Vi sono nei Testi antichi alcuni passi che mettono in corrispondenza l'”alto” con il “basso”:
– «Tutto ciò che è in basso è come ciò che è in alto, e ciò che è in alto è come ciò che è in basso, per compiere i miracoli di una sola cosa. Come tutte le cose procedono dall’Uno, per la meditazione di uno Solo, così, per adattamento, esse sono nate da questa cosa unica […]. Così viene creato il microcosmo sul modello del macrocosmo» (Ermete Trismegisto; La Tavola di Smeraldo, 2-3 e 10. Citazione tratta da: Titus Burckhardt; Alchimia. Significato e visione del mondo, p. 184).
– «Dice il Signore in un mistero: Se voi non farete la destra come la sinistra, e la sinistra come la destra, e ciò che è in alto come quello che è in basso, e l’anteriore come il posteriore, non conoscerete il Regno» (Atti di Pietro, 28. Citazione tratta da: Franco Fabbro; Neuropsicologia dell’esperienza religiosa, p. 372).
Alcuni, interpretando letteralmente questi passi, pensano che gli antichi fossero così ingenui da credere che i movimenti degli astri influenzassero realmente la vita degli uomini. Su questo si fonda l’oroscopo. Questo è in parte vero: le menti semplici, oggi come allora, credono alle cose più assurde. Ma non è mai stato così per i saggi. Il termine “anabasi” [letteralmente: andare in salita] indica simbolicamente un percorso verso l’interno. Parimenti, “catabasi” [andare in discesa] indica il percorso verso l’esterno – vedi immagine. L'”alto” non indica quindi ciò che si vede alzando la testa, ma l’interiorità. La vera astrologia è ben altro dall’oroscopo. L’Intelletto, il Mondo delle Idee, non è nello spazio cosmico, ma dentro di noi. Però poiché non vi separazione (“Tutto è Uno”, dicono gli antichi), vi è piena corrispondenza fra il mondo esterno (oggettivo) e quello interno (soggettivo), ossia fra Macrocosmo e Microcosmo. Einstein lo ha ben compreso, da quanto si evince da questa frase:
– «Com’è possibile che la matematica, essendo fondamentalmente un prodotto del pensiero umano indipendente dall’esperienza, spieghi in modo così ammirevole le cose reali?» (Albert Einstein. Citazione tratta da: Federico Faggin; Irriducibile, p. 278).
Termino con una citazione di Hartman riguardo Paracelso:
– «Paracelso è stato così poco compreso dal profano, che ancor oggi è accusato di avere sostenuto proprio quelle superstizioni che le sue opere intendevano distruggere. Lungi dal difendere le pratiche superstiziose degli astrologi, egli dice: “Vi sono due Entia (Cause) attivi nell’uomo, e precisamente l’Ens seminis e l’Ens virtutis”. Questo equivale a dire le qualità che la costituzione fisica dell’uomo ha ereditato dai suoi genitori, e le tendenze o inclinazioni e talenti che egli ha sviluppato in un precedente stato di esistenza – “ma i pianeti e le stelle non costruiscono il suo corpo né dotano l’uomo di virtù o di vizi o di qualsiasi altra qualità. Il corso di Saturno non allunga né accorcia la vita di alcuno, e sebbene Nerone e Marte avessero lo stesso tipo di temperamento, Nerone, però, non era il figlio di Marte, né Elena la figlia di Venere. Se non vi fosse mai stata la Luna nel cielo, vi sarebbero tuttavia persone che partecipano alla sua natura. Le stelle non ci costringono in niente, non ci fanno inclinare a nulla; esse sono libere per se stesse e noi siamo liberi per noi stessi. Si dice che un saggio domini le stelle; ma questo non significa che domini le influenze che provengono dalle stelle nel cielo, bensì che domina i poteri che esistono nella sua propria costituzione”. “Noi non possiamo vivere senza la luce del sole e abbiamo bisogno dell’influenza delle stelle così come abbiamo bisogno del caldo, del cibo e dell’acqua; essi provocano le nostre stagioni e fanno maturare i nostri frutti, ma il corpo dell’uomo non proviene dalle stelle, né il suo carattere è formato da esse, e se non vi fosse mai stato alcun pianeta nel cielo, vi sarebbero tuttavia persone di indole malinconica, altre di temperamento collerico ecc.”» (Franz Hartmann; Il mondo magico di Paracelso, pp. 35-36).
