La decostruzione è ideologia di sinistra. Distruggere la famiglia (legami antropologici naturali, sostituire il concetto di parentela elettiva a quella naturale), usare il sesso sui giovani e sui minori, il gender, la cultura del piacere che si oppone a quella del dovere, infantilizzare i giovani adulti (anche vestiario, mode, musica, intrattenimento, cannette, birretta concertino, pagati con soldi dei lavoratori, contadini, operai), annullare la capacità di DIFESA nei maschi (nelle culture umane i gruppi sono difesi dai maschi, c’è poco da fare), eliminare la religione, il mito, la sacralità. Sacralizzare il discorso politico con i sacerdoti laici. La Scuola di Francoforte, lo strutturalismo, l’ateismo spinto, eutanasia, aborto, il mito del progresso. Abbattere gli Stati ed eliminare i confini. In una parola: ANDARE CONTRO NATURA.
Questa è una ideologia precisa. Che è di Sinistra e non di destra. Altro vizio storico: quello di destra lo devi offendere, insultate, non ha diritto alcuno di governate ed è inferiore culturalmente, se sbaglia va distrutto. Quello di sinistra è nel giusto, se sbaglia eh ma “sbagliano tutti e due”.
Preve, filosofo marxista italiano ebbe a dire che “la sinistra è una malattia mentale”.
Lo credo anche io. È già il frutto di culture moderne, staccate dalla natura, impiegati, alienati. Che quindi distruggono l’antropologia umana, non avendone bisogno per sopravvivere e avendo invece bisogni narcisistici e identificativi.
Tanto che il Transumanesimo è di sinistra progressista.
La destra che valori propagandava (per finta, SOTTOLINEO)? Famiglia, procreazione, forza, nei giovani cultura del dovere, religione. Insomma, valori universali antropologici su cui tutte le civiltà umane sono sopravvissute per migliaia di anni.
Ma no, arriva l’uomo moderno, il coglione che se lo lasci in un bosco muore in due giorni di fame perché non sa nemmeno chinarsi a raccogliere un’erba, e si erge a migliore di tutti. Vi diciamo noi come si deve vivere, NOI decidiamo per tutti. Ed ecco: Nazismo e Comunismo.
La seguente analisi si articola in tre differenti sezioni e cerca di valutare il conflitto attraverso aspetti inerenti il diritto internazionale, la dottrina militare ed il dato economico. Nello specifico, pur riconoscendo che, come affermava Karl Haushofer, la geopolitica non è una scienza esatta, si cercherà di dimostrare che l’azione russa, lungi dall’essere “fallimentare” o scarsamente pianificata (come viene presentata in un Occidente sempre più distante dalla realtà), è il prodotto di un calcolo freddo e razionale di costi e benefici.
In punta di diritto
È assai difficile poter valutare secondo i criteri di un diritto internazionale sostanzialmente americanocentrico quella che si presenta come l’aggressione militare di una potenza non occidentale. Tuttavia, è bene ricordare che la Russia, in passato (intervento in Siria e annessione della Crimea in virtù del concetto di Responsibility to Protect), ha spesso cercato di presentarsi come Stato che agisce proprio in conformità con tale diritto.
In primo luogo, l’attuale diritto internazionale può essere considerato come una sorta di jus contra bellum da opporsi al concetto di justa causa belli. Questo approccio teorico antimilitarista, naturalmente, viene calpestato senza particolari scossoni tra l’opinione pubblica ogniqualvolta a muovere guerra sia la potenza egemone sul piano globale (gli Stati Uniti) o l’avamposto occidentale nel Levante (Israele). A questo proposito, non si può prescindere dal ricordare che esistono alcune eccezioni per ciò che concerne la violazione dell’integrità territoriale di uno Stato (teoricamente) sovrano. Questa è ammessa o in caso di autorizzazione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU o in caso di necessaria autodifesa collettiva. Questa autodifesa (il caso russo) deve rispondere a due criteri: a) necessità; b) proporzionalità.
È evidente che l’intervento russo è l’inevitabile prodotto del muro contro muro dell’Occidente rispetto al più che legittimo diritto alla sicurezza della seconda potenza militare al mondo. Mosca non può tollerare una ulteriore espansione della NATO verso est, con la conseguente installazione di sistemi missilistici in Ucraina in grado di colpire il territorio russo in pochi minuti (la nuclearizzazione dello spazio geografico russo è il sogno nel cassetto dei vertici militari statunitensi sin dalla fine della Seconda Guerra Mondiale); Mosca non può tollerare l’installazione di laboratori biologici militari nordamericani ai propri confini[1]. È altrettanto evidente che l’intervento militare russo (non più di 70.000 unità) può (almeno in linea teorica) rispondere al criterio di proporzionalità.
Fin qui si rimane nel campo assai complesso dell’“attacco preventivo” utilizzato a più riprese dalle controparti occidentali (Israele nel 1967, gli Stati Uniti nel 2003 in Iraq sulla base di prove false). Fonti dei servizi moscoviti riferiscono anche di un’eventuale operazione ucraina su vasta scala nel Donbass (attraverso l’utilizzo di miliziani addestrati in Polonia dalla NATO) che sarebbe stata prevenuta dall’azione russa. Al di là di questo, esistono altri due casi di intervento “legittimo”: a) violazione del principio di dovuta diligenza; b) usurpazione.
Il primo si applica in risposta ad attacchi subiti da parte di gruppi terroristici e bande armate (dunque, da parte di attori non statali) nel caso in cui lo Stato sul quale ricade la giurisdizione su questi soggetti fallisca nel prendere le misure dovute (l’Ucraina di fronte ai gruppi paramilitari, secondo l’interpretazione russa). Il secondo si applica nel momento in cui uno Stato (l’Ucraina) esercita le funzioni governative sul territorio di un altro Stato (le Repubbliche Popolari di Donetsk e Lugansk riconosciute come indipendenti da Mosca nell’istante prima del conflitto). A ciò si può aggiungere, e questo sembra essere indubbiamente l’argomento più forte a favore di Mosca, il mancato rispetto degli Accordi di Minsk e le reiterate (quanto brutali) azioni militari ucraine per riportare all’ordine le regioni orientali del Paese, le quali non a caso risultano essere anche le più industrializzate e ricche di risorse.
Alla luce di quanto scritto finora, appare evidente che un’eventuale giustificazione dell’intervento militare russo sul piano del diritto internazionale risulta quanto meno piuttosto debole. Di fatto, esso si pone maggiormente come il tentativo di superare il positivismo normativo (e la sostanziale ipocrisia) del diritto internazionale americanocentrico in nome di una idea di nomos della terra legata ad una concezione storico-spirituale di possesso e appartenenza allo spazio geografico.
Infine, oltre al fatto che lo stesso diritto internazionale viene spesso interpretato (soprattutto dalle grandi potenze) a proprio piacimento, non si può dimenticare il suggerimento che Iosif Stalin diede a Chiang Ching-kuo, delegato della Repubblica di Cina in URSS al termine della Seconda Guerra Mondiale: “tutti i trattati sono carta straccia, ciò che conta è la forza”[2].
Aspetti militari
L’ex militare ed analista della Foundation for Defense of Democracies Bill Roggio ha sostenuto la tesi secondo la quale la propaganda occidentale ha condotto alla totale incomprensione della strategia militare russa in Ucraina[3]. Roggio, in particolare, sottolinea come l’Occidente si sia concentrato erroneamente sulla tesi che la mancata presa di Kiev nei primi giorni del conflitto avrebbe inevitabilmente significato l’insuccesso dell’azione russa.
Sicuramente, Mosca pensava che l’ingresso delle proprie truppe in territorio ucraino avrebbe potuto generare un collasso immediato del governo di Kiev. Tuttavia, ciò non significa che non fosse stata pianificata una strategia in grado di prescindere da tale avvenimento. L’analisi delle forze sul terreno, in questo caso, parla abbastanza chiaro.
Ormai da giorni si parla di una colonna di carri russi di oltre 60 km che stanzia immobile alle porte di Kiev. Perché non è sotto attacco da parte dell’esercito ucraino? Perché non entra a Kiev?
