (la mente subconscia) e padrone del tuo destino. Ricorda, hai la capacità di scegliere.

COME FUNZIONA LA MENTE
COME FUNZIONA LA MENTE

LENIN E MUSSOLINI A CONFRONTO?

di Daniele Scalea

Quando il Ministero dello Sviluppo Economico ha esposto al proprio interno i ritratti di tutti coloro che hanno ricoperto la carica di ministro, la presenza tra essi di Benito Mussolini ha subito suscitato le roventi polemiche della Sinistra. In particolare l’ex ministro Pier Luigi Bersani del PD (per decenni membro del Partito Comunista Italiano) ha chiesto la rimozione del proprio ritratto per non condividere lo stesso muro col defunto Duce del fascismo. In men che non si dica, però, sono apparse su Internet le foto di un recente comizio in cui Bersani parla davanti a un ritratto di Lenin.

Invitiamo il lettore a visionare i commenti al tweet sopra indicato, per avere un saggio di come la Sinistra stia difendendo il “compagno” Bersani: ossia assolvendo con formula piena il “compagno” Lenin. E come? Negando, forti della loro ignoranza, che Lenin si sia mai macchiato di alcun crimine. Spocchiosi, arrivano a suggerire che gli interlocutori starebbero confondendolo con Stalin – palesando così uno dei capisaldi del pensiero semi-colto, attentamente inculcato da decenni dagli insegnanti di scuola comunisti o post-comunisti: ossia che nella storia del comunismo ci sia solo quella piccola macchia, rappresentata dallo stalinismo, sul candore assoluto delle buone intenzioni e ottime azioni del marxismo-leninismo.

È una boiata colossale, ovviamente. E nelle righe che seguono vedremo come tutti i crimini di cui si è macchiato Mussolini li abbia compiuti pure Lenin (decuplicando le vittime). Si rende così insostenibile la posizione di chi vorrebbe condannare il dittatore italiano ma assolvere quello sovietico.

Rovesciare la democrazia e imporre la dittatura

Nel 1922, con la Marcia su Roma, Benito Mussolini si fece consegnare l’incarico di capo del governo. Di lì a pochi anni, un governo ottenuto con la forza si tramutò in un regime dittatoriale tout court.

Lenin e i suoi bolscevichi, diversamente da ciò che credono molti semi-colti nostrani, non fecero la Rivoluzione d’Ottobre contro l’autocrazia zarista. Lo Zar aveva già abdicato dopo la Rivoluzione di Febbraio, cedendo il posto a un governo provvisorio che aveva proclamato la repubblica e convocato un’Assemblea Costituente. Il colpo di stato bolscevico servì a sostituirsi a quel governo provvisorio e così controllare l’Assemblea, dove però i comunisti – per scelta del voto popolare – si trovarono in minoranza. A quel punto i bolscevichi dissolsero l’Assemblea con la forza, dando il via a una guerra civile che fece, tra morti e feriti, intorno ai 10 milioni di vittime.

Non pago di aver cancellato l’Assemblea democraticamente eletta, Lenin non accettò nemmeno il responso delle elezioni per i suoi “Soviet” (“Consigli”) dei lavoratori e dei contadini. Anche qui, pur avendo messo al bando i partiti “borghesi” e confrontandosi con un elettorato congeniale, voti alla mano i bolscevichi furono messi in minoranza dai socialisti più moderati (menscevichi) o non marxisti (socialisti rivoluzionari). La risposta di Lenin fu quella di sciogliere i Consigli in cui i suoi erano in minoranza. Da allora l’elezione dei Soviet e del Congresso dei Soviet (il parlamento sovietico) fu costantemente controllata e manipolata dai bolscevichi, cancellando ogni barlume di democrazia che non fosse meramente formale.

Perseguitare gli oppositori politici

Mussolini e i fascisti fecero ampio ricorso a violenze e repressioni contro gli oppositori. Oltre agli omicidi illustri (Matteotti, Rosselli ecc.), il regime creò un Tribunale speciale che in vent’anni condannò più di 4500 persone e fece eseguire 31 condanne a morte. Nell’ordine delle decine di migliaia furono gli oppositori spediti in carcere o al confino.