“Il vero filosofo è colui che conosce alla luce della Causa prima, giudica rettamente e ordina ogni cosa al proprio fine e soprattutto la sua vita, vivendo virtuosamente”.
«La scienza non può risolvere il mistero ultimo della natura. Ciò si deve, in ultima analisi, al fatto che noi stessi facciamo […] parte del mistero che stiamo cercando di risolvere»
«Non ci è possibile indagare concettualmente il reale prescindendo dalle nostre categorie mentali. Infatti, chiedendoci: “Che cos’è la Realtà?”, distinguiamo arbitrariamente colui che indaga (noi, il soggetto) dalla cosa indagata (la Realtà oggettiva). Come posso io, che sono un aspetto integrante del reale, considerare quest’ultimo come se fosse altro da me, un mero oggetto esterno che posso vedere, toccare, capire? Dobbiamo postulare che la Realtà vera comprenda e al contempo trascenda tutte le nostre categorie; a meno che non siamo così pretenziosi e arroganti da credere che essa vi sottostia. Come dice qualcuno: «la mappa non è il territorio!».
Nell’ induismo, si citano spesso i tre guna quali qualità della natura : TAMAS( inerzia, oscurità) RAJAS(passione, azione)SATTVA( brillantezza purezza).
Cosa singolare, nel vedanta non duale si afferma che non siamo noi ad agire, ma i guna tramite noi.
In fondo non agiamo, ma siamo agiti dai guna in quanto energie della manifestazione.
Collodi espresse la stessa verità parlando di burattini mossi da mangiafuoco.
Nell’ induismo vi è anche il concetto di ATMAN, sostanza divina della stessa essenza del BRAHMAN(l’ assoluto) non soggetto, se risvegliato, alle forze dei guna.
La più rilevante frattura dottrinale fra Induismo (e più in particolare AdvaitaVêdânta) e Buddhismo è – si dice solitamente – la diversa concezione riguardo la realtà ultima. I buddhisti attribuiscono agli induisti la credenza in un principio sostanziale e personale: il “Sé” o Brahman. Ad esempio, scrive il Dalai Lama:
«Si può quindi dire che questa fonte suprema, la chiara luce, è vicina al concetto di un creatore. Ma bisogna stare attenti. Quando parlo di una fonte non devo essere frainteso. Non intendo dire che da qualche parte esista una forma di chiara luce concentrata, come una sostanza simile all’idea non buddista di brahman. Questo spazio luminoso non dev’essere deificato» (Dalai Lama; La natura del Buddha. Morte e immortalità dell’anima nel buddhismo).
Vi è, secondo me, un’enorme incomprensione. Andiamo con ordine.
Nel Buddhismo originario ciò che viene (giustamente) negato è l’esistenza di un sé individuale (l’io), e non la realtà dell’assoluto:
«Non sono in grado […] di discutere le differenze dottrinali fra buddhismo e induismo. Basti rilevare che il Buddha, quando insisteva sul fatto che gli esseri umani sono per natura «non-Âtman», parlava evidentemente del sé personale e non di quello universale […]. Ciò che […] Gautama nega è la natura sostanziale e l’eterna persistenza della psiche individuale» (Aldous Huxley; La Filosofia Perenne).