Alla prima domanda l’ex generale Fabio Mini ha risposto che la suddetta colonna non è sotto attacco per il semplice fatto che Mosca controlla spazio terrestre ed aereo[4]. Questo è il motivo per cui Kiev continua a richiedere una No Fly Zone che non arriverà mai (sempre che il fanatismo delle frange più estremiste dell’atlantismo non scelga di optare per la guerra mondiale). L’ingresso a Kiev, con il rischio di finire stritolati in una guerriglia urbana tra fazioni ucraine già in lotta tra loro (l’omicidio di un negoziatore più incline al compromesso ne è la dimostrazione più evidente), non è necessario, visto che il ricongiungimento tra le forze russe che arrivano da nord e quelle che arrivano da sud taglierebbe in due l’Ucraina rendendo impossibile anche il rifornimento delle truppe e delle milizie che operano sul fronte più caldo, quello orientale. Evitare l’ingresso nei centri urbani e controllare le infrastrutture energetiche rimane l’obiettivo primario dell’operazione militare russa. Si è parlato a più riprese dell’attacco alla centrale di Zaporizhzhia. Bene, nessun analista sembra aver notato che poco sopra la centrale si trova il canale che nel 2014 (dopo l’annessione della Crimea) venne chiuso al preciso scopo di strangolare la penisola del Mar Nero sotto il profilo idrico. Il controllo di questa infrastruttura è fondamentale per ristabilire l’approvvigionamento idrico della regione.
A questo punto, alla luce del successo propagandistico dell’ex attore Volodymyr Zelens’kyi, i cui profili sulle piattaforme sociali sono un trionfo di notizie false e di dichiarazioni di sostegno da parte del gotha dell’atlantismo (Von der Leyen, Biden, Draghi), del sionismo e delle multinazionali ad essi collegate, si può porre un’altra domanda: perché Mosca attacca i ripetitori televisivi ma non chiude internet?
Qui il discorso si complica non poco. Come ha fatto notare l’ex generale dell’aeronautica cinese Qiao Liang, la guerra nel XXI secolo è in primo luogo una guerra informatica inscindibile dai suoi apparati tecnologici. Gli eserciti (quello russo non è differente) dipendono dalla tecnologia informatica. Questo fattore, secondo Qiao, può essere sia un vantaggio che uno svantaggio. La tecnologia informatica, infatti, è basata sui chip e la possibilità di evitare la dipendenza da questi strumenti è ormai inesistente. Ciò rende sempre più problematica la protezione dei dati e l’impossibilità di superare la potenziale debolezza derivata dall’alto livello di informatizzazione rappresenta un rischio continuo per la sostenibilità delle capacità e delle azioni militari. Questo è il motivo per cui lo scontro fra le potenze nel XXI secolo (ed il conflitto in Ucraina, con la sua commistione tra azione bellica tradizionale e attacchi informatici, ne è il principale indicatore e anticipatore) si svolgerà in primo luogo nel cosiddetto cyberspazio.
In conclusione, l’azione di Mosca (studiata per tempi non troppo lunghi ma neanche eccessivamente brevi) è ancora rivolta ad imporre le proprie condizioni sul tavolo negoziale: neutralizzazione dell’Ucraina e riconoscimento dell’annessione della Crimea e dell’indipendenza delle Repubbliche orientali. Non bisogna dimenticare che la Wehrmacht impiegò oltre un milione di uomini e cinque settimane per piegare la Polonia nel 1939. In quell’occasione, tanto i Tedeschi quanto i Polacchi si curarono ben poco della popolazione civile. Oggi, la Russia ha scelto di limitare al minimo gli attacchi sui centri abitati e di stabilire (in accordo con la controparte di Kiev) corridoi umanitari che, per ora, non sembrano funzionare al meglio a causa dell’ostruzionismo dei gruppi paramilitari ucraini (il tristemente noto Battaglione Azov su tutti).
Se Mosca ha una precisa strategia di lungo periodo, è altrettanto vero che ne ha una pure l’Occidente. Non è da escludere infatti che questo si sia già preparato alla possibilità di un governo ucraino in esilio. L’invio di armi e le agevolazioni al viaggio verso il Paese dell’Europa orientale di mercenari e terroristi internazionali può essere interpretato con la precisa volontà di proseguire nella destabilizzazione della regione nel momento in cui Mosca dovesse raggiungere i suoi obiettivi.
Il dato economico
Ha suscitato scalpore il fatto che il Primo Ministro israeliano Naftali Bennett si sia recato a Mosca nel corso dello Shabbat in cerca di una mediazione per la crisi. A prescindere dal fattore geopolitico (mostrare amicizia nei confronti della Russia potrebbe tornare utile in Siria contro la presenza iraniana), non bisogna tralasciare i profondi interessi economici e di stabilità interna che l’entità sionista riveste nel conflitto. Infatti un’ampia fetta della popolazione di Israele, che tra l’altro è uno dei principali importatori di grano ucraino, è originaria delle Repubbliche che un tempo facevano parte dell’Unione Sovietica. Per questo motivo, un eventuale prolungarsi dello scontro non andrebbe per nulla a giovare sull’equilibrio tra le diverse comunità ex sovietiche all’interno dell’entità sionista e su un’economia che, nonostante i falsi miti propagandistici, vive già in larga parte grazie ad aiuti esteri.
Quando si parla del dato economico, naturalmente, non si può prescindere dal tema delle sanzioni. Visto che si è parlato di “azioni senza precedenti” da parte dell’Unione Europea, sarà bene analizzare quali effetti reali tali azioni potranno avere. A questo proposito si può partire dal fatto che la Russia possiede un tesoretto di 630 miliardi di dollari spendibile per sostenere il peso delle suddette “azioni senza precedenti”. Bisogna ricordare inoltre che la Russia, negli ultimi anni, forse già in preparazione dell’evento bellico e della risposta occidentale, ha provveduto a ridurre il rapporto debito/PIL (il debito pubblico russo è al 12,5% del PIL, quello americano è al 132,8%); ha ridotto il debito estero; ha accumulato grandi quantità d’oro (2.300 tonnellate), il bene rifugio che aumenta di valore in concomitanza con le crisi geopolitiche; e si è scientemente liberata dei titoli di debito USA. A ciò si aggiunga l’enorme disponibilità di materie prime e lo stretto rapporto con i due Paesi manifatturieri più grandi al mondo (Cina e India, poco intenzionate a seguire la vulgata sanzionatoria). All’abbondanza di materie prime si può aggiungere la produzione avanzata di alluminio, titanio (il gruppo russo Vsmpo-Avisma copre in larga parte il fabbisogno di titanio di Boeing e Airbus) e palladio (il 50% della produzione su scala globale). Senza considerare la produzione di cereali, il cui blocco alle esportazioni sta già mettendo ampiamente in crisi il settore produttivo della pasta in Italia (argomento per un eventuale approfondimento sulla geopolitica del cibo). Ciò significa che eventuali controsanzioni russe avrebbero effetti potenzialmente devastanti sull’economia europea, già in ginocchio dopo due anni di disastrosa gestione della crisi pandemica. Il tutto per la gioia di Washington, che nel porre le basi per questo conflitto aveva visto la grandiosa opportunità di liberarsi del principale concorrente all’egemonia del dollaro: l’euro. Ragione per cui, ancora oggi, invita i vassalli europei a fornire aerei da combattimento a Kiev. L’obiettivo, infatti, è quello di allargare il conflitto all’intero continente.
[3]Putin is not crazy and the Russian invasion is not failing. The West’s delusion about this war, www.fdd.org.
[4]Ucraina, l’ex generale Fabio Mini: “Guardate il cielo, non la lunga colonna di carri. Se sarà attacco a Kiev arriverà da lì”, www.ilfattoquotidiano.it.
Come promesso eccomi ad assolvere il mio impegno, previa richiesta, a divulgare la mia riflessione sui conflitti in corso.
Già, poiché a mio avviso esistono più conflitti e di proporzioni e conseguenze ben più grandi del conflitto in Ucraina.
Il conflitto in Ucraina è probabilmente una miccia che nel consumarsi velocemente favorirà una esplosione di dimensioni intercontinentali che investiranno sia il singolo individuo sia interi modelli e complessi sociali ovvero culturali nonché economici e finanziari.
Essendo tuttavia questa mia riflessione indirizzata alla conservazione del patrimonio che ogni singola comunità organica di destino ha finora rappresentato sarò il più schematico possibile richiedendovi dei naturali “salti logici” che potrebbero portarvi a definire cosa pensare avendo chiarito, innanzitutto, e quindi accettato, un metodo che poi equivale al COME PENSARE.
Un combattente della battaglia di Maratona, passato alla Storia per averci insegnato il senso tragico dell’esistenza, ebbe a dire all’umanità già 2500 anni fa: “La prima vittima della guerra è la Verità.” Poche migliaia d’anni dopo un giovane combattente vallone, un leone che attraversava la Storia, rivolgendosi sempre all’umanità, a pochi mesi dalla fine del secondo conflitto mondiale, sentenziò: “Godetevi la guerra poiché la pace sarà terribile”.
