La fine di un mondo

di Alain De Benoist

La fine del mondo c’è stata, eccome! Non è avvenuta in un giorno preciso, ma si e spalmata su più decenni. Quello che è scomparso era un mondo, in cui la maggior parte dei bambini sapeva leggere e scrivere, si ammiravano gli eroi invece delle vittime, gli apparati politici non si erano ancora trasformati in macchine per stritolare le anime e si avevano a disposizione più modelli che diritti. Era un mondo, nel quale si poteva capire cosa intendeva dire Pascal, quando sosteneva che il divertimento ci distrae dall’essere veramente uomini. Era un mondo, nel quale le frontiere garantivano, a coloro che vivevano al suo interno, un modo di essere e di vivere che era di loro specifica pertinenza. Era un mondo, che aveva anche i suoi difetti e che talvolta è stato addirittura orribile, ma in cui la vita quotidiana della maggior parte delle persone era quanto meno garantita da dispositivi di senso, in grado di dare dei punti di riferimento, Attraverso i ricordi, quel mondo rimane familiare a molti. Taluni lo rimpiangono. Ma non tornerà.

Il nuovo mondo è liquido. Lo spazio e il tempo vi sono aboliti. Liberata dalle sue tradizionali mediazioni, la società è diventata sempre più fluida e segmentata, il che ne facilita la mercantilizzazione. Vi si vive alla maniera dello zapping. Con la scomparsa di fatto dei grandi progetti collettivi, in altre epoche portatori di visioni del mondo differenti, la religione dell’io – un io fondato sul desiderio narcisistico di libertà incondizionata; un io produttore di sè, a partire dal niente – è sfociata in una ”detradizionalizzazione” generalizzata, che va di pari passo con la liquidazione dei punti di rifermento e dei punti fissi, rendendo l’individuo più malleabile e condizionabile, più precario e più nomade. Da un mezzo secolo, la “osmosi finanziaria della destra finanziaria e della sinistra multi culturale”, come ha scritto Mathieu Bock-Cotè, si è sforzata, con il pretesto della “modernizzazione” emancipatrice, di fare confluire liberalismo economico e liberalismo societario, sistema di mercato e cultura marginale, grazie soprattutto alla strumentalizzazione mercantile dell’ideologia del desiderio, capitalizzando cosi sulla decomposizione delle forme sociali tradizionali. L’obiettivo generale è eliminare le comunità di senso, che non funzionano secondo la logica del mercato. Parallelamente, sono all’opera delle vere e proprie trasformazioni antropologiche, che toccano il rapporto con se stessi e con l’altro, il rapporto con il corpo, il rapporto con la tecniche. Domani arriveranno alla fusione programmatica fra l’elettronico e il vivente. Quando il desiderio di profitto si impone come unica motivazione, a detrimento di tutte le altre, il suo effetto performativo è quello di generalizzare lo spirito mercantile, che decompone la popolazione in semplici clientele. In questo contesto, il “politicamente corretto” è non una semplice moda un po’ ridicola, ma un mezzo forte per trasformare il pensiero, restringere ulteriormente uno spazio comune, generatore di obbligazioni reciproche, e rendere impossibile la riabilitazione di un universo di senso oggi scomparso. Stiamo infine assistendo all’istituirsi della governance, una sorta di cesarismo finanziario che consiste nel governare i popoli tenendoli in disparte. Lo Stato terapeutico e gestionale, dispensatore di ingegneria sociale e “grande sorvegliante”, si impegna, dal canto suo, a sopprimere la barriera esistente tra l’ordine e il caos. Esso basa il proprio potere sulla costituzione assolutamente volontaria di una situazione subcaotica, sullo sfondo di una fuga in avanti e di un’illimitatezza generalizzate, creando in tal modo una condizione di guerra civile fredda. Il concetto stesso di classe sociale viene congedato da una sociologia vittimistica, che al suo posto colloca la denuncia della “esclusione” e la “lotta contro le discriminazioni”, o da una “scienza” economica, che guarda al concetto di popolo come a una categoria residuale, nel momento stesso in cui la lotta di classe e più che mai in auge. Sotto l’effetto delle politiche di “austerità”, l’Europa sta scivolando nella recessione, quando non nella depressione. La disoccupazione di massa continua a estendersi, lo smantellamento dei servizi pubblici comporta la riduzione dei beni sociali e il potere d’acquisto crolla. Un quarto della popolazione europea (120 milioni di persone) è sotto la minaccia della povertà. In passato, si sono fatte rivoluzioni per molto meno. Oggi non accade niente di simile; certo, le delocalizzazioni, i licenziamenti e i piani sociali provocano delle proteste, ma non assistiamo ad alcun sciopero di solidarietà e meno che mai a scioperi generali: la lotta per il mantenimento del posto di lavoro non ha prospettive al di là di se stessa. Perché la crisi viene subita cosi passivamente? Perché i popoli sono sfiniti, sbalorditi, sgomenti? Perché hanno interiorizzato l’idea che non esistano alternative? I popoli vivono sotto l’orizzonte della fatalità. Attendono che ciò accada, ma non accadrà perché il capitalismo si scontra oggettivamente con limiti storici assoluti. Viviamo una crisi di un ampiezza assolutamente inedita, che tocca il sistema capitalista a un livello di accumulazione e di produttività mai raggiunto finora. Le crisi del XIX secolo avevano potuto essere superate perché la forma-capitale non si era ancora impadronita di tutta la riproduzione sociale, e quella del 1929 e stata superata grazie al fordismo, alla regolazione keynesiana e alla guerra. La crisi attuale, che interviene sullo sfondo della terza rivoluzione industriale, è una crisi strutturale, contrassegnata dalla completa emancipazione della finanza di mercato rispetto all’economia reale e dall’indebitamento generalizzato. Uno dei suoi effetti diretti e consistito nell’affidare il potere politico ai rappresentanti di Goldman Sachs e di Lehman Brothers, ma nessuno troverà una soluzione alla questione, perché non esiste un meccanismo che consenta di avere ragione della crisi. Le bolle finanziarie, il credito di Stato e la macchina che stampa banconote, vale a dire la creazione di capitale-denaro fittizio, non possono più risolvere il problema della desostanzializzazione generalizzata del Capitale; sia che ci si diriga verso un’inflazione incontrollabile in assenza di qualsiasi reale valorizzazione – trattando l’attuale crisi di solvibilità come una crisi di liquidità – sia che si vada verso un generalizzato default nei pagamenti, tutto ciò non può che finire con un terremoto.