«[…] più si studia ciò che possiamo conoscere del buddhismo originario, più esso appare diverso dall’idea che se ne fanno in genere certi orientalisti; in particolare, sembra accertato che esso non comportasse affatto la negazione dell’Âtmâ o del “Sé”, ossia del principio permanente e immutabile dell’essere» (René Guénon; Autorità spirituale e Potere temporale).
«Se è ancora espressamente permesso a un Arhat di dire “io”, lo è solo per comodità, perché egli ha già da tempo superato la convinzione di possedere una sua propria personalità. Ma ciò non significa affatto – e non è detto da nessuna parte – che “non esiste un Sé”. Al contrario: vi sono dei passi dove, dopo l’elencazione dei cinque elementi di cui è intessuta la nostra “esistenza” evanescente e irreale, troviamo non l’abituale formula di negazione: “Questo non è il mio Sé”, bensì l’ingiunzione: “Rifugiati nel Sé”, così come il Buddha dice di aver fatto egli stesso [“Ho preso il Sé come mio rifugio”]» (Ananda K. Coomaraswamy; Induismo e buddismo).
«Esiste, o monaci, un non-nato, un non-divenuto, un non-creato, un non-formato. Se, o monaci, non esistesse questo non-nato […], non si potrebbe conoscere alcuna via di salvezza da ciò che è nato, divenuto, creato, formato» (Buddha; Udâna, 8, 3).
«Due piani di realtà esistono, o Ānanda, quello coeffettuato e quello non-coeffettuato. Questa è la cosa più alta, la cosa più eccellente, cioè a dire la pacificazione di tutti i coefficienti, la liberazione da ogni forma di esistenza, la distruzione, la soppressione, la cessazione della brama, il nirvana» (Buddha. Citazione tratta da: Vito Mancuso; I Quattro Maestri).
Quindi, anche il Buddhismo contempla una realtà assoluta. L’incomprensione verte piuttosto sulla concezione – ma sarebbe meglio dire: “non-concezione” – di questa realtà. Il Buddhismo la considera giustamente insostanziale, impersonale, ineffabile. Ma sbaglia quando attribuisce all’Induismo una concezione diversa e contraria, laddove essa è invece identica! Nelle Upanishad, brahman è scritto in minuscolo, ed è proprio insostanziale, impersonale, ineffabile: esso non è un dio, un soggetto, una persona, un essere, un ente, una cosa, una sostanza… niente di tutto ciò. Ogni concetto deve essere rimosso. Se si pensa qualcosa, non è quello. La formula per indicarlo è infatti “neti neti” (non-questo, non questo):
«Si mediti pure su quelle che sono le migliori forme <del brahman>. Indi le si respinga, poiché esse sono <null’altro che> mezzi per procedere in mondi sempre più elevati, fintanto che, giunti alla dissoluzione totale» (Maitry-upaniṣad, IV, 6).
«Benché nella sua forma manifesta il divino sia necessariamente molteplice, nella sua essenza non può essere né uno né molti. In altre parole, non è possibile definirlo. Il divino è ciò che resta quando si spoglia la realtà di tutto ciò che può essere percepito o concepito. È neti neti […]. L’espressione preferita dai vedantisti è ‘non due’» (Alain Daniélou; Miti e dèi dell’India. I mille volti del pantheon induista).
Il problema, piuttosto, è che Buddha ritiene deleterio perdersi in speculazioni metafisiche, e punta decisamente alla pratica della Liberazione (anche qui, però, non si discosta dall’obiettivo degli induisti, i quali perseguono lo stesso fine).