La pace… “pace” è una parola bellissima che a mio avviso annida il suo meraviglioso significato anche se tuttavia necessita di una premessa che la contraddistingue: Non vi è vera Pace senza Giustizia. In assenza di Giustizia credo che più di pace si possa parlare di tregua prolungata ed in genere imposta.
In questa sede non voglio soffermarmi sulla domanda se siamo noi che giriamo intorno al mondo o è il mondo che gira intorno a noi, diciamo che indipendentemente da ciò alcuni di noi sono consapevoli di essere “asse” e quindi l’argomento diviene meno significativo. Essere “asse”, che ci si riferisca ad un singolo individuo o ad un insieme di persone formanti una Comunità, significa essere in grado di resistere ai venti avversi… ovvero essere capaci di non lasciarsi centrifugare ed espellere dai cambiamenti caotici che in genere i Grandi Conflitti ingenerano. Molto probabilmente chi assolve questa funzione, per dirla con Jaspers, contribuirà sostanzialmente a generare un nuovo periodo assiale attorno al quale si modellerà il nostro e l’altrui futuro.
Ora per essere “asse”, che sia riferito a persona o ad aggregazione di donne e di uomini, è necessità imprescindibile il disporre o accedere ad una dimensione Spirituale. Nel riferirmi alla dimensione spirituale, almeno personalmente, non intendo solo un aspetto religioso o confessionale proprio cioè di una specifica confessione religiosa ma bensì i più ampi ambiti di valori che esprimono la complessità del rapporto con la sacralità da parte dell’Uomo. Ognuno di noi, ognuna delle comunità esistenti dovrebbe fare innanzitutto proprie queste convinzioni, dopodiché potrebbe dedicarsi all’analisi e quindi alla valutazione dei fatti, ad esempio il conflitto in Ucraina, in ordine al quale si è innanzitutto consapevoli di disporre di pochi elementi essenziali ma se supportati da una chiave di lettura derivante dalla propria dimensione spirituale sicuramente sufficienti a non “dis-orientarsi” durante l’evoluzione degli accadimenti, così come ne prima ne al termine di essi.
Nel 1966 si credette che stesse per scoppiare la terza guerra mondiale allorché i russi volevano posizionare i loro missili nel territorio cubano. Dovette passare mezzo secolo per svelare un patto segreto tra le due superpotenze circa la gestione di una crisi che terrorizzò il mondo intero tranne gli attori e rappresentanti di quelle stesse superpotenze. Ora per certo sappiamo che la miccia (Ucraina) che scatenerà l’esplosione dei reali e più grandi conflitti si fonda sulla contrapposizione culturale, economica, tecnologica, bellica, geopolitica e finanziaria tra la “visione unipolare” del mondo (tecnocratica, globalista, liberista, società aperta etc. ) e una “visione multipolare” che rifiuta quelle caratteristiche. Scegliere e criticare una od entrambe le visioni (e quindi criticarne una anche dall’interno oltreché l’altra dall’esterno) è un diritto correlato alla dimensione spirituale che si vuole o non si vuole possedere e rappresentare. Quindi concludo:
Quali responsabilità politiche ha l’unione europea nell’ingannare il governo ucraino garantendogli che la NATO sarebbe intervenuta militarmente ?
Quali Interessi, seppur diversi, accomunano la Cina, gli USA, l’Inghilterra (brexit) e la Russia ad indebolire o dissolvere la UE ?
Quale tecnocrate di passaporto italiano o di altro Paese ha a cuore il popolo cui egli stesso appartiene ?
Quale differenza c’è tra l’UE ed il concetto etnosociologico di EUROPA?
Quanto tempo prima si pianifica una azione militare del genere e quali cambiamenti ci sono stati nel periodo di organizzazione di questo primo evento bellico?
Quali sono le condizioni praticabili nel breve termine alternative al processo di implosione della UE se oggetto non dichiarato di aggressione da parte delle maggiori superpotenze mondiali anche per fini diversi tra loro ?
Io non ho tutte queste risposte ma so il sacrificio ed il sangue versato dalle nostre Comunità di destino negli ultimi 30 o 40 anni e vi invito dunque a guardare dietro di voi e verificare quanto di essenziale, bello ed di strategico avete o abbiamo costruito nel passato… Non gettiamolo alle ortiche perché privi di “asse” nel gioco sterile delle contrapposizioni di pancia o di intelletto o peggio ancora in nome di ordini insensati di scuderia… Richiamatevi alla vostra dimensione spirituale ed in nome di essa non scontratevi ma piuttosto confrontatevi con chi tra “noi” sembra posizionarsi su un fronte forse solo apparentemente avverso.
La nostra Patria è là dove si combatte per l’Idea.
NO perché la Russia di oggi non è l’Urss della guerra fredda, il mondo di oggi non è il mondo bipolare del dopoguerra. Uno degli slogan della Rivoluzione islamica era né Occidente (Stati Uniti) né Oriente (Urss). Oggi invece abbiamo unilateralismo guidato dagli Stati Uniti da una parte e gli altri paesi che cercano di emergere e favorire il multipolarismo. Vorrei ricordare che la Russia è comunque uscita sconfitta e indebolita dalla guerra fredda, quindi parlare di espansionismo russo oggi ha veramente poco senso.
SÌ perché è necessaria una narrazione diversa dalla falsa dicotomia inculcata dai media mainstream. Infatti come per la pandemia la questione non è sivax-novax, la questione è che la gestione della pandemia non dev’essere uno strumento in mano alle élite mondialiste, agli enti sovranazionali e alle multinazionali a loro legate per fare i propri interessi. Anche per la crisi in Ucraina la questione non è siRussia-noRussia, siguerra-noguerra.
Immaginate di essere gli amministratori o i proprietari di un condominio, l’amministratore del condominio accanto al vostro inizia ad affittare gli appartamenti a gente poco raccomandabile, gente che tutti sanno in altri quartieri ha già portato caos e distruzione, anche in questo condominio iniziano ad esserci episodi spiacevoli di violenza ed omicidio. Vi lamentate con l’amministrazione di quel condominio, con il proprietario, con il comune, con i vigili. Vengono presi degli accordi, ma puntualmente non vengono rispettati, cosa fate? Intanto la violenza, le provocazioni aumentano, l’amministrazione non fa niente, il comune non esiste, i vigili fanno finta di non vedere, gli altri condomini non sono in grado di reagire e difendersi. Potreste decidere di lasciare quel condominio e andare da qualche altra parte, se ce n’è la possibilità, altrimenti dovrete cominciare a farvi giustizia da soli?
Quindi la domanda non è Ucraina o Russia? Siguerra o noguerra? La domanda è: quale poteva essere l’alternativa della Russia dopo anni di provocazioni da parte della Nato, trattati e accordi non rispettati da parte della Nato e del governo ucraino, migliaia di ucraini uccisi nel Donbass, l’espansione di un’organizzazione destabilizzante come la Nato verso i proprio confini, contrariamente a quelli che erano gli accordi? Aveva la Russia altre alternative?
Intanto vi dico che la nostra di alternativa è capire e far capire agli altri che la radice del problema sono l’unilateralismo degli Stati Uniti e della Nato.
La geopolitica pura invece è in qualche modo miserabile per eccellenza perché si occupa delle miserie delle collettività cioè il loro modo di stare al mondo che poi diventa la massima civiltà, perché le civiltà nascono appunto dalle miserie, cioè dal terrore degli altri.
di Sebastiano Caputo
–La geopolitica è diventata finalmente una roba seria anche qui da noi, in Italia.
Noi non ci occupiamo di “relazioni internazionali”, tantomeno grazie a Dio di “esteri”, che Dio non voglia mai occuparsi di “esteri”. Noi ci occupiamo di “geopolitica” in un Paese totalmente anti-geopolitico come il nostro, post-storico come il nostro, minimalista come il nostro, sempre impegnato di discettare del sesso degli angeli. La geopolitica “pura” invece è in qualche modo miserabile per eccellenza perché si occupa delle miserie delle collettività cioè il loro modo di stare al mondo che poi diventa la massima civiltà, perché le civiltà nascono appunto dalle miserie, cioè dal terrore degli altri. La geopolitica dunque parte dal terrore di una collettività per un’altra e quindi si muove di conseguenza.
– Per costruire i tuoi articoli, le tue analisi, i tuoi interventi, qual è la tua rassegna stampa, dato che mi pare di capire gli “esteri” in Italia, li prendi relativamente in considerazione.