In un’epoca come la nostra, esistono solo quattro tipi di uomini. Ci sono coloro che, del tutto consapevolmente, vogliono che ci si infili sempre più lontano nel caos e nella notte. Ci sono quelli che, volontariamente o no, sono sempre pronti a subire. Ci sono i diplodochi reazionari, che vivono la situazione attuale sul registro della deplorazione; fra geremiadi e commemorazioni, credono di poter far tornare il vecchio ordine, ragione per cui non fanno altro che registrare sconfitte; infine, ci sono coloro che vogliono un nuovo inizio: vivono nella notte ma non sono della notte, poiché vogliono ritrovare la luce, e sanno che al di sopra del reale c’è il possibile; a loro piace citare George Orwell:

“In un’epoca di universale disonestà, dire la verità è un atto rivoluzionario”.

La fine di un mondo
La fine di un mondo

LA FULVA DEI FUNGHI

a cura di Ottava di Bingen

“I funghi sono apparsi molto presto sulla Terra, eppure sono trascurati dalla storia naturale.
Il loro regno è separato da quello degli animali e delle piante.
Non mangiano.
Decompongono la Materia.
Non hanno testa o rami ma una rete di filamenti capaci di proliferare con accanimento, di mutare, di cambiare traiettoria.”

Post Scriptum di Vincenzo Di Maio

La Fulva si distingue dalla Fauna e dalla Flora come categoria biologica della vita poiché racchiude tutti gli esseri che permettono l’ecosistema della vita minerale della terra, proprio come a livello micro fanno i batteri e come a livello meso fanno appunto i funghi e a livello macro fa l’aria attraverso i venti trasportando polveri sottili. La fulva infatti rappresenta un colore minerale tipico dell’oro e pertanto si distingue per rappresentare il mondo minerale, che insieme al mondo vegetale della flora e al mondo animale della fauna rappresentano le tre dimensioni della vita sulla terra, i tre regni biologici del nostro pianeta.

LA FULVA DEI FUNGHI
LA FULVA DEI FUNGHI

MEMORIE DI UN AFROAMERICANO

di Muhammad Ali

“Non ho visto neanche un mendicante per le strade dell’Unione Sovietica. Non mi sono mai sentito così sicuro senza il rischio di essere derubato.

Mi è stato detto che non c’era libertà di religione nell’Unione Sovietica, ma in realtà i musulmani, cristiani ed ebrei pregano liberamente.

Credo che le relazioni tra la nostra gente siano cattive a causa della propaganda bugiarda…, ho corso di mattina in luoghi sconosciuti dove la gente non aveva mai visto un uomo nero.

Sono passato di corsa con due donne russe che stavano andando a lavorare. Non si sono guardate intorno e non hanno chiesto cosa stessi facendo.

Non posso correre la mattina in alcuni quartieri bianchi americani. Se mi vedono correre, si chiedono chi voglio rubare.

In Unione Sovietica correvo fino a sera, passavo tra i russi e non mi guardavano nemmeno, non si chiedevano perché ci fosse un uomo nero che correva lì.”