Insomma, il Buddha la pensava su questo tema proprio come gli induisti, ma evidentemente, al contrario di quest’ultimi, riteneva inutile o dannoso parlarne:
«[…] il Buddha si propone di superare tutte le soluzioni filosofiche e le formule mistiche in uso ai suoi tempi, per liberare l’uomo dalla loro influenza ed aprirgli la “via” verso l’Assoluto. Egli fa sua l’analisi spietata alla quale il Sâmkhya e lo Yoga preclassico sottoponevano il concetto di “persona” e di vita psicomentale, ma lo fa perché il “Sé” non ha nulla a che vedere con quella illusoria entità che è l’”anima” umana. Il Buddha però si spinge ancora più lontano del Sâmkhya-Yoga e delle Upanisad, perché rifiuta di postulare l’esistenza di un purusa o di un âtman. Egli nega, infatti, la possibilità di discutere su un qualunque principio assoluto, e nega la possibilità di avere una esperienza, anche approssimativa, del vero Sé, finché l’uomo non si sia “risvegliato”. Il Buddha rifiutava del pari le conclusioni della speculazione upanisadica: il postulato di un Brahman, puro spirito, assoluto, immortale, eterno, identico all’âtman – le rifiutava perché questo dogma rischiava di soddisfare l’intelligenza e, di conseguenza, impediva all’uomo di risvegliarsi. A considerare le cose più da vicino, ci si rende conto che il Buddha rifiutava tutte le filosofie e tutte le ascesi contemporanee perché le considerava idola mentis che innalzavano una specie di schermo tra l’uomo e la realtà assoluta, il solo e vero incondizionato. Numerosi testi canonici dimostrano che il Buddha non negò affatto una realtà ultima, incondizionata, di là dal flusso eterno dei fenomeni cosmici e psicomentali, bensì evitò di parlare troppo su questo argomento. Il nirvâna è l’assoluto per eccellenza, l’asamskrta, vale a dire ciò che non è nato né composto, che è irriducibile, trascendente, al di là di ogni esperienza umana […]. È possibile “vedere” il Nirvâna solo con “l’occhio dei santi” […], vale a dire con un “organo” trascendente, che non partecipa più al mondo caduco. Il problema fondamentale per il buddhismo, come per ogni altra iniziazione, era di mostrare il cammino e di forgiare i mezzi per ottenere questo “organo” trascendente che può rivelare l’incondizionato […]. Ma, per il Buddha, non ci si può “salvare” se non raggiungendo il Nirvâna, vale a dire superando il livello dell’esperienza umana profana e reintegrando il livello dell’incondizionato. In altri termini, è possibile salvarsi solo morendo a questa vita profana e rinascendo ad una vita transumana, impossibile a definire e a descrivere» (Mircea Eliade; Lo Yoga. Immortalità e libertà).
È quello che sostengono tutte le mistiche, orientali e occidentali. In pratica, il Buddhismo si è staccato dall’Induismo più per motivi pratici che non dottrinali.
Altra questione: solitamente, la critica che viene avanzata a questa mia idea di identità profonda del nucleo mistico delle due concezioni è la seguente: “Non puoi identificare il brahman induista con la vacuità buddhista”. Ed infatti, non lo faccio! La vacuità indica l’insostanzialità di tutti gli enti: nulla esiste di per sé, indipendentemente dal “tutto”, ma solo ed esclusivamente nella relazione con gli altri enti. Ma questo non significa che questo “tutto” non sia reale. Nāgārjuna – il grande filosofo e mistico buddhista del II-III sec. d.C. – viene spesso frainteso:
«[…] Nāgārjunamette ripetutamente in guardia i suoi interlocutori dal trattare la vacuità alla stregua di una negazione, vale a dire il vuoto alla stregua del nulla, tanto grande è il rischio di incorrere nell’errore nichilista […]. Ciò che Nāgārjuna nega non è l’esistenza delle cose, le cose infatti hanno un’esistenza relativa e dipendente, ma è la consistenza ontologica ascritta alle cose che le parole nominano» (Emanuela Magno; Nāgārjuna. Logica, dialettica e soteriologia).