Lenin invece come trattò gli oppositori? Dopo la presa del potere, scatenò il cosiddetto “Terrore Rosso”, condotto dalla sua polizia politica, la Čeka. Essa altro non era che la continuazione della Ochrana zarista; ma, mentre quest’ultima poteva contare sì e no su 15.000 effettivi, i “cechisti” erano centinaia di migliaia. Il numero delle vittime si alzò proporzionalmente: nei quattro anni che durò il Terrore Rosso gli uccisi furono almeno nell’ordine delle decine di migliaia, più probabilmente delle centinaia di migliaia. Ben documentato è anche il ricorso sistematico alla tortura e il frequente compimento di atrocità: tra gli abomini attribuiti ai “pretoriani” di Lenin ci sono crocifissioni (in genere riservate ai religiosi), impalamenti, roghi, scorticamenti e altri raccapriccianti metodi per rendere il più dolorosa possibile l’uccisione delle vittime. A finire nelle mani della Čeka non erano solo oppositori attivi, ma anche preti, renitenti alla leva e lavoratori che non riuscivano a soddisfare le quote di produzione imposte dai comunisti.

Il ruolo di Lenin nell’eccidio è di primo piano. Non solo fu lui a scatenare il Terrore Rosso, ma attivamente aizzò la Čeka contro il popolo. Ad esempio, possediamo un suo telegramma dell’11 agosto 1918, indirizzato alle autorità comuniste di Penza dove da poco era stata sedata una rivolta contadina contro le requisizioni, in cui Lenin chiede: “Impiccate (assolutamente impiccate, sotto gli occhi della popolazione) non meno di un centinaio di noti proprietari terrieri, ricconi e parassiti”. Gli storici hanno anche appurato che Lenin visionava personalmente gli elenchi di intellettuali da deportare in Siberia.

Aprire campi di concentramento

Sotto il fascismo furono aperti campi di concentramento tanto nel territorio nazionale quanto nelle colonie o nelle zone occupate durante la guerra.

In URSS, è a Lenin che si deve l’apertura, nell’aprile del 1919, dei campi di concentramento affidati a un’apposita amministrazione, cui diede il tristemente noto acronimo GULAG. Stalin si limitò ad ereditare ed espandere questo sistema, escogitato e implementato dal suo predecessore. Alla fine, numerosi milioni di persone sarebbero passati per i campi: almeno un milione e mezzo non ve ne avrebbero mai fatto ritorno (ma siccome era pratica comune quella di liberare i prigionieri quando le loro condizioni di salute si facevano critiche, alcuni storici elevano la stima fino a sei milioni di morti). Sebbene solo una minoranza di vittime occorse sotto Lenin, decine di migliaia di deportazioni avvennero sotto il suo comando.

Sterminio etno-religioso

Una delle azioni più odiose di Mussolini fu l’emanazione delle leggi razziali, che andavano fondamentalmente a colpire gli ebrei. Fuori dai confini nazionali, la repressione di moti indipendentisti costò la vita a numerosi libici, etiopi e slavi.

Lenin, dal canto suo, nel 1922 ordinò l’uccisione di tutti i preti considerati ostili al bolscevismo: 20.000 caddero sotto i colpi della Čeka – per lo più pope ortodossi, ma non sfuggirono alla persecuzione nemmeno preti e suore cattolici, imam e rabbini. Un gran numero di chiese, sinagoghe e moschee fu raso al suolo. Professare una religione esponeva al rischio di rappresaglia da parte del potere ideologicamente ateo.

A livello etnico, le principali vittime di Lenin furono invece i cosacchi del Don e del Kuban. Particolarmente ritrosi ad accettare la dittatura comunista, furono fatti oggetto di una repressione sanguinosa, che non è esagerazione definire come un genocidio: Lenin fece uccidere forse fino a un terzo del milione e mezzo di cosacchi che abitavano l’ex impero zarista.

Guerre espansionistiche

Se a Mussolini si imputa di aver invaso l’Etiopia e poi schierato l’Italia nella Seconda Guerra Mondiale, nemmeno Lenin può essere considerato un “pacifista”. Oltre a provocare e combattere una sanguinosa guerra civile per il controllo della Russia, Lenin spinse l’Armata Rossa a occupare altre nazioni, già parte dell’Impero zarista ma ormai resesi indipendenti: è il caso in particolare dell’Ucraina, riportata a forza sotto l’egida di Mosca. Curioso che proprio in questo periodo, gli stessi che condannano l’invasione ordinata da Putin perdonino la stessa cosa fatta in passato da Lenin. Il capo dei comunisti russi riuscì anche a occupare per un breve periodo Estonia, Lituania e Lettonia: in tutti e tre i Paesi impose un regime dittatoriale e terroristico, con vari massacri, prima di esserne scacciato.