MEMORIE DI UN AFROAMERICANO
MEMORIE DI UN AFROAMERICANO

LA RIVELAZIONE SUL MONTE DELLA LUCE

a cura di Giuseppe Aiello

Così iniziò la Rivelazione al Profeta Muhammad, nella Caverna di Hira.
(Corano sura 96):

Recita!
Con il Nome del tuo Rabb [Signore], colui che ha plasmato (khalaqa), ha plasmato (khalaqa) l’insan [l’adamita] da una “sostanza aderente” (alaq).
Recita! E il tuo Rabb è il più generoso, colui che ha insegnato con il qalam, ha insegnato all’insan quello che non sapeva.
No! Di fatto l’insan sicuramente trasgredisce, si vede autosufficiente.
Di fatto, al tuo Rabb è il “ritorno” (ruj’a).

Hai visto colui che impedisce a un fedele (abd) di pregare?
Hai visto se egli è sulla “guida” (huda) o se comanda con taqwa?
Hai visto se egli nega e si allontana [volta le spalle]?
Non sa che il-dio (Allah) vede?
No! Se non desiste, sicuramente NOI lo trascineremo per il “ciuffo” (nasiyati), un “ciuffo” mentitore, peccatore.
Poi gli permetteremo di chiamare i suoi associati, [ma] NOI chiameremo gli “accoliti” (zabaniyata).
No! Non obbedirgli, ma prostrati e avvicinati.

LA RIVELAZIONE SUL MONTE DELLA LUCE
LA RIVELAZIONE SUL MONTE DELLA LUCE

Ad ogni longitudine può esserci un amico

a cura di Cinitalia

Quando la Cina persegue la coesistenza pacifica sta estendendo il tradizionale concetto di fare amicizia con gli altri. Come raccontano i Dialoghi di Confucio e il Vangelo dell’amicizia di Matteo Ricci. La parola a due esperte, Luo Hongbo e Alessandra Lavagnino.

Nell’interscambio fra le civiltà dell’Oriente e dell’Occidente, una delle strade più frequentate, l’antica Via della seta, già duemila anni orsono legava la dinastia degli Han occidentali all’antica Roma. Settecento anni fa Marco Polo, diciassette anni dopo aver iniziato il suo viaggio in Cina, lasciava la città di Quanzhou nella provincia del Fujian, da lui chiamata la “città di luce”, per far ritorno alla sua Venezia, percorrendo la Via della seta marittima.

Ancora oggi l’amicizia millenaria fra Cina e Italia si snoda lungo la Via della seta. Sappiamo che la vita della comunità internazionale è non solo più complessa di allora ma anche in continuo divenire. Quali strumenti potrebbero essere attualmente utilizzati per rafforzare l’amicizia fra queste due civiltà?

Luo Hongbo è ricercatrice senior dell’Accademia delle Scienze Sociali cinese (CASS), di cui ha diretto il Centro sugli studi Italiani ed europei, ed è stata insignita nel 1993 dell’onorificenza di Cavaliere dall’ambasciata d’Italia in Cina; Alessandra Lavagnino è direttrice dell’Istituto Confucio dell’Università degli Studi di Milano. Ecco che cosa ci hanno consegnato, giudizi, pareri, sollecitazioni.

Quali tratti accomunano Cina e Italia e le civiltà orientale e occidentale che loro rappresentano?

Luo Hongbo: Le due civiltà condividono molto, i nostri due paesi geograficamente distanti ebbero modo di conoscersi fin dall’antichità e apprezzarsi, tanto e vero che le loro relazioni si sono perpetuate nei secoli fino ad oggi. Ogni dinastia cinese, nell’avvicendarsi, ha favorito i reciproci scambi migratori, rendendo possibile in questo modo la permeabilità delle rispettive eredità culturali. Entrambi i paesi hanno poi in comune la particolare responsabilità storica di aver offerto eccellenti contribuiti all’intera civiltà mondiale: la cultura cinese influenza la maggior parte dell’Oriente tanto quanto l’italiana influenza l’Occidente. Sia nelle epoche dei Qin e degli Han che nell’antica Roma esisteva un avanzato sistema politico, venivano già da lungo tempo sviluppate tecniche di coltivazione, era stata implementata l’agronomia ed era dedicata grande attenzione all’educazione. Il forte concetto di famiglia degli italiani, fra tutti i paesi occidentali, è il più simile a quello cinese. E che dire… anche le gastronomie dei due paesi hanno tante somiglianze.

Alessandra Lavagnino: Notoriamente l’antica Grecia e l’antica Roma rappresentarono l’apice della civiltà occidentale e l’impero romano sviluppò meritoriamente un sistema legale, politico e di trasporto adeguato alle necessità del proprio tempo e uniforme in tutta la propria estensione. Ciò che impressiona è che dette vita a qualcosa di assolutamente speculare alla Cina delle dinastie Qin e Han. I due imperi romano e cinese pur avendo origine alle due estremità di Europa e Asia e nonostante a quel tempo non fossero affatto agevoli gli scambi diretti, alimentarono forme di civiltà simili, quasi seguendo meravigliose vibrazioni comuni. Ancora oggi i geni culturali ereditati dall’antichità conferiscono ad entrambi i paesi solide basi e identità culturali forti.