La vacuità, quindi, non corrisponde al brahman indù, ma piuttosto alla mâyâ, la quale non nega affatto la realtà, ma semplicemente l’esistenza indipendente delle cose qualora considerate sostanze indipendenti dal principio assoluto, ossia dal brahman impersonale. Esse sono illusorie non in quanto aspetti del brahman ma, appunto, in quanto considerate “qualcosa” a sé; e questo è valido per l’intera manifestazione universale:
«[…] in sé, la Shakti non può essere che un aspetto del Principio e, se la si distingue per considerarla «separativamente», non è più che la “Grande Illusione”, vale a dire Mâyâ» (René Guénon; L’uomo e il suo divenire secondo il Vêdânta).
Il brahman è equiparabile piuttosto alla talità o tathata buddhista (traducibile con quiddità):
«In cotesto Grande Veicolo […] in nuovo modo si concepisce il Buddha, non più come maestro spentosi nel nirvana […], ma come realtà assoluta […]. Noi, oltre la effimera illusoria apparenza, siamo quella identità assoluta che è la Buddhità […]: non può esservi né donatore, né dono, né atto di donare quando tutto, assolutamente tutto, è vuoto, all’infuori di quella indefinibile identità che si noma, per pura convenzione, tathata, l’identità assoluta, la quale coincide con il Buddha» (Giuseppe Tucci; Storia della filosofia indiana).
«Il grande merito del Buddhismo è quello di averci aperto la via alla visione della «talità» delle cose, ovvero all’intuizione dell’«originariamente puro nell’essenza e nella forma che è l’oceano della conoscenza trascendentale Prajna» […]. I Buddhisti adottano il termine «puro» nel senso di assoluto […]. L’«originariamente puro» indica ciò che è incondizionato, indifferenziato e privo di ogni determinazione; è una specie di superconsapevolezza nella quale non vi è opposizione tra soggetto e oggetto, e tuttavia vi è una piena coscienza delle cose […]. In un certo senso l’«originariamente puro» è il vuoto, ma un vuoto carico di vitalità. La talità è, perciò, i due concetti contradditori di vuoto e non vuoto in stato di autoidentità» (Daisetz Teitaro Suzuki; Vivere Zen).
Nell’immagine: il filosofo induista Śaṅkara e il filosofo buddhista Nāgārjuna.
Minacciato dalla distruzione causata dalla disarmonia e dallo squilibrio dovuto al predominio maschile nel corso della storia della terra, questa volta, qui e ora, riguarda l’ascensione di Gaia, la madre dell’universo. Lo spirito e l’energia femminili che nutrono ogni cosa. Il pianeta Terra si sta spostando di frequenza dimensionale con tutta la vita cosciente in grado di aumentare la sua frequenza vibrazionale ed espandere la sua consapevolezza cosciente dal sistema di matrice 3D a 5D, la realtà del cielo sulla Terra. Mentre l’energia della Dea è rimasta inattiva e noi abbiamo frainteso e sottovalutato il suo potere, l’energia maschile ha fatto gli straordinari e ha dominato con un pugno duro. Nessuno ne ha beneficiato. Né donne né uomini. Tutto il nostro sistema, il nostro vecchio ordine si basa su questa filosofia ei suoi difetti sono ora chiaramente visibili. Una nuova era è alle porte e per questo dobbiamo permettere all’energia femminile di esprimersi. Non appena iniziamo a risvegliarci ea ricordarla, riconoscendo la sua funzione, il suo significato e la sua creazione, iniziamo a onorare, rispettare e amare la Dea femminile sinceramente e incondizionatamente. Attraverso questa conoscenza risvegliamo la Dea, ognuno dentro di sé, e la riportiamo nella nostra coscienza e nel nostro cuore. È così che troviamo l’equilibrio tra le nostre polarità femminile e maschile e torniamo integri dentro di noi. Come Yin e Yang, freddo e caldo, ghiaccio e fuoco. La chiave per l’ascensione è l’Amore. Amore puro, incondizionato. La fonte di