Uno stato senza sovranità non ha patrioti ma mercenari che serviscono altro stato !
E l’Italia si sa che è a sovranità scippata, quindi la prima mossa dovrebbe essere quella di recuperare sovranità e non servire altri stati.
Che sia sotto il tallone di qualcuno lo si può notare nella negazione alla realizzazione di sottomarini atomici, fatta a Andreotti, e quella per il trattamento dell’uranio da usare nelle centrali nucleari.
E’ evidente che pretendono di tenerci in sudditanza tecnologia e scentifica, mentre noi dovremmo puntare alla depoliticizzazione di scuola sanità giustizia, per poterci sviluppare ed essere padroni del ns futuro, perchè sovente capita che l’asino, messo al comado dal politico, comandi il cavallo che deve fare la vita da asino !
Servire il gruppo anglosassone ci porterà all’errore fatto nella 2a guerra mondiale, perchè la Russia, come fa gola a quel gruppo per i suoi 17 000 000 di Kmq da sfruttare, è inderogabile che fa gola anche alla Cina. I primi puntano a sfruttarla, per grantirsi risorse alle loro corporazioni, tentare il controllo e sfruttamento economico planetario; la Cina perchè gli serve per espandersi e garantirsi risorse a sua volta.
E’ inderogabile quindi che la Cina non potrà starsene con le mani in mano, come le altre nazioni economicamente in espansione !
Aiutare l’Ucraina perchè combatte per la nostra libertà, è come fare i vaccini per tutelare gli altri: è una colossale balla !
Gli USA furono venduti ai Rothschild nel 1863. In una lettera dei Rothschild del 26 giugno 1863 si legge: “pochi comprenderanno questo sistema. Coloro che lo comprendono saranno occupati a sfruttarlo, e la gente non potrà mai capire che il sistema va contro ai suoi interessi”
Radio Londra, proclamando la liberazione dell’Italia e la libertà per
l’Europa, non ha mai risposto all’interrogativo: E della libertà di NON INDEBITARSI, che cosa ne dite?
Ecco perché Mussolini fu condannato dal comitato centrale dell’usurocrazia. Ecco perché si fanno guerre “Guerre per creare debiti che poi devono essere pagati con gli interessi. La guerra è il sabotaggio massimo, quello più atroce.
Gli usurai provocano le guerre per creare carestia e per imporre monopoli a proprio vantaggio, per poi strozzare il mondo.
Gli usurai provocano guerre per creare debiti e nuovi rapporti di servitù: per poi sfruttare profitti derivanti dai mutamenti di valore della moneta. Va capito che tutto il sistema informativo controllato dall’usurocrazia mondiale è teso a mantenere l’ignoranza pubblica.
Ai liberali, che non sono tutti usurai, chiediamo: perché gli usurai sono tutti liberali?
La verità è questa:
Una nazione che non vuole indebitarsi fa rabbia agli usurai.
Roma, 16 ott – Xi Jinping ha dato il via al XX Congresso nazionale del Partito comunista, dal quale dovrebbe uscire con un inedito terzo mandato. Proprio in quest’occasione ha pronunciato un lungo discorso programmatico, toccando i temi più caldi della politica cinese: Taiwan, Hong Kong, Covid e crescita economica.
Il discorso di Xi Jiping al XX Congresso nazionale del Partito comunista Il discorso si è tenuto di fronte a circa 2.300 delegati nell’auditorium principale della Grande sala del popolo, in Piazza Tienanmen. Il XX Congresso nazionale del Partito Comunista rappresenta uno snodo molto atteso, con Xi Jinping che quasi sicuramente sarà riconfermato per la terza volta segretario generale del partito. Raggiunto il podio dopo un lungo applauso, Xi ha esordito: «Siamo qui per il nuovo corso del Partito, in vista della costruzione di un moderno Paese socialista». Il presidente cinese ha proseguito parlando della situazione internazionale: «Ci aspettano tempi difficili». Ha avvertito di «potenziali pericoli» mentre chiedeva che la Cina fosse «preparata agli scenari peggiori». Secondo Xi i prossimi cinque anni saranno cruciali e si verificheranno «cambiamenti globali che non si vedevano da un secolo», pertanto è necessario «adattarci e prepararci a resistere a venti forti, acque mosse e persino tempeste pericolose».
Le cose fatte e gli snodi fondamentali Xi ha esaminato le cose fatte: «Abbiamo dimostrato grande capacità contro l’indipendenza di Taiwan. Abbiamo messo al primo posto le persone e le loro vite, lanciando una “guerra del popolo” contro il virus. Abbiamo rafforzato e attuato il modello “un Paese, due sistemi”. Abbiamo aiutato Hong Kong a entrare in una nuova fase». Proprio a riguardo di Hong Kong ha sottolineato come l’ex colonia britannica «è passata dal caos alla stabilità», con l’amministrazione della città che è ora «nelle mani dei patrioti». Il presidente cinese ha anche analizzato gli scenari economici, parlando di una crescita del Pil da 54.000 miliardi di yuan a 114.000 miliardi, ovvero circa 16.000 miliardi di dollari. Ciò fa sì che la Cina equivalga al 18,5% dell’economia globale. Secondo Xi è ora necessario puntare allo sviluppo «di alta qualità», tra «hi-tech di alto livello e meccanismo di innovazione tecnologica».
La questione Taiwan: «Non prometteremo mai di rinunciare all’uso della forza» La parte del discorso che è destinata a fare più discutere è probabilmente quella su Taiwan. Xi ha promesso che la riunificazione «della patria ci sarà e sarà sicuramente realizzata». Ha poi sottolineato come «risolvere la questione di Taiwan è un affare del popolo cinese e spetta al popolo cinese decidere», ritenendo quindi inopportuna qualsiasi ingerenza di altri Stati nella questione. Xi ha affermata di voler trovare una vi diplomatica e pacifica per raggiungere questo obbiettivo: «Insistiamo sulla prospettiva di una riunificazione pacifica con la massima sincerità e i nostri migliori sforzi». Senza però negare l’ipotesi di un intervento armato: «Non