Sì li prendo in considerazione, ma gli “esteri” in generale cioè tutto ciò che è giornalistico a noi serve soltanto come base di partenza. E’ una cronaca che serve per sviluppare successivamente un’analisi, con i nostri limiti ovviamente. Dipende poi da dove arriva la notizia. Un conto è la cronaca di “esteri” che fa il New York Times, un conto è la cronaca di esteri che fa un giornale italiano, ma non perché i giornalisti di un tempo siano più bravi, poi ci sono i più bravi, i meno bravi, come ovunque, però esiste una differenza tra i media di una grande potenza che hanno fonti dirette sul campo e gli altri. Siamo convinti che i giornalisti americani siano quelli del premio Pulitzer, in realtà il punto è che sono cittadini americani e quindi ricevono informazioni dall’amministrazione americana e le utilizzano secondo loro coscienza, senza censura dell’amministrazione americana stessa. Loro sono americani quindi perseguono fisiologicamente l’interesse americano. E questo se hai uno strumentario per decriptarlo ti offre notevoli informazioni perché sono messaggi trasversali che si mandano, per questo poi gli “esteri” di una grande potenza sono più utili degli “esteri” – molto più ingenui – di altri Paesi. Certo, gli americani sono forse il Paese più ideologico che esiste ma hanno comunque la capacità di mandare messaggi internamente. Abbiamo citato prima il New York Times. Lì c’è tutto un filone legato agli apparati americani fortemente russofobo che è tipico dell’intelligence statunitense e negli anni dell’amministrazione Trump, il New York Times di fatto aveva la funzione di mediatore.
-Peccato perché in Italia avevamo una grande tradizione di inviati e reporter…
Gli esteri sono un hobby oppure sono divulgativi, nel senso che ti raccontano quello che succede in Congo, vivono di grandi battaglie, battaglie da perseguire, c’è sempre qualcuno da salvare, sempre un popolo da redimere. Veniamo noi e ti diciamo come stare al mondo. Questa roba qua non se la legge nessuno a parte i professori in pensione e qualche intellettuale engagé, con molto tempo libero. La tragedia della geopolitica è riportare tutto ciò che è successo da qualche parte nel mondo, nel qui e ora. Quello che succede in una specifica parte del mondo cambierà la nostra vita. La geopolitica deve spiegare questo perché la geopolitica è una disciplina al servizio della collettività, non parla di una cosa che non esiste, cioè l’umanità, semmai esistono gli esseri umani, ancora di più esistono le collettività, cioè i popoli. Ecco la geopolitica deve fare questo perché quello che succede in questo momento nel posto X o che sta succedendo in una determinata collettività cambierà il suo corso. Gli esteri sono appunto descrizione di fatti slegati fra loro in luoghi impossibili, sempre a discutere di ciò che – per quanto nobilissimo – non conta realmente: i diritti umani, l’ambientalismo, e via discorrendo.
–Dopo il ritorno dei talebani in Afghanistan, prima dell’attentato all’aeroporto di Kabul, Joe Biden pronuncia un discorso sulla ritirata americana, non citando mai gli alleati europei. Che significato dai a questa omissione?
Gli alleati europei…questa è una nostra dizione, noi ci auto-definiamo alleati degli americani, loro un po’ meno si definiscono nostri alleati. In realtà noi siamo esattamente ciò che erano i clientes romani del centro dell’impero di Roma, né più né meno, quindi abbiamo questo rapporto che è perfettamente asimmetrico. Non si può essere alla pari, soprattutto quando si discute di Afghanistan. Qualcuno si è dimenticato come nasce il nostro (italiano) impegno in Afghanistan: nasce all’indomani dell’ 11 settembre quando in piena incontinenza emotiva – per gli americani era più comprensibile, per noi un po’ meno – eravamo convinti che il mondo stesse cambiando. Siamo proprio fanciulleschi, così non cresciamo mai. Invocammo l’Articolo 5 della Carta Atlantica, come i tre moschettieri del re, tutti per uno uno per tutti. Pertanto quando siamo noi insieme ad altri membri della NATO ad avanzare tali richieste, gli americani dicono “no grazie”. Per due ragioni: la prima perché l’Articolo 5 l’hanno inventato loro per usarlo loro non perché gli altri lo usino; la seconda perché non possono essere messi sullo stesso livello di dignità dei clientes. Per cui non possiamo stupirci che vent’anni dopo gli americani se ne vanno dall’Afghanistan – che tu conosci bene – e si dimenticano di noi. Siamo andati anche in Iraq due anni dopo, e adesso andremo dell’Indo-Pacifico insieme a loro senza chiedere niente in cambio, senza sapere veramente perché. Insomma persino signore un come Joe Biden che è attento al politicamente corretto non si ricorda di noi e nemmeno ci ringrazia.
-Diciamo che quando Joseph Borrell parla di un’Europa che deve parlare il linguaggio del potere, di autonomia strategica europea, oltre alla consapevolezza del nostro tempo, credi ci avviciniamo a qualcosa di più concreto?
Consapevolezza…il punto è che non esiste l’Europa in quanto tale. Esistono i vari popoli europei. Questi hanno un’idea di sé, interessi strategici e securitari molto diversi fra loro. È un dramma o una fortuna a seconda del punto di vista. L’obiettivo strategico della Lituania non è lo stesso del Portogallo, che non vede Mosca come una minaccia. Per la Lituania la Russia è invece il male assoluto, il motivo stesso per cui i suoi abitanti non dormono la notte. Così accade per la Polonia, per la Romania, per la Lettonia e così per l’Estonia. Un altro esempio del genere potrebbe essere la Libia. Non mi pare che su di essa gli interessi di Italia e Francia coincidano, eppure questi hanno firmato un trattato, quello del Quirinale, in funzione antitedesca così da contrastare il possibile ritorno all’austerity che Berlino potrebbe minacciare nei prossimi anni. A fronte di tutto questo, come si può parlare di autonomia strategica? Un conto è fare l’amore in Erasmus, un conto è crepare l’uno per l’altro, perché da noi ci si dimentica che in guerra si muore. Qualora nascesse un esercito europeo bisognerebbe muovere guerra agli Stati Uniti. Per carità ognuno ha le sue perversioni ed evidentemente in Italia questi sono discorsi che sembrano incredibili perché siamo abituati a dire “Yes We Can”. La geopolitica è la disciplina delle costrizioni e si occupa di quello che le collettività e gli Stati non si possono permettere. E non è cosa da poco. Si parte da qui per poi prendere in considerazione eventuali margini di manovra. La Nato è morta cerebralmente come dice Macron, ma è qui per evitare che i Paesi europei possano ricreare forze armate unilaterali rispetto agli Stati Uniti. La Casa Bianca non sarebbe d’accordo circa quest’evenienza, mettiamola così e usiamo un eufemismo. Poi se il discorso riguardasse la creazione di un contingente europeo: di circa cinquemila unità, da spedire in qualche teatro esotico, che si identifichi ipoteticamente in una bandierina blu di Maria con tanto di stelline gialle, beh si potrebbe anche fare. Tornando all’autonomia strategica, i francesi a essa sarebbero favorevolissimi per le ragioni di cui sopra, perché la loro idea al riguardo è che questa venga pagata dai tedeschi e comandata da loro.
-A proposito di francesi, che impressione ti ha fatto quel tweet di Macron quando diceva che “Trump è Biden senza Twitter”. C’è una continuità tra queste due amministrazioni?