Aggravare una rovinosa carestia

Mussolini è accusato di aver provocato una carestia in Grecia durante il regime d’occupazione. Di certo Lenin presiedette alla gravissima carestia del 1920-21 e, a detta di tutti i commentatori (salvo qualche stramboide comunista), gestì così male (o malvagiamente) la situazione da renderla apocalittica. Cinque milioni di morti è il bilancio che gli storici danno di quella carestia. Lenin continuò a pretendere le onerose requisizioni di grano ai contadini, grano che spesso serviva ad essere esportato per rimpinguare le casse dei bolscevichi; inoltre ritardò l’arrivo degli aiuti umanitari offerti dagli USA. Per nulla impressionato dall’ecatombe, Lenin (come si legge in una sua lettera al Politburo) pensò che quella fosse l’occasione buona per procedere all’espropriazione dei beni ecclesiastici, perché “solo in un momento di fame disperata …. possiamo ottenere l’approvazione dei contadini”.

Conclusione

Lenin fu un dittatore spietato e sanguinario. Tutto ciò che si può imputare a Mussolini si può imputarlo anche a lui. Se è vero che Lenin compì i propri delitti in Russia e non in Italia, è insensato usare quest’argomento per giustificare che si ne fa seguace e apologeta nel nostro Paese. Un genocidio è condonabile se avviene lontano dai nostri occhi? Particolarmente eccentrico, poi, che un simile “ragionamento” provenga da globalisti secondo cui i confini non esistono e saremmo tutti “cittadini del mondo”.

In definitiva, chi oggi difende Lenin o esibisce un’ignoranza abissale, o è un apologeta di crimini atroci e vasti e, come tale, andrebbe trattato.

LENIN E MUSSOLINI A CONFRONTO?
LENIN E MUSSOLINI A CONFRONTO?

DIO SCONFIGGE LA SCIENZA!?

a cura di Fabrizio Fratus

La scienza doveva “sconfiggere” Dio, ma la realtà sta andando da tutt’altra parte e dopo la conversione di A. Flew nel 2004 (filosofo della scienza punto di riferimento mondiale per tutti gli atei) che lo portò a negare 50 anni del suo lavoro e descrisse le motivazioni scientifiche per cui “Dio esiste” (titolo del libro per spiegare le motivazioni per cui la verità è l’esistenza di Dio, distrusse completamente la scuola del circolo di Vienna e presentò prove a favore della sua conversione) ecco oggi un nuovo testo potente di S. Meyer che partendo dalle tesi di S. Hawking capovolge completamente il risultato, dimostra che DIO esiste ed è l’unica verità da ricercare.
Purtroppo non avete sentito parlare di Flew se non quando studiavate all’università e sempre e solo nella versione con cui spiegava la verità atea, nulla di come invece ha distrutto tutto il suo lavoro perché la scienza ha dimostrato il contrario. Così sarà anche per il testo di Meyer, l’Italia è un paese addormentato dalla sinistra progressista che ha occupato l’università senza apportare nulla di buono per gli studenti, nessun tipo di elaborazione critica ma solo false certezze spesso controproducenti perché nel mondo la scienza va avanti e porta sempre e solo a una risposta: Dio!

DIO SCONFIGGE LA SCIENZA!?
DIO SCONFIGGE LA SCIENZA!?

C’ERA UNA VOLTA IL GRANDE RESET

di Matteo Martini

L’obiettivo del “grande reset” era salvare l’economia occidentale dalla crisi di sovra-indebitamento ciclico, consolidare il controllo unipolare sul mondo, e attuare un maggior ordine, minore entropia, riducendo la mobilità, la ricchezza delle persone e il numero di abitanti.

Con una buona dose di transumanesimo di facciata – ché quello è il wishful thinking delle élite occidentali, e solo occidentali, perché il transumanesimo, come il darwinismo, è una creazione anglosassone.

Il grande reset serviva a salvare l’ordine precedente, creando più ordine.

L’emergere di un nuovo multipolarismo – compreso un multipolarismo valoriale (ortodossia russa, neoconfucianesimo cinese, anti colonialismo identitario africano), insieme a un arretramento generale del potere dell’Occidente collettivo di condizionare il mondo, sconfessa decisamente tutto questo.