Luo Hongbo: Gli scambi sono fondamentali per lo sviluppo di ciascuna civiltà. All’epoca dell’imperatore Hanwudi, a cavallo tra il II e I secolo avanti Cristo, vennero inviati esploratori, come Zhang Qian, che iniziarono a viaggiare nelle regioni occidentali e che, sebbene non avessero raggiunto l’Europa, contribuirono indirettamente alla diffusione di seta, porcellana e bronzo nel vecchio continente. Nel libro dello storico Fan Ye Hou Han shu, la storia delle regioni occidentali, scritto nel 445 dopo Cristo, viene nominata Roma con il nome di Daqin: “questo paese viene chiamato Daqin, i cui popoli sono alti ed eleganti, simili ai cinesi”. Donald Frederick Lach afferma che “durante il Rinascimento i pittori disegnavano la natura in modo realistico, il che dimostra senza dubbio un’influenza dall’Oriente”. Anche l’Italia si avvicinò attivamente all’Oriente. A partire dal tredicesimo secolo un gran numero di commercianti e missionari italiani arrivò in Cina, da un lato facendo conoscere la propria cultura, dall’altro contribuendo alla diffusione di quella cultura cinese in Occidente. Il reciproco desiderio della Cina e dell’Occidente di esplorarsi è evidente sin dall’antichità. Nel Monumento del Millennio a Pechino, fra le immagini dei cento personaggi che hanno avuto maggiore rilievo nella storia cinese, sono immortalati solo due stranieri, entrambi italiani, distintisi per l’ampiezza e la profondità degli scambi culturali sino-italiani: Marco Polo e Matteo Ricci. Inoltre, tanti scrittori italiani – Dante Alighieri, Francesco Petrarca, Giovanni Boccaccio – hanno destato grande curiosità negli intellettuali cinesi. Dopo la Riforma e apertura di Deng Xiaoping, un gran numero di studenti cinesi ha potuto recarsi in Italia per motivi di studio, e il numero continua a crescere anno dopo anno grazie ai progetti italiani Marco Polo e Turandot.

Alessandra Lavagnino: Ricordiamoci che sulle coste italiane sono stati riportati alla luce antichi bronzi cinesi, che raggiunsero Roma presumibilmente attraverso la Via della Seta Marittima. I nobili della Città eterna annoveravano la seta cinese tra i tesori più preziosi e si riferivano alla Cina con il nome di “Seres”. La tecnica della tessitura della seta cinese fu introdotta in Italia soltanto nel XIII secolo e componenti cinesi sono stati rintracciati sulla seta prodotta a Lucca nel secolo seguente. Sempre nel XVI secolo troviamo altri esempi di interscambio, quando alcuni missionari di ritorno in Europa introdussero il sistema dell’esame imperiale cinese. Gli inglesi, per conoscerlo meglio, inviarono a più riprese esploratori in Cina ritenendo che questo sistema cinese, rispetto a quello su base ereditaria tipico dell’aristocrazia occidentale, tenesse in maggiore considerazione l’uguaglianza di tutti. Solo intorno al XIX secolo, dopo lunga rielaborazione del sistema di esame cinese, i paesi occidentali introdussero nei propri ordinamenti l’esame per i civil servant.

Si potrebbe comprendere meglio la Cina, superando talvolta una stigmatizzazione anti-cinese. Come fare, secondo voi?

Luo Hongbo: Distanti per storia, cultura, tradizioni e valori, la Cina, i paesi occidentali e americani sono anche reciprocamente attratti, sebbene permangano pregiudizi e incomprensioni. Negli ultimi anni un numero maggiore di italiani ha visitato la Cina e dopo una buona permanenza è stato in grado di comprendere meglio il nostro paese. E’ un inizio di consapevolezza (anche se il numero dei visitatori è troppo esiguo…); gli italiani per lo più s’imbattono nella Cina tramite tivù, riviste e Internet, e alcune delle informazioni che vi sono riportate possono essere inaccurate o unilaterali. Come conciliare il più possibile i diritti e gli interessi di entrambe le parti in una vicendevole cooperazione anziché in un antagonismo? Cerchiamo tutti di approfondire seriamente l’argomento e di documentarci. Come conoscere in profondità e comprendere meglio la Cina? Matteo Ricci è un buon esempio, il primo libro da lui scritto in cinese si intitolava Il Vangelo dell’amicizia. Fin dall’antichità la Cina ha riservato il più grande omaggio al “fare amicizia” ed è su questo che anche nei celebri Dialoghi di Confucio possiamo trovare tante riflessioni. Quando oggi la Cina persegue l’obiettivo di una coesistenza pacifica, in realtà ciò che fa è solo un’estensione del fare amicizia con gli altri. Guardando all’attuale situazione internazionale, sarebbe bene se Cina e Occidente diffondessero ulteriormente questa filosofia di vita, anche intensificando la reciproca conoscenza storica e gli scambi di studio tra le due civiltà.