C’è una continuità con la precedente amministrazione, ma è inevitabile che fosse così. Ne avevo anche scritto prima delle elezioni. Nella nostra follia tentiamo di comprendere quale sarà la politica estera del soggetto X già prima delle elezioni, come se i soggetti informassero le collettività. Il punto è che le amministrazioni americane tendono a fare cose simili perché presiedono il medesimo Paese nel medesimo periodo storico. Non è che la politica a creare il contesto. La politica è frutto del Contratto e della sua conseguenza. L’America in questo momento è questa, che venga eletto uno o l’altro Presidente. Qui in Italia la politica americana va di moda come se fosse un ciclo NBA. C’è chi non dorme la notte per studiarsi tutti i candidati. C’è chi è ci è diventato ricco, chi ci ha fatto un mestiere. La politica americana proprio non esiste, i partiti americani non esistono. Se tu chiedessi ad un americano: “Ma chi è il segretario del partito democratico” questo ti risponderebbe “perché, esiste?”. I partiti americani che sono luoghi dell’anima e non c’è niente dentro, non sono partiti come li immaginiamo noi, ma nonostante ciò hanno anche dei segretari; il segretario del partito democratico si chiama Peres. Chi ne ha mai sentito parlare? Gli americani non di sicuro. Lo stesso vale per quella signora che invece è alla testa del Partito Repubblicano, la Romney; la politica americana è stato gassoso puro. Trump non crede a niente, neanche a se stesso. Figurarsi se può stare dentro un partito, i Repubblicani lo metterebbero volentieri sotto con la macchina; il punto non è la politica americana perché non è questa a creare il contesto. Un politico che sa fare il suo mestiere capisce quello che succede attorno a sé e lo cavalca, ma quando pensa di crearlo viene umiliato dalla storia e ne abbiamo avuto qualche esempio, anche molto recente, in Italia. La genialità di Trump è stata esattamente questa, ovvero cogliere prima dei suoi sfidanti la pancia degli Stati Uniti. È stato un colpo da genio assoluto che si è riflesso su Biden. Trump è un oligarca newyorkese che non c’entra niente con la cosiddetta America profonda. Trump ha pescato voti dall’America profonda del Midwest, la parte più importante degli Stati Uniti, fino al Sud che è la parte più violenta del Paese. Sono luoghi dove Trump non starebbe neanche un’ora. Abbandona Trump per un’ora, chessò, nell’Illinois e questo chiama casa per farsi venire a prendere. Tornando a noi, però egli ha avuto la genialità di capire fino in fondo questa gente, così da diventarne l’alfiere. L’America di oggi è un America che vive ciò che in geopolitica si chiama “fatica imperiale”, ovvero non vuole più essere quel che è stata fino adesso, ovvero il Poliziotto del Mondo e quindi perseguire soltanto categorie antieconomiche. Trump questo l’ha capito in maniera geniale, ma il problema è che gli imperi non si dimettono. Trump diceva “dismettiamo l’impero, torniamocene a casa, guardiamoci l’ombelico, esportiamo come un Paese qualsiasi, ritiriamoci a vita borghese”. Ma questo non si può fare. Gli imperi vanno fino in fondo, verso la loro rovina. È la loro traiettoria e non c’è via di scampo. Biden al tempo stesso ha avuto un’altra genialità, capendo che non può cambiare le cose come stanno in questa precisa fase storica. Lui, infatti, non ha promesso di mettere fine all’impero, ma semplicemente di provare a rendere più dolce agli americani l’imposizione dell’America al resto del mondo; in questo modo facevano i romani e lo stesso i britannici. La guerra va fatta perché con essa si fa la manutenzione del sistema. “Ma io vi prometto” ha detto Biden, “che faremo soltanto guerre necessarie e proverò ad alleviare la vostra sofferenza con un maggiore stato sociale, ciò che Trump non prometteva”. Quindi al medesimo Paese. Il grande vantaggio di Biden è che probabilmente non si ricandiderà e dico probabilmente perché il potere piace a tutti e andarsene è sempre molto complicato.
-L’attuale nemico è la Cina. Donald Trump aveva un approccio con la Russia quasi inclusiva, proprio per rompere quell’asse sino-russo in chiave anticinese. Joe Biden invece che strategia avrebbe per contenerla o sconfiggerla?
Questa è una domanda complessa, ma diciamo che dalla fine della Guerra Fredda la politica americana – soprattutto delle amministrazioni, cioè la Casa Bianca – è arrivata a una conclusione che è grammaticalmente ineccepibile. Gli Stati Uniti oggi hanno due grandi nemici: la Cina, quello più forte, e la Russia, quello più debole. La grammatica strategica è sempre molto semplice e prevede quello che insegnava anche la nostra scuola, vale a dire alcuni dettami semplicissimi – conoscerli certo bisogna conoscerli, ma poi è semplice: se tu hai due nemici non puoi affrontarli insieme. Gli antichi romani ti prenderebbero per le orecchie per un errore del genere. Quello che si fa è di prendere il più debole dei due e lo poni contro il più forte. Peraltro gli Stati Uniti hanno un vantaggio supremo: il fatto di non essere presenti sul terreno di battaglia – giacché tutte le questioni geopolitiche si svolgono interamente in Eurasia, dove gli americani non sono presenti. Nel 1971 lo fecero a parti invertite: all’epoca avevano come principale nemico l’Unione Sovietica e poi c’era la Cina di Mao, cioè andarono in Cina e le dissero: “Venite con noi contro l’Unione Sovietica”. Parliamo di due Paesi che allora erano comunisti, eppure erano l’uno contro l’altro. Qui però non se n’è accorto nessuno e siamo andati avanti con la questione comunismo/anticomunismo per qualche altro decennio. Perché non applicano la stessa strategia oggi? Perché non si alleano con la Russia contro la Cina? Perché continuano a mantenerli entrambi nemici? Siamo tutti convinti di vivere nel secolo asiatico – che non esiste, i cinesi ridono molto del secolo asiatico – mentre in realtà viviamo sempre nel secolo europeo e gli americani, gli apparati americani, dicono “no” all’apertura alla Russia altrimenti perderebbero il totale controllo sull’Europa, cioè sul continente più importante del mondo. E quindi si devono tenere i due nemici contemporaneamente, partendo dal presupposto che la Cina è un Paese che se la passa discretamente male, e quindi fa loro meno paura. Più sei in alto più piangi perché hai paura di cadere; quindi, gli americani piangono da sempre: si mostrano sempre in declino, ci ricordano sempre che la storia è finita.
-Perché sostieni che l’Europa resta, nonostante tutto, il continente più importante del mondo?
La geopolitica nella sua crudezza è molto semplice: l’Europa è il continente più importante del mondo per la proprietà transitiva. Gli Stati Uniti sono la prima potenza egemonica del mondo ma non controllano l’Asia, quindi l’Asia non può essere il continente più importante del mondo, perché la potenza egemonica – da sempre – è quella che controlla un continente specifico, che è quello più importante. Peraltro dobbiamo calcolare che l’Europa è ancora oggi il continente più sofisticato del pianeta e quando di parla di egemonia la percentuale di status, anche molto razzistica, è elevatissima. Tradotto: nella mentalità di un egemone, l’Europa è la perla dell’impero, a cui non si può rinunciare. Siamo l’oggetto, non siamo un soggetto, ma siamo un oggetto, anche per i cinesi.
-E la Russia, qual è il suo stato di salute?
La Russia è destinata a essere ancora una grande potenza. Tutto riportato al fattore umano, appunto: le nazioni, i popoli, gli imperi, sono sempre aggregazioni di esseri umani, di ciò che la collettività a livello mediano produce. Il punto è che le principali potenze del mondo – Iran, Turchia, Stati Uniti, Russia, Cina – non in ordine gerarchico evidentemente – non campano di economia, ma campano di gloria. Sono soggetti che vogliono stare nei libri di storia. Il loro obiettivo non è la qualità della vita: vivono tutti malissimo, cioè i popoli dei grandi imperi soffrono, la sofferenza e il sacrificio sono le basi della loro potenza. Chi ha frequentato gli Stati Uniti si è accorto che uscendo da New York, non si vive bene. Parliamo di un Paese estremamente violento, si sparano per le strade, non c’è uno Stato Sociale. Gli americani pensano che lo Stato Sociale vada a rendere molle la popolazione. Sono Paesi che importano esseri umani, gli americani lo fanno da sempre, perché l’immigrato rende giovane e violenta la popolazione. Per i russi la mentalità è più o meno la stessa: si muore di fame da sempre, non si è mai ricchi – mai per i nostri standard – e che cosa li tiene in piedi? Che cosa li rende orgogliosi di essere russi? Il fatto che la Russia sia temuta e rispettata. Punto. Anche se muoiono di fame. La mentalità di una potenza inizia e finisce qua. Cioè, tu dici, ma l’aperitivo quando lo fanno? Mai. Letteralmente, mai. La mentalità imperiale è nella testa delle persone russe, questo li rende ancora una grande potenza. Per noi è incredibile pensarlo, questo è il motivo per cui l’Italia non potrà mai esserlo, perché si crepa per diventare potenza. Si muore, letteralmente. E si vive male.
“Per conseguenza è un precetto o regola generale della ragione che ogni uomo debba sforzarsi alla pace, per quanto abbia speranza di ottenerla, e quando non possa ottenerla, cerchi e usi tutti gli aiuti e i vantaggi della guerra. La prima parte di questa regola contiene la prima e fondamentale legge di natura, che è, cercare la pace e conseguirla. La seconda, la somma del diritto di natura, che è difendersi con tutti i mezzi possibili.”
(Thomas Hobbes, Leviatano)
Nella sua personale interpretazione della più famosa opera di Thomas Hobbes, Carl Schmitt sottolinea come la figura del Leviatano evochi in primo luogo “un simbolo mitico pieno di reconditi significati”[1]. Questo mito, secondo il grande giurista tedesco, deve essere inteso in primo luogo come una lotta secolare di immagini. Infatti, nel libro di Giobbe, accanto alla figura del Leviatano (l’animale marino più forte e indomabile) viene raffigurato con pari evidenza e ricchezza di particolari un altro animale: il terrestre Behemoth.