questo amore è la sacra, divina energia della Dea femminile. Accedi a questo potere della Dea amandola, nutrendola, rispettandola e onorandola. Lei è la Dea dentro di te, indipendentemente dal tuo sesso. Consenti a te stesso di sentirlo, senza vergogna. Ascolta i suoi bisogni e desideri. Questo è della massima importanza in questo momento in cui abbiamo dimenticato che la nostra creazione ha avuto origine dall’amore della Dea Madre Gaia femminile. Ogni creatura che cammina su questa Terra le deve il dono della vita. Sofia Gaia, che ha rinunciato al suo essere di Grande Eone e non solo ha plasmato la Terra, ma si è anche incarnata e vissuta su di essa per insegnare, guidare, creare e amare. Ripetendo ancora e ancora il disegno del principio della divina Dea femminile. L’uomo è il custode della vita. Lui è il salvatore. Lui è la luce. Il cavaliere che proteggerà la vita in te. La donna è la forza vivificante, la creatrice. Rappresenta l’amore in ognuno di noi. La Dea sei TU. Irradiare questa energia significa accendere la scintilla della vita dentro di te, accendere la tua luce e vivere in uno stato di gioia radiosa. Lascia che la tua luce interiore sia sempre presente, per vedere la bellezza negli altri. Mantieni viva e diffonde questa energia nutriente della Dea dentro di te! Una Dea è centrata, conosce il suo vero sé. Capisce i suoi punti di forza e tiene sotto controllo le sue vulnerabilità. Perché è connessa alla sua essenza. Fai una pausa prima di ascoltare la sua chiamata. Lei non risponde, lei risponde. E quando lo fa, la risposta è chiara e forte. Lei ha una grande forza. Ma lei non lo usa imprudentemente. Sa quando usarlo; e quando mantenere la calma. L’energia della dea ha una compassione infinita, con un’innata capacità di proteggere e nutrire; servire gli altri con la sua saggezza e la sua capacità di mostrarci la nostra conoscenza interiore. È profondamente radicata nello spirito della natura ed è a suo agio con il cambiamento e lo sviluppo delle stagioni della vita. Sapere come mantenere sempre la sua connessione interiore al di sopra di ogni altra cosa. Vive secondo la verità della sua divinità divina, che, a causa della sua connessione con la natura e la Terra, è in allineamento con le Leggi Universali. Pertanto, ci ricorda di non avere paura e di lasciare che i nostri sentimenti emergano. Le emozioni riflettono il sistema di guida che è stato installato in te dall’Intelligenza Divina. Ti condurranno al tuo vero io, alla tua piena espressività. È il linguaggio della tua anima. Non bloccarli. Consenti loro! Lascia che l’energia divina femminile fluisca liberamente in tutto il tuo essere. Abbandona tutti i pensieri di giudizio e apri il tuo cuore alla verità. Bilancia le tue polarità degli aspetti maschili e femminili per diventare di nuovo integro; questa è la vera fiamma gemella a cui devi prestare attenzione. L’avventura dell’amore non può essere vissuta pienamente a meno che entrambi gli aspetti, entrambe le energie non siano in equilibrio. Tutto è dentro così come è fuori. Come dentro, così fuori. Quando quei due diventeranno uno, il regno di Dio verrà! E ricorda, non sei solo. Ti amiamo teneramente. Siamo qui con te. Siamo la tua famiglia di luce. Siamo la Federazione Galattica. AH O Benedizioni divine a tutti voi. Aurora Ray
Madre Gaia si risveglia: l’energia femminile ci rende tutti forti
“I guerrieri del futuro studieranno seriamente e infine comprenderanno l’insegnamento di Gandhi. Ossia che i veri nemici dell’uomo non sono i suoi fratelli e sorelle, i quali sono tutti figli dello Spirito, figli dello stesso Padre. I nemici contro i quali combattiamo la guerra sono il nostro ego, i nemici generati dall’ignoranza mortale.”