Alessandra Lavagnino: È facile che si creino malintesi quando lingue e culture sono così diverse e la comprensione reciproca è così limitata. Per conoscersi occorre intensificare contatti, consultazioni e spiegazioni, innanzitutto fra coloro che fungono da intermediari. Dobbiamo poi impegnarci nel formare un maggior numero di persone alla conoscenza della lingua e della cultura della controparte, perché sia costruito un autentico ponte per la comunicazione. Quando la scena internazionale diventa complessa e delicata, a maggior ragione Cina e Occidente dovrebbero rafforzare l’interazione e aumentare le occasioni di incontro fra i loro popoli. In anni recenti la tesi di una minaccia proveniente dalla Cina s’è fatta strada in Occidente, soprattutto tramite chi negli Stati Uniti promuoveva la tesi della “Trappola di Tucidide”… Ma il mondo si appresta ad affrontare nuove sfide, come il cambiamento climatico, viviamo sullo stesso globo e tutti dovrebbero sforzarsi di perseguire obiettivi comuni intensificando le comunicazioni, per poter vivere pacificamente. La politica può essere unilaterale, ma l’autentica cultura no. E’ necessario partire da una comune base culturale per poter portare avanti un dialogo costruttivo. Tra noi Il dialogo è assolutamente la cosa più importante. Un dato comunque positivo è che un numero sempre più alto di cinesi e italiani hanno intrapreso ciascuno lo studio della lingua dell’altro.

Luo Hongbo: Sì, la comprensione reciproca è migliorata. Dal lato cinese posso dire che i miei concittadini conoscono bene l’arte, i monumenti, la musica, il calcio e la gastronomia italiani, come pure la moda. Il nostro paese ha importato dall’Italia tanti prodotti ad alta tecnologia, anche i segnali ferroviari.., elicotteri, lampade, ecc.. Per chi studia in università la lingua italiana è stato avviato un corso di comunicazione interculturale, per cui oltre ad apprendere la lingua, gli studenti devono conoscere anche la storia e la cultura dell’Italia. Sono anche in continuo aumento le traduzioni di libri e gli scambi in ambito artistico e cinematografico. Vedo che gli italiani amano non solo la seta, la ceramica e il tè cinesi ma si interessano anche della nostra medicina tradizionale, molti vengono appositamente per imparare la medicina e l’agopuntura cinesi. Gli italiani conoscono anche la cultura vernacolare cinese attraverso il cinema e la letteratura. Come riuscire a trasformare i conflitti tra civiltà in scambi ed integrazione? Dialogare è essenziale. E se la situazione è molto complessa, sarà necessario intensificare la comunicazione. Capirsi, conoscersi e accettarsi.

Alessandra Lavagnino: Mio padre è stato un compositore. Nel 1957 si recò in Cina per partecipare alla registrazione del documentario La Grande Muraglia e tornando a casa portò molti regali: libri cinesi, registrazioni musicali, seta… e, soprattutto, ci raccontò tante storie. Sono stata affascinata da questo paese misterioso sin da allora… All’università ho studiato lingua cinese e nel 1974 sono stata scelta per insegnare alla Shanghai International Studies University, e mi sono dedicata ad approfondire la lingua e la cultura cinesi. All’inizio mi sono appassionata allo studio dell’antica Cina e ho curato la traduzione in Italiano del classico Wenxin Diaolong, che dal 1995, anno di pubblicazione, ha avuto ampia eco nell’ambiente letterario italiano. Negli anni ’90 ho avuto la possibilità di restare in Cina per ben quattro anni e da allora mi sono dedicata allo studio della Cina moderna, soprattutto della sua poesia, dell’arte e del cinema. Ho tradotto altri libri, La Montagna dell’Anima di Gao Xingjian, La storia del giogo d’oro di Zhang Ailing, Il ragazzo del risciò di Lao She, e ho stretto importanti buone amicizie cinesi come con Mo Yan, Zhang Yimou, Yu Hua, la professoressa Luo Hongbo… e molti altri. Nel 2009 c’è stata la fondazione dell’Istituto Confucio dell’Università degli studi di Milano statale, e sono direttore della parte italiana. Negli anni recenti è progressivamente aumentato il numero di persone che studiano cinese o italiano, ed è una buona notizia perché conoscere la lingua è la via maestra per ogni scambio culturale. In istituto abbiamo i materiali più vari per lo studio della lingua e della cultura antica, del cinema, della poesia e della musica cinese – che occorre far conoscere, anche favorendo l’incontro tra i ragazzi. Per attivare l’insegnamento della lingua cinese noi ci rendiamo disponibili, anche per gli alunni delle elementari e delle medie! Solo in Lombardia sono già cinquanta le scuole che in pochi anni hanno aperto corsi, che vengono impartiti da laureati nella nostra università. Formare gli insegnanti di lingua cinese è proprio un mio compito fondamentale, per mettere a frutto l’eredità di generazioni.