Dopo un rapido sguardo alle interpretazioni cristiane di questo “mito” (ad esempio, in base all’Apocalisse di Giovanni, nel celebre Liber Floridus del XII sec. l’Anticristo viene raffigurato in trono sul Leviatano mentre un demone cavalca Behemoth), Schmitt si concentra sull’esegesi ebraica, dove entrambe le bestie divengono simboli delle potenze mondane e pagane ostili agli ebrei. “Il Leviatano – afferma Schmitt – rappresenta la bestie sulle mille montagne (Salmi 50,10) e cioè i popoli pagani”[2]. In questo senso, la storia del mondo viene presentata come un combattimento dei popoli pagani gli uni contro gli altri. In particolare la lotta si svolge tra il Leviatano – le potenze marittime – e Behemoth – le potenze terrestri. Behemoth cerca di squarciare il Leviatano con le corna, mentre il Leviatano ottura con le pinne bocca e narici di Behemoth uccidendolo. Cosa che, prosegue Schmitt, rappresenta “una bella immagine dello strangolamento di una potenza terrestre con un blocco navale”[3] (il riferimento, naturalmente, è al blocco navale con cui i Britannici strangolarono l’economia tedesca nel corso della Prima Guerra Mondiale). In tutto ciò, gli ebrei stanno a guardare come i popoli della terra si uccidono a vicenda: “per loro, questi reciproci macelli e sgozzamenti sono legali e kosher. Perciò essi si cibano della carne dei popoli uccisi e ne traggono vita”[4].
Riferendo all’attualità l’interpretazione schmittiana di questo tema biblico, non risulta particolarmente difficile identificare in Behemoth e Leviatano rispettivamente Russia ed Europa, ed in coloro che “si cibano della carne dei popoli uccisi e ne traggono vita” gli Stati Uniti.
In due articoli apparsi sul sito informatico di “Eurasia” dal titolo Il nemico dell’Europa e Modelli geopolitici a confronto si è cercato di spiegare in che modo gli USA, attraverso due guerre mondiali nell’arco di trent’anni (non a caso lo storico Eric Hobsbawm ha parlato di “seconda guerra dei trent’anni” ed Ernst Nolte di “guerra civile europea”), siano riusciti a scalzare la Gran Bretagna dal ruolo di potenza globale logorandola in una lotta senza quartiere con la Germania. La “Grande Guerra” si presta particolarmente a questo schema interpretativo, visto che gli Stati Uniti intervennero solo dopo essersi trasformati da Paese debitore a Paese creditore e dopo essersi assicurati che i contendenti europei sarebbero usciti dal conflitto, a prescindere dall’esito, in condizioni economiche disastrose. E non pare fuori luogo utilizzare il medesimo schema interpretativo di fronte all’odierna crisi nell’Europa orientale, visto che, oggi come nel 1914, gli Stati Uniti risultano essere il più grande Paese debitore al mondo.
Tuttavia, un simile approccio non può prescindere da alcuni adeguati approfondimenti. Si è scelto di iniziare questa analisi utilizzando una citazione di Thomas Hobbes per il semplice motivo che il filosofo inglese riconosce che lo Stato è in primo luogo un sistema di sicurezza atto a garantire la sicurezza al proprio popolo e ad evitare il ritorno allo stato di natura: alla lotta di tutti contro tutti.
Hobbes afferma espressamente che è dovere di ogni uomo sforzarsi per la pace. Ma quando questa non può essere ottenuta, è suo diritto utilizzare i vantaggi della guerra. Il pensatore di Malmesbury, ad onor del vero, dice anche qualcos’altro. Nello specifico afferma la necessità del rispetto dei patti, perché: “senza tale garanzia i patti sono vani e solo vuote parole, e rimanendo il diritto di tutti gli uomini a tutte le cose, si è sempre nella condizione di guerra […] Ma quando un patto è fatto, allora infrangerlo è ingiusto e la definizione di ingiustizia non è altro che il non adempimento del patto”[5]. E ancora: “Perciò chi infrange il patto che ha fatto, e di conseguenza dichiara che pensa di poter fare così con ragione, non può essere ricevuto in una società che si riunisce per la pace e la difesa, se non per errore di coloro che lo ricevono, né, una volta ricevuto, rimanere senza che quelli vedano il pericolo del loro errore”[6].
Qual è l’utilità di queste citazioni di fronte all’attualità del conflitto in Ucraina? È bene andare con ordine. Nel 1987 Stati Uniti ed Unione Sovietica siglarono l’INF – Intermediate-range Nuclear Force Treaty che regolava il posizionamento dei missili balistici a medio e corto raggio sul suolo europeo. Più o meno nello stesso periodo, Washington diede garanzie a Mosca sulla non espansione della NATO ad est.
Nel 2014, l’Ucraina era governata da Viktor Yanukovic, la cui colpa principale (più della diffusa corruzione) era quella di aver opzionato il possibile ingresso del Paese nell’Unione Economica Eurasiatica. Infatti, nella sua visione, la Repubblica ex-sovietica avrebbe dovuto rappresentare un ponte tra l’est e l’ovest e non una cesura geografica tra la Russia ed il resto dell’Europa. In un’intervista rilasciata alla CNN poche settimane dopo il colpo di Stato a Kiev, lo speculatore (“filantropo”) George Soros dichiarò apertamente di aver contribuito a rovesciare il “regime filorusso” per creare le condizioni atte a favorire lo sviluppo di una democrazia di tipo occidentale. Non solo, il governo ucraino postgolpista venne selezionato con una metodologia aziendale. Nello specifico, la selezione venne fatta da due società di “cacciatori di teste”, Pedersen & Partners e Korn Ferry, che scelsero 24 persone da una lista di 185 candidati tra gli stranieri che vivevano in Ucraina (non a caso nel governo post-golpe erano presenti un americano, un lituano ed un georgiano) e tra gli Ucraini che vivevano in Canada e negli Stati Uniti. L’intero processo – e ciò non deve stupire – fu finanziato dallo stesso Soros attraverso la fondazione e rete di consulenza politica Renaissance[7].
Non meno inquietante è stato il processo di selezione dell’attuale presidente ucraino, che la propaganda atlantista, in uno slancio a metà tra umorismo e blasfemia, ha paragonato a Salvador Allende. Volodymir Zelens’kyi, attore e comico di origini ebraiche dalle doti indiscutibili (vista la sua capacità di ipnotizzare un pubblico occidentale già inebetito da due anni di retorica pandemica militarista), prima di dedicarsi alla politica era sotto contratto con la televisione privata del potente oligarca Igor Kolomoisky. Anch’egli di origini ebraiche, già presidente della Comunità Ebraica Unita d’Ucraina e del Consiglio Europeo delle Comunità Ebraiche, Kolomoisky è noto anche per aver finanziato i gruppi paramilitari che per otto anni hanno fatto strage di civili in Donbass e per aver posto taglie di 10.000 dollari sulle teste dei miliziani separatisti. (Va da sé che si tratta degli stessi gruppi che hanno assassinato il giornalista italiano Andy Rocchelli nel silenzio assoluto dei nostri mezzi di informazione, ben più interessati a difendere i diritti calpestati di uno studente egiziano che si occupa gender studies).
Ora, tornando all’affermazione hobbesiana secondo la quale “la definizione di ingiustizia non è altro che il non adempimento del patto”, non si può non ricordare che, oltre ad aver acconsentito ad una larga espansione della NATO verso oriente, nel 2018 (sotto l’amministrazione Trump) gli Stati Uniti hanno optato per il ritiro unilaterale dall’INF, sancendo di fatto la possibilità di portare i loro missili ai confini della Russia. Come avrebbe dovuto reagire la seconda potenza militare al mondo di fronte ad un atto simile? È bene partire dagli aspetti diplomatici.
Il 17 dicembre 2021 il Ministero degli Affari Esteri della Federazione russa ha pubblicato la bozza dell’accordo sulle garanzie di sicurezza presentate a NATO e Stati Uniti. Queste includevano: a) escludere una ulteriore espansione della NATO ad est (Ucraina compresa); b) non schierare truppe aggiuntive; c) abbandonare le attività militari della NATO in Ucraina, Europa orientale, Caucaso e Asia centrale; d) non schierare missili a medio e corto raggio in aree da cui possono essere colpiti altri territori; e) impegnarsi a non creare condizioni che possano essere percepite come minacce; f) creare una linea calda per i contatti di emergenza[8].