C'ERA UNA VOLTA IL GRANDE RESET
C’ERA UNA VOLTA IL GRANDE RESET

MODERAZIONE: UN RACCONTO SUFI

a cura di Mario Luigi Blandino

Un uomo di buon animo e mosso dai più buoni propositi ebbe la sventurata idea di convertire un serpente ai principi di compassione, amorevolezza e benevolenza.
Ma la cosa ancor più sventurata fu che il sant’uomo riuscì nel suo intento.
L’anno seguente, per caso, incontrò il rettile.
Lo stupore che colse l’uomo fu immenso.
Stentava a riconoscere il serpente da quanto si era trasformato: pieno di sfregi, ammaccato, sfibrato. Irriconoscibile!
«Ma che cosa ti è successo, fratello serpente?» chiese l’uomo dai buoni propositi.
«Dal momento in cui mi hai convinto ad assumere un atteggiamento benevolo ho perso il rispetto di ogni creatura. Nessuno mi teme più. Sono diventato lo scherno del bosco: mi prendono a zoccolate, mi strapazzano per gioco. Solo pochi animali mi capiscono. Bell’affare barattare ciò che ero con la premurosa benevolenza verso chicchessia!».
Dopo le parole del serpente, l’uomo pio fu colto da un’illuminazione di buon senso.
«Hai ragione, caro rettile! Mettere a freno le impennate dell’aggressività e la smodatezza dell’ambizione non significa immolarsi, ma moderarsi, agire con equilibrio e misura. Con eccessi di bontà e virtù ci si espone alla gogna; significa risvegliare le tendenze negative già presenti, ma sonnecchianti, negli altri. Compassione non implica il dover subire sempre e comunque, a oltranza. Benevolenza non comporta l’essere costretti a tollerare abusi e soprusi. Amorevolezza non corrisponde a martirio. Ti ringrazio di avermelo fatto comprendere. E ti chiedo perdono. Avrei dovuto semplicemente dirti: moderazione!».
Da quel giorno il serpente tirò su la testa: ammoniva chi tentava di annientarlo, mostrandogli, senza titubanze, a quali pericoli andava incontro.
Senza ricorrere a modi estremi, elesse come sue guide la moderazione e la fermezza.
Ovvero ciò che aveva sempre seguito prima del suo incontro con l’uomo dai buoni propositi.

MODERAZIONE: UN RACCONTO SUFI
MODERAZIONE: UN RACCONTO SUFI

UNDICI DOMANDE AGLI ATLANTISTI

di Riccardo Tristano Tuis

  1. Qual è la differenza tra l’intervento Nato in Jugoslavia e quello russo in Ucraina?
  2. Perché il Kosovo ha diritto all’autonomia e il Donbass no?
  3. Perché la Germania Est può scegliere di riunificarsi a quella Ovest e la Crimea non può scegliere di riunirsi alla Russia?
  4. Perché l’Ucraina ha diritto di entrare nella Nato e le Isole Salomone non hanno diritto di ospitare basi militari cinesi?
  5. Perché Usa, Francia e Israele possono bombardare la Siria e se la Russia fa lo stesso in Ucraina è un crimine?
  6. Perché la Nato può bombardare la Libia e se la Russia fa lo stesso in Ucraina è il nuovo Hitler?
  7. Perché gli Usa e il Regno Unito possono fare la guerra preventiva contro l’Iraq ma la Russia non può farla contro l’ingresso dell’Ucraina nella Nato?
  8. Perché la Slovenia e la Croazia possono dichiarare l’indipendenza dalla Jugoslavia, mentre la Crimea e il Donbass non possono dichiarare l’indipendenza dall’Ucraina?
  9. Perché l’assalto a Capitol Hill è un attentato alla Democrazia mentre il golpe di EuroMaidan è una rivoluzione democratica?
  10. Perché Israele può violare la sovranità di tutti i suoi vicini e se la fa lo stesso Russia è l’Impero del Male?
  11. Come mai non mandiamo armi allo Yemen e non mettiamo sanzioni all’Arabia Saudita?
UNDICI DOMANDE AGLI ATLANTISTI
UNDICI DOMANDE AGLI ATLANTISTI

Prima Roma: Mito e Sacra Religio

Una videoconferenza di Mercoledì 19 Ottobre, ore 21.15, in diretta streaming sui canali Facebook e Youtube del sito web Pagine Filosofali, di Luca Valentini, per la rubrica “Incontri d’Autore” dialoga con – Valentina Ferranti – Giacomo Maria Prati – Rainaldo Graziani co-autori e prefattore dell’opera “Prima Roma – Le origini alla luce del mito” (Edizioni XPublishing). Coordina gli interventi Rosanna Lia.

Roma nasce Impero, fin dall’inizio. Romolo, figlio di Marte, è fondatore sia dell’Urbe che dell’Impero. “Urbe”, cioè Città del Fuoco. Roma nasce Città-Stato imperiale, ma differente da ogni altra Acropoli etrusca, italica o le centinaia che popolavano allora l’Italia antica. Conferma simbolico-spirituale di questa misteriosa unicità e singolarità della Città Eterna è appunto il racconto di sette oggetti sacri che la Roma arcaica ha custodito per secoli gelosamente e che manifestano il suo carisma imperiale originario. Questo saggio è un canto alle origini misteriose di Roma, alla sua storia più arcaica, una ricerca che mette insieme la nebulose informazioni degli autori classici presentando innovative quanto affascinanti ipotesi.

Prima Roma: Mito e Sacra Religio
Prima Roma: Mito e Sacra Religio
Prima Roma: Mito e Sacra Religio