Ad ogni longitudine può esserci un amico
Ad ogni longitudine può esserci un amico

Dove è finito il dibattito culturale?

a cura di Lortoincolto

Penso alle battaglie vecchie di un secolo, schermaglie italiane tra Terragni e Piacentini o, più in generale, quelle tra Sartre e Camus, oppure addirittura a veri duelli come tra Ungaretti e Bontempelli a casa Pirandello…

Oggi il dibatto appare fermo o, peggio, imbarazzante, si limita spesso a commenti sui social, dove è impossibile approfondire o chiarire.

In foto: Casa del Fascio a Como (1936), progetto Giuseppe Terragni.

Nel periodo più buio tra le due guerre in Italia l’architettura era al centro del dibattito culturale, che accompagno l’intensa attività edilizia per la realizzazione di scuole, ospedali, palazzi di giustizia, uffici postali, stazioni ferroviarie, impianti sportivi e industriali, nuovi edifici collettivi come le Case del Fascio, le Case dell’Opera Nazionale Balilla, le Case del Dopolavoro, le Colonie marine e montane e molti quartieri di case popolari. Un impegno nei lavori pubblici che generò schieramenti culturali, esemplificativi quelli contrapposti tra pro-razionalismo (Terragni) e pro-monumentalismo (Piacentini), con intenti linguistici radicalmente diversi. Lo scontro tra monumentalisti e modernisti divenne presto una battaglia senza esclusione di colpi dopo la costruzione della Casa del Fascio di Terragni.

Dove è finito il dibattito culturale?
Dove è finito il dibattito culturale?

La Repubblica Islamica dell’Iran. Un ideale d’azione in vista della Restaurazione finale

a cura di RAIDO.IT

Sabato 11 gennaio, la Libreria Cinabro e il Centro Studi Internazionale Dimore della Sapienza hanno suggellato la comunanza di intenti nella comune battaglia per la testimonianza e la difesa dei Princìpi della Tradizione, sul piano culturale, ma non solo. Presso la sede della Libreria, in Roma, in via Bressanone n.1, Giuseppe Aiello, presidente del suindicato Centro Studi, ha presentato la sua ultima opera La Repubblica Islamica dell’Iran alla luce della Tradizione. Un’ideale d’azione in vista della restaurazione finale, edito dalla casa editrice Irfan Edizioni, di cui lo stesso Aiello è titolare. Il testo è un’opera enciclopedica, in cui ogni aspetto della Repubblica Islamica dell’Iran è attentamente letto alla luce dei Princìpi della Tradizione (così come espressi e identificati da René Guénon): il rapporto con il sacro, la vita politica, l’architettura, il rapporto con il processo tecnologico e scientifico, le relazioni tra i sessi e la funzione rivoluzionaria dei suoi esempi.

È significativo che, proprio l’11 giugno, anniversario del trapasso di Julius Evola, sia stata evocata proprio la via dell’azione, quella vera perché radicata nei Princìpi eterni della Tradizione. Evola, infatti, nelle sue fondamentali intuizioni, ha tratteggiato una via di approssimazione alla Tradizione fondata proprio sull’azione impersonale, così com’è più consono alle possibilità dell’uomo occidentale: la stessa via e lo stesso approccio testimoniato dalla storia, dagli esempi e dai martiri della Rivoluzione iraniana e della Repubblica Islamica dell’Iran.

Per introdurre l’argomento, subito l’Autore ne ha inquadrato il contesto tradizionale: i punti cardine dell’Islam sciita duodecimano, la forma tradizionale propria alla Repubblica Islamica dell’Iran, e, in particolare, la dottrina dell’imamato. Ne è uscito così il ritratto di una dimensione metapolitica, prima ancora che storico-politica, in cui la spiritualità dello sciismo fa tutt’uno con la vocazione imperiale e universale propria alla “persianità” (la “romanità” del medio-oriente), che ha trovato nuova linfa e un rinnovato volto con l’avvento dell’Islam, nell’idea di ‘nazione islamica’.

È stata, così, inquadrata la vocazione escatologica che l’Iran ha assunto coscientemente sul panorama internazionale e, alla luce di tali premesse, ne sono state definite la politica estera e quella interna.

Sono poi stati affrontati alcuni aspetti specifici della vita spirituale, politica e sociale dell’Iran: il rapporto tra le diverse forme e identità tradizionali che vi convivono; la vita delle realtà di tipo iniziatico ed esoterico; il rapporto con il progresso tecnico e scientifico; l’architettura tradizionale e il concetto di bellezza.