Oltre a ciò, Mosca ha richiesto espressamente che venisse ritirata la dichiarazione di Bucarest in cui la NATO stabilì il principio della “porta aperta” rispetto all’adesione di Ucraina e Georgia all’alleanza. Naturalmente, Washington e NATO hanno rigettato in toto le richieste russe.
È fondamentale sottolineare questo fatto, perché la libertà invocata oggi dal presidente ucraino nei suoi “accorati” appelli non è altro che la “libertà” dei suoi protettori di mettere sul suolo ucraino missili che possono raggiungere Mosca in pochi minuti, distruggendola prima ancora che questa abbia la possibilità di rispondere. E la retorica belligerante utilizzata dai governi collaborazionisti europei (Italia in primis) sta difendendo questa idea piuttosto bislacca di libertà, in base alla quale (lo ripetiamo) alla seconda potenza militare al mondo (nonché principale fornitore energetico della stessa Europa) non è garantito il diritto alla sicurezza. Per questa idea malsana di libertà (Italia ancora una volta in primis, nonostante la presenza di oltre 70 testate nucleari statunitensi che la rendono obiettivo diretto in caso di eventuale rappresaglia) si è scelto di inviare armi a Kiev (che finiranno nelle mani di gruppi paramilitari più interessati a dare la caccia ai propri concittadini filorussi che non a fare la guerra ai Russi) e di sottoporre a regime sanzionatorio solo un quarto del sistema bancario russo. In nome di questa idea di libertà, prodotto di quella manipolazione ideologico-geografica che corrisponde al nome di Occidente, si è optato (con grande gioia di Washington) per il suicidio economico-finanziario dell’Europa. E sempre in base a questa inquietante idea di libertà si è scelto di scatenare una “caccia alle streghe” in cui si chiede l’abiura della propria Patria ad artisti di fama internazionale; in cui vengono cancellati i corsi su Dostoevskji, salvo poi ripristinarli in presenza del “contraddittorio” di un autore ucraino (come se la par condicio si potesse applicare alla letteratura); in cui ogni voce discordante rispetto alla vulgata ufficiale viene tacitata e tacciata di filoputinismo; ed in cui gli ultimi trent’anni di aggressioni NATO (tra cui settantotto giorni di bombardamenti sulla Serbia) ed i precedenti otto anni di guerra in Ucraina vengono dimenticati.
C’è un termine per definire tutto ciò: guerra ideologica. La guerra ideologica è quella in cui, per riproporre una definizione di Schmitt, il nemico viene demonizzato e criminalizzato. Dunque, diviene meritevole di annichilimento. La guerra ideologica non conosce limiti e si fonda sul sovvertimento della realtà. È la guerra immaginaria di pseudointellettuali, giornalisti e analisti geopolitici in preda alla sovraeccitazione bellica. È la guerra in cui si creano i falsi miti: l’eroica resistenza dei soldati ucraini sull’Isola dei Serpenti (arresi senza sparare un colpo), il fantasma di Kiev che abbatte sei caccia russi (mai esistito), la resistenza ucraina che gira i cartelli stradali per confondere l’avanzata russa (nell’era della guerra tecnologica). La guerra immaginaria è quella in cui la Russia viene descritta come Paese isolato quando invece rafforza la sua cooperazione con Cina e Pakistan (entrambe potenze nucleari) ed in cui UE ed Anglosfera vengono presentate come il “mondo intero”.
NOTE
[1]C. Schmitt, Sul Leviatano, Il Mulino, Bologna 2011, p. 39.
L’eretico non accetta che gli venga imposto un nemico, poiché sa scegliere autonomamente avversari e compagni di viaggio e lo fa scrutando nel profondo dei loro occhi. Non ha paura d’usare la spada: ne stringe forte l’impugnatura sormontata dall’elsa delle proprie convinzioni.
Sa dove dirigere la lama.
Egli «è libero di spirito e di cuore: perché la sua testa sarà soltanto il viscere del suo cuore; il suo cuore tuttavia lo spingerà verso la rovina» (Nieztsche).
Brucia sul rogo ogni giorno, l’eretico, scontrandosi con le alte mura che l’invisibile demiurgo (armato di codici, schermato da giacca e cravatta) ha posto nella costruzione del labirinto, facendo sfoggio del più rassicurante dei sorrisi.
L’eretico è colui che nasce postumo; è l’inattuale per eccellenza, non è figlio del suo tempo, ma di un tempo che fù e che deve ancora venire; non si riconcilia con il presente, perché questa è la scelta più difficile. Egli «spreca la propria anima, […] non vuole ringraziamenti, […] non restituisce nulla: perché egli dona sempre e non vuole conservarsi» (Nieztsche) , è «il rifugio di tutte le idee sradicate dall’ignominia moderna» (Dàvila).
Se l’Occidente fosse in grado di guardarsi allo specchio vedrebbe la faccia della sua decadenza e del suo abbrutimento. Una civiltà che affonda radici nei millenni è ormai ridotta a dare la caccia ai monumenti di insigni uomini falciati dal revisionismo storico, a inseguire le lettere dell’alfabeto per includere, non si sa dove, inesistenti comunità sessualmente represse, a elargire diritti inutili a chi chiede pane e a far patire pene a chi si oppone alla sua ingiustizia.
Oggi sono tutti contro Putin senza quasi un accenno di dissenso, in nome della democrazia. Questa uniformità acritica di vedute più che democrazia è maggioranza a la Bulgaria.
Si credono i padroni del mondo, la fantomatica Comunità Internazionale, ma il pazzo sarebbe Putin che si accontenta dei suoi confini, anche se esterni.
E ci sorprendiamo che un guitto danzerino, con la villa oligarchica in Toscana, sia diventato un eroe, il loro paladino? Davvero costui sta resistendo e, addirittura, vincendo la guerra in nome della libertà e dell’Europa. È un comico perdio! Al pari di Grillo che hanno sempre descritto come un povero ma ricco buffone. Non è diverso l’ucraino solo perché c’è la guerra, anzi c’è la guerra perché hanno messo un pagliaccio a scherzare col fuoco.
Ringraziate la buona sorte che non sta facendo fino in fondo sul serio proprio quello seduto al Cremlino. Va avanti cercando di ridurre al minimo i danni perché poi toccherà a lui (non a lui ma a chi gestisce il potere in Russia, che non può essere un uomo solitario come immaginano i mentalmente ristretti) ricostruire e riconfigurare.
Per leggere qualcosa di diverso dobbiamo andare fino in Cina dove si dice, per bocca di analisti, che la Russia si è adattata dal 2014 per sopravvivere alle sanzioni finanziarie. Dunque, la presunta arma nucleare finanziaria occidentale è una miccia senza bomba, che l’America e i suoi burattini europei “finiranno per subire i danni dal loro sostegno all’Ucraina”. Lor signori diranno è tutta propaganda, perché la vostra no?
Per un minimo di decenza giornalistica qui da noi occorre scavare tra montagne di cartastraccia scovando faticosamente un barlume di ragionevolezza. Di Raineri su il Foglio: I russi bombardano le città ma non vanno fino in fondo. Vuol dire che si negozia sottobanco. C’è un errore di interpretazione. E’ vero che i russi bombardano senza pietà città come Mariupol’ e Kharkiv, ma risparmiano il bersaglio più importante che è la capitale Kiev – il luogo che decide chi vincerà la guerra. Potrebbero fare molto di più e invece non lo fanno. La Difesa russa martedì sera aveva annunciato che avrebbe bombardato con gli aerei i comandi dell’intelligence ucraina, ma poi non lo ha fatto. Sono edifici nel centro della città, in mezzo a palazzi delle istituzioni e a meraviglie storiche come la cattedrale di Santa Sofia, ma almeno per ora i russi hanno scelto di non colpire – se non il ripetitore della televisione. Intanto l’evacuazione di massa della popolazione civile di Kiev dalla stazione centrale, con la gente che abborda i treni messi a disposizione gratis e spintona per l’ultimo posto, procede giorno e notte. Ma anche qui c’è qualcosa di strano. Agli aerei di Putin basterebbe colpire le rotaie che escono dalla capitale per fermare tutto e creare il panico: immaginarsi gli sfollati che restano imbottigliati dentro la città sul punto di essere assediata. Ma almeno per adesso i piloti russi non hanno ricevuto questo ordine. Anche nella percezione c’è qualcosa di sospeso, che deve ancora accadere. Fino a martedì gli allarmi aerei erano considerati un “al lupo, al lupo”, ma il lupo non arrivava mai, la faccenda finiva con uno spostamento svogliato nei bunker e niente più. L’allarme squillava ogni due ore e la gente in strada non correva nemmeno.