Sono qui elencati i 5 Spiriti ovvero i Principi del Budo (La Via Marziale) giapponese, da cui poi si formò il Codice Marziale dei Samurai, i famosi Monaci-Guerrieri del Giappone. MUSHIN: Stato in cui la mente è libera da ogni pensiero. Il principio fondamentale dello Zen che punta al vuoto della mente che da forma al tutto. ZANSHIN: Stato in cui la mente è pienamente vigile e consapevole di tutto ciò che si trova intorno ed è pronta all’immediata reazione. SENSHIN: Stato della mente illuminata. Spirito di compassione che abbraccia e serve tutta l’umanità. Una mente illuminata detiene tutta la sacralità della vita. FUDOSHIN: Stato mentale di pace, di totale determinazione e di irremovibile volontà. Spirito determinato alla vittoria, resistenza e risolutezza nel superare ogni ostacolo. SHOSHIN: Stato della mente del principiante che fa riferimento al possedere un atteggiamento di apertura, determinazione e passione quando si studia una materia.
Fenomeni per certi versi speculari, perché fondati su un attaccamento verso un’ideologia morta e verso un periodo storico superato che non tornerà più né così com’è, in un senso o nell’altro, e né riformato, sempre in un senso o nell’altro; tra questi due fenomeni, ovvero il fascismo e l’antifascismo, l’unica cosa saggia è “reintegrare” (in senso psicologico) il fascismo alla propria storia e alla propria coscienza – individuale e collettiva – di europei. E il modo migliore per farlo è diffondendo la conoscenza e la lettura di tutti quei filosofi, letterati, politici, uomini di arte e di cultura che in un modo o nell’altro sono stati fascisti o vicini o accomunati al fascismo, e verso i quali da circa 100 anni è scattata la tagliola della damnatio memoriae. E quindi conoscere e studiare Heidegger, Jünger, Céline, Pound, Evola, Gentile, Spengler, Drieu La Rochelle, Brasillach, Cioran, e ancora D’Annunzio, Marinetti, Rosenberg, Ricci, Darré, Codreanu, Degrelle, Perón, Hitler e Mussolini. E tanti altri ancora di ieri e di oggi (compresi Dugin e De Benoist). E questo forse è il modo principale per chiudere il capitolo e andare avanti!
Le credenze e le pratiche in Cina relative alla morte sono state influenzate dalle tre religioni dominanti del paese: confucianesimo, taoismo e buddismo. Sebbene la Rivoluzione Comunista del 1949 e la successiva Rivoluzione Culturale tra la metà degli anni ’60 e gli anni ’70 abbiano reso quasi impossibile praticare la religione in Cina, i valori e le usanze di tutte e tre di questi sistemi spirituali sono penetrati nella cultura cinese. Il confucianesimo e il taoismo hanno avuto il maggiore impatto sul pensiero e sulle pratiche cinesi a causa delle loro radici native. Entrambi esprimono una comprensione filosofica della vita e della morte, nonché un sistema di credenze religiose. Nella concezione confuciana una persona non dovrebbe aver paura della morte, se vive una vita morale secondo i dettami di Tien Ming, chiamato “paradiso”. Ma questo uso della parola “paradiso” non denota un posto nell’aldilà in cui l’anima va. Dovrebbe piuttosto essere inteso come il meccanismo sottostante che controlla la vita. Confucio non ha discusso esplicitamente di una vita nell’aldilà; della vita eterna, degli dei o degli spiriti. I taoisti vedono la morte come una parte naturale della vita che tutti dobbiamo accettare. Se una persona vive una vita morale e segue il sentiero del Tao, che prevede vari esercizi meditativi, raggiungerà l’immortalità dopo la morte. Per i taoisti, la vita è un’illusione e la morte è un risveglio. Nonostante vedano la morte come una parte naturale della vita, i cinesi pensano che parlare della morte sconvolgerà l’armonia interiore che è così importante da mantenere. Quindi, i cinesi cercano di evitare