Quanto precede, ha introdotto al cuore della Rivoluzione Islamica: il valore degli esempi.

In Iran, infatti, in quanto realtà tradizionale, l’esempio ha un fondamentale valore pedagogico. Non solo l’Ayatollah Khomeini e il martire Qassem Soleimani, che, tra tutti, hanno saputo incarnare a pieno l’idea di uomini della Tradizione, votati ad un’azione sempre radicata in Alto nella meditazione e nella preghiera, ma anche i giovani martiri caduti nella guerra imposta Iran-Iraq, a ciascuno dei quali sono intitolate le vie principali delle città iraniane, sono i modelli alla cui luce crescono le generazione dei giovani iraniani, linfa di una rivoluzione permanente, non ancora compiuta.

L’opera presentata ritrae, dunque, i caratteri peculiari di una realtà ortodossamente tradizionale e quanto mai attuale, cosciente di trovarsi in una fase ormai prossima alla restaurazione finale e principiale e la cui missione metastorica ed escatologica è il porre un argine alle forze della dissoluzione, per preparare il mondo e le anime al ritorno del Mahdi, del restauratore della Tradizione primordiale.

La Repubblica Islamica dell’Iran. Un ideale d’azione in vista della Restaurazione finale
La Repubblica Islamica dell’Iran. Un ideale d’azione in vista della Restaurazione finale

IL DISCORSO DI PUTIN

di Alexander Dugin

Il discorso di Putin si limita ad affermare alcune delle conseguenze, direi le più ovvie, della decisione di avere una SMO [special military operation – operazione militare speciale], il tutto in uno spirito di realismo, anche se la SMO è qualcosa di molto più serio. Il realismo nel contesto attuale non può che essere una teoria del mondo multipolare. Finora ci sono stati solo accenni a questo, ma non è difficile dedurre tutti i passi successivi.

Ogni cosa si svolge rigorosamente secondo lo scenario eurasiatico, con solo un ritardo e degli zigzag.

Il 24 febbraio 2022 è apparso chiaro che la Russia ha cambiato radicalmente rotta. Di fatto, il paradigma dominante nel Paese è cambiato, e si potrebbe anche dire il regime politico e ideologico.
Putin aveva già fatto una rivoluzione dall’alto, ma finora ciò non è stato particolarmente pubblicizzato o reso noto. Putin continua ad agire nello spirito della strategia di Drozdov, dove la cosa principale nel PCC è la dissimulazione e la copertura.

Le élite sono finite. Ora le élite dell’era della Novorossiya, il conflitto a Kiev e Lvyv con i nostri militari, il totale confronto faccia a faccia con l’Occidente, l’incorporazione delle regioni di Kherson e Zaporozhye (per non parlare del Donbass) nella Russia, sono tutte novità. Élite aperte all’Asia e all’Africa, ma chiuse a tutto ciò che è occidentale.

Per il liberalismo andranno presto in prigione. Ma Putin non ha detto tutto questo, ha solo descritto pacificamente un quadro che corrisponde piuttosto al marzo 2022, un marzo, come avrebbe dovuto essere, ma che si è rivelato molto diverso.

Nessuno si aspettava una decisione sime sulla SMO e la sua inaspettatezza spiega in gran parte i nostri successi, anche se non sono completi e ne sarebbero auspicabili altri, ma lo sono. Successi reali che hanno pagato un prezzo pesante.

La Russia si è liberata dall’Occidente. Ora siamo liberi. Questo è il successo principale.

Quando le élite si renderanno tardivamente conto di questo fatto fondamentale, si ridurranno in polvere come zombie, e il quadro di civiltà del nostro Paese e della nostra società sarà messo a nudo. Questo è l’Impero, l’illiberalismo, l’alleanza patriottica tra patrioti di destra e di sinistra, l’escatologia e la resurrezione spirituale della Russia.

La grande depurazione è già in corso e andrà avanti da sé. Nessuno la proclamerà. Solo quando sarà passato, Putin annuncerà di nuovo, tardivamente e allegoricamente, qualcosa di non del tutto chiaro.
È meglio avere un uomo che non è particolarmente articolato ma che fa la cosa giusta in un momento decisivo, piuttosto che un fine oratore incapace di fare qualcosa. Dopo tutto, a un agente dei servizi segreti si insegna a parlare solo per nascondere ciò che è reale, non il contrario. Quindi non impareremo mai nulla dalle parole di Putin, solo dalle sue azioni è possibile. E ha iniziato a fare cose serie il 24 febbraio 2022. Dobbiamo ascoltare il linguaggio di quee azioni e individuare la loro logica.