Capito fessacchiotti? La Russia non si è impantanata ma cerca la mossa per buttare giù il guitto presidenziale sospinto dagli oligarchi evitando di fare il finimondo. Del resto, non mi consta che una cosiddetta guerra lampo, con simili obiettivi strategici e con l’esigenza di muoversi come un elefante in una cristalleria, sia tale solo se dura tre giorni. Il famigerato blitzkrieg contro la Polonia durò il “lampo” di un mese. È pur sempre una guerra, non videogioco.
Franco Cardini, storico e saggista, commenta ai microfoni di LA7 la situazione della guerra tra Russia e Ucraina. Per l’insegnante, la colpa non è da imputare esclusivamente alla Russia, che ha attaccato il Paese confinante, anzi. Per lo storico, la responsabilità sarebbe della NATO, che non ha rispettato i patti e le condizioni con la Russia stessa.
“Mi sento a disagio come anziano professore che ha figli e nipoti ma anche come vecchio soldato. Un pezzetto del mio cuore è rimasto nelle forze armate. Siamo sempre a disagio quando seduti dietro alla nostra libreria parliamo di sofferenza, vediamo gente che muore, che fugge. Probabilmente un piccolo esame di coscienza, noi altri occidentali, dobbiamo farlo. Io ho studiato a Mosca, non mi sento molto occidentale. Gli incidenti sono già successi. Succedono di continuo. Quelli che ci succedono, sono successi andando all’indietro nel tempo. Noi insegnanti abbiamo il dovere di andare indietro nel tempo, è il nostro lavoro”.
Franco Cardini: “Kiev come Serbia”
A L’Aria che Tira su LA7, Franco Cardini ha voluto sottolineare come anche la NATO in passato si sia resa protagonista di bombardamenti, come nel caso della Serbia, nel 1994, o dell’Iraq, nel 2003. Situazioni paragonabili a quanto sta accadendo ora in Ucraina. Secondo lo storico, dunque, la NATO avrebbe le sue colpe in quanto sta accadendo in questi giorni in Ucraina.
“Nel 1994, quando la NATO, sotto comando degli Stati Uniti, ha cominciato ad attaccare la Bosnia. Non ci sono bambini che si stringono i loro peluche o vecchiette che attraversavano la strada soltanto a Kiev. Quei bambini c’erano anche quando bombardavamo Belgrado, ma non ce li hanno fatti vedere. Così come nel 2003, quando vedevamo il bombardamento di Baghdad. E vedevamo le luci verde e dorate ma sotto c’erano i bambini. È almeno dal colpo di Stato del ’14 che gli occidentali disattendono l’impegno preso con la Russia di non allargare ulteriormente a Oriente il raggio d’azione della NATO, che significa mettere i russi sotto possibilità di bombardamento”.
La Guida della Rivoluzione islamica, l’ayatollah Seyyed Ali Khamenei, ha incolpato il regime americano dell’attuale crisi ucraina e ha chiesto la fine della guerra in Ucraina, affermando che la Repubblica islamica dell’Iran si è sempre opposta alla guerra e alla distruzione in qualsiasi parte del mondo.
L’ayatollah Khamenei ha fatto le osservazioni durante un discorso televisivo pronunciato nella fausta occasione di Eid al-Mab’ath, che segna il giorno in cui il Profeta Muhammad (pace su di lui) fu scelto come ultimo messaggero di Dio e iniziò la sua missione profetica.
La Guida suprema ha affermato che l’Ucraina è restata vittima delle politiche statunitensi e delle crisi create da Washington.
“Gli Stati Uniti hanno sconvolto la stabilità del Paese interferendo nei suoi affari, organizzando manifestazioni e creando un colpo di stato colorato”, ha affermato. “Ci opponiamo all’uccisione di persone e alla distruzione delle infrastrutture delle nazioni”.
Giovedì scorso, il presidente russo Vladimir Putin ha annunciato una “operazione militare speciale” volta alla “smilitarizzazione” nell’Ucraina orientale delle repubbliche di Donetsk e Lugansk, note insieme come Donbass.
Le due regioni si sono staccate dall’Ucraina nel 2014, dopo essersi rifiutate di riconoscere un governo ucraino sostenuto dall’Occidente che aveva rovesciato un’amministrazione filorussa eletta democraticamente.
Annunciando l’operazione, Putin ha affermato che la missione mira a “difendere le persone che da otto anni subiscono persecuzioni e genocidio da parte del regime di Kiev”.
“Gli Stati Uniti si nutrono di crisi create da loro”
Altrove nelle sue osservazioni, la Guida suprema ha definito gli Stati Uniti un perfetto esempio e manifestazione dell’ignoranza moderna, dicendo che si nutrono delle crisi che creano in tutto il mondo.
“Il regime americano è un perfetto esempio di ignoranza moderna. Questo regime è un regime che produce e consuma crisi e si nutre creando crisi nel mondo”, ha affermato l’ayatollah Khamenei.
Come esempio, la Guida suprema ha sottolineato la formazione da parte statunitense del gruppo terroristico takfiri dell’ISIS, condannando Washington per aver saccheggiato le risorse petrolifere nella Siria orientale, rubato i beni dell’Afghanistan e sostenuto i crimini israeliani contro i palestinesi.
“L’America è un regime in cui viene promossa l’immoralità, la discriminazione sta aumentando in modo esponenziale e la ricchezza nazionale viene sfruttata dai ricchi e facoltosi”, ha affermato.
“Un Paese ricco come gli Stati Uniti si trova in una situazione in cui le persone muoiono per strada quando aumenta il caldo o il freddo. Cosa significano questi eventi?”, ha fatto notare l’ayatollah Khamenei.
“L’America è un regime mafioso”
La Guida suprema ha anche fortemente criticato gli Stati Uniti definendolo paese governato dalla mafia, dicendo che la mafia statunitense insedia individui o li rovescia negli altri paesi.
“L’America è fondamentalmente un regime mafioso: mafia politica, mafia economica, mafia delle armi e tutti i tipi di mafie che gestiscono e governano le politiche di quel paese e controllano il paese”, ha spiegato la Guida suprema.
“Se gli Stati Uniti non riescono a creare una crisi, le fabbriche di armi non saranno in grado di trarne il massimo”, ha affermato l’ayatollah Khamenei. “Devono creare crisi per massimizzare gli interessi di queste mafie”.
La Guida suprema ha poi sottolineato i doppi standard dell’Occidente nell’affrontare la crisi in Ucraina, affermando che i Paesi occidentali sostengono l’uccisione del popolo yemenita nella guerra saudita, ma chiedono la fine della crisi ucraina.
La Guida suprema: il sostegno occidentale è semplicemente “un miraggio”
Secondo l’ayatollah Khamenei, ci sono lezioni da trarre riguardo alla crisi ucraina, prima di tutto il fatto che “non ci si può fidare delle potenze occidentali” e il loro sostegno ai loro regimi fantoccio è solo “un miraggio”.
“Tutti i governi devono saperlo”, ha avvertito la Guida suprema.
Sia il presidente ucraino Volodymyr Zelensky che l’ex presidente afghano Ashraf Ghani hanno riconosciuto che gli Stati Uniti li hanno semplicemente abbandonati nel mezzo delle loro crisi interne, ha affermato.
La seconda lezione, ha proseguito, è che sono le persone i più importanti sostenitori dei governi.
“Se il popolo ucraino fosse stato coinvolto, il governo ucraino non si troverebbe in questa situazione. La gente non era stata resa partecipe perché non approvava il governo”, ha detto.
La Guida suprema ha aggiunto che la situazione in Ucraina ricorda la situazione in Iraq quando gli Stati Uniti invasero il paese arabo e il popolo iracheno non difese la propria patria, cosicché gli Stati Uniti presero il controllo.
“Ma nello stesso Iraq, quando l’ISIS ha attaccato, il popolo si è interessato ed è stato in grado di respingere e schiacciare l’ISIS, che costituiva un enorme pericolo”, ha affermato.
“Il fattore principale dell’indipendenza dei Paesi è il popolo, e lo abbiamo sperimentato nella Sacra Difesa (la guerra imposta dall’Iraq all’Iran), durante la quale tutte le potenze mondiali sostennero Saddam, ma la Repubblica islamica dell’Iran fu in grado di vincere e sconfiggere il nemico con l’aiuto del popolo”, ha detto l’ayatollah Khamenei.
“Tutti dovrebbero aprire gli occhi e le orecchie e pensare e agire correttamente ed essere in grado di trarre beneficio da queste grandi lezioni. Abbiamo a cuore la memoria del grande Imam che ci ha insegnato queste lezioni”, ha aggiunto la Guida suprema, riferendosi al fondatore della Rivoluzione islamica, l’ayatollah Ruhollah Khomeini.