anche di pensare alla morte. La pietà filiale e il culto degli antenati sono principi importanti sia del confucianesimo che del taoismo e possono persino precedere quelle religioni nel pensiero cinese. Secondo questi principi, i bambini devono rispettare i loro genitori e antenati e prendersi cura di loro. I cinesi hanno un grande rispetto per i medici. Credono che ci si debba fidare e ascoltare in tutte le questioni che riguardano la cura dei malati. Quindi i medici non vengono interrogati e spesso prenderanno decisioni che in altre famiglie sarebbero state prese dal morente o dal parente più prossimo. Gli anziani possono anche ascoltare un medico sui consigli dei loro figli. L’obiettivo della medicina cinese è ripristinare l’equilibrio dell’energia vitale che scorre in tutto il corpo. Se la persona muore a casa, la famiglia dovrà ripulire l’energia vitale stagnante o negativa che potrebbe essere stata lasciata . Ciò può comportare l’apertura di tutte le finestre, la rimozione delle foto del defunto, lo spazzamento e quindi il lavaggio accurato del pavimento e delle pareti e persino la pittura della stanza. Il letto e il materasso verranno sostituiti e tutti gli indumenti del defunto verranno regalati. In una famiglia tradizionale i vestiti verranno bruciati. Nella casa di una persona morta tutte le statue degli dei saranno ricoperte di carta rossa. Il rosso è il colore della fortuna e della vitalità. Un panno bianco sarà appeso fuori dalla porta d’ingresso della casa per annunciare che la famiglia è in lutto. Il bianco è anche il colore dell’ignoto, della purezza, del coraggio e della forza. Le usanze cinesi impongono che prima che un corpo venga deposto in una bara, venga accuratamente lavato, spolverato di borotalco e quindi vestito con i migliori abiti del defunto. I vestiti non saranno rossi perché ciò porterà la persona a diventare un fantasma. Una donna cinese sarà spesso seppellita con gioielli, in particolare giada. Un cinese può essere sepolto con monete. Il volto del defunto può essere coperto da un panno giallo, che è il colore buddista e rappresenta la libertà dalle preoccupazioni mondane. Il corpo può essere coperto con un panno blu, che rappresenta l’armonia e l’immortalità. La carta moneta simbolica viene spesso bruciata a un funerale per assicurarsi che il defunto venga curato finanziariamente nella prossima vita. La cartamoneta viene anche lanciata ai funerali per tenere lontani i fantasmi affamati che potrebbero essere attratti dai morti e portare malattie e malizia ai vivi. Se si verifica una veglia nella casa del defunto, tutti gli specchi saranno coperti, perché vedere un riflesso della bara può causare presto la morte nella famiglia della persona che ha visto il riflesso. Corone, foto e regali saranno posti in testa allo scrigno; il cibo sarà posto davanti alla bara come offerta. Il pettine della persona è rotto, metà messo nella bara per essere seppellito con la persona e l’altra metà tenuta dalla famiglia. Il riso può essere sparso per la casa per condurre i fantasmi affamati fuori dalla famiglia. Tradizionalmente, tre giorni dopo la sepoltura, lo spirito del defunto visiterà la famiglia. Per prepararsi a questa visita, la famiglia prepara il cibo preferito della persona e lo espone con alcuni dei libri della persona affinché venga a salutarla dopo mezzanotte. Ogni anno la famiglia deve rendere omaggio al defunto facendo offerte e bruciando incenso. A volte si può preparare il maiale arrosto e parte di esso portato al cimitero come offerta all’antenato. Le persone in lutto non dovrebbero partecipare a nessuna forma di intrattenimento per 100 giorni. Il periodo del lutto dipende dalla relazione: tre anni per un figlio o un genitore, un anno per il coniuge.