Aleksandr Dugin

IL DISCORSO DI PUTIN
IL DISCORSO DI PUTIN

UNA SOCIETA’ CONTRARIA AD OGNI FORMA DI SOCIALIZZAZIONE PRODUCE MOSTRUOSITA’

Tratto da Primato Nazionale

Roma, 16 giu – Mario, trovato morto mummificato dopo mesi. È la straziante storia pubblicata anche su Repubblica, forse la vicenda più triste e demoralizzante degli ultimi mesi.

Mario, mummificato e dimenticato da tutti
La cosa terribile di questa vicenda non è tanto che Mario sia morto, peraltro giovanissimo e a soli 48 anni. La cosa agghiacciante è che Mario sia stato trovato mummificato. L’angoscia terribile è che sia perito completamente solo, al punto che nessuno si era accorto del suo decesso, avvenuto prima di Pasqua, quindi ad aprile, a Torino. Mario aveva una sorella, che gli pagava le spese, ma con cui non aveva alcun rapporto. Nessuno, in mesi di silenzio, gli aveva telefonato. Mario non aveva un lavoro, non aveva passioni. Per molti, la colpa sarà di Mario, se le cose sono andate così. Anche se si tratta della scusa tipica che individui di ogni provenienza etica e culturale proferiscono, è indubbiamente possibile che sia andata così. C’è però un punto che i farisei d’oggi – di ogni fede e cultura – tralasciano sempre: sarebbe possibile anche smetterla di individuare un caso del genere come l’unica origine responsabile della sua orribile fine. Anche se le colpe fossero di Mario, una comunità sana dovrebbe in ogni caso, senza pensarci due volte, riflettere su quali siano i propri limiti. Perché di limiti ce ne sono. E in molti, troppi in questo mondo, ai propri limiti non pensano proprio. Con l’arroganza anche di ritenersi fuori da ogni critica. Chissà se qualcuno riflette sul fatto che nemmeno i vicini abbiano avuto alcun riguardo per il “silenzio” mortifero dell’uomo. E che se ne siano accorti per un solo motivo: con il caldo, il cadavere aveva iniziato a puzzare. Onestamente, ne dubito. Perché di comunità sana, noi, abbiamo ben poco.

Siamo una società di atomi. Ed automi
A chi scrive la retorica non piace per nulla. Ma la verità è che è necessaria, quando serve. Soprattutto quando è così aderente alla tristissima realtà che viviamo. L’inquietante mondo in cui ci troviamo. Pieno di individualisti che criticano l’indvidualismo. Pieno di sedicenti solidali che avallano i meccanismi di un sistema socio-economico, quello globale ed iperliberista, che non fa altro che distruggere la solidarietà e portare la gente alla miseria. Viviamo in un mondo in cui la gente abbocca ai proclami delle Ong, degli aiuti su scala globale promossi da sedicenti “filantropi”. Viviamo in un pianeta in cui perfino se si segue una strada teorica di amore del prossimo, lo si attacca se questo chiede aiuto e quindi in fin dei conti non lo si ama così tanto, il prossimo. Sotto ogni punto di vista: fisico, ma anche spirituale. E, nella fattispecie, abitiamo in un mondo in cui gli individui vivono sempre più da soli. Inevitabile riflesso di cinquant’anni di propaganda folle contro la famiglia, contro i figli, contro qualsiasi nucleo. Beninteso che la questione è più complessa di quanto non sia la terribile storia del povero Mario mummificato. Ma la tragedia di un uomo che muore dimenticato da tutti, inevitabilmente, porta ad ampliare la mente e a riflettere su tante, troppe storture del nostro modo di “non stare insieme”.

di Stelio Fergola

UNA SOCIETA' CONTRARIA AD OGNI FORMA DI SOCIALIZZAZIONE PRODUCE MOSTRUOSITA'
UNA SOCIETA’ CONTRARIA AD OGNI FORMA DI SOCIALIZZAZIONE PRODUCE MOSTRUOSITA’

LA TRADIZIONE INDOEUROPEA CONTRO IL MONDO MODERNO

“La tradizione indoeuropea rappresenta una muta rivolta contro il mondo moderno. L’immagine tradizionale d’un corpo sociale implicante una comunità organica differenziata e raccolta intorno a vincoli di solidarietà condanna in anticipo la concezione di una società intesa alla stregua di una massa di consumatori, i quali non si distinguono che per il loro potere d’acquisto […]. Il colpo micidiale contro tale tradizione rischia di essere annunciato (programmato?) per il secolo che viene, ed è quello inerente alla sopravvivenza stessa del tipo indoeuropeo. Ma in nessun luogo è scritto l’avvenire: la rivolta che urge contro l’euro-mondialismo potrebbe ben annunciare una rivitalizzazione della nostra tradizione ancestrale”.

Jean Haudry

LA TRADIZIONE INDOEUROPEA CONTRO IL MONDO MODERNO
LA TRADIZIONE INDOEUROPEA CONTRO IL MONDO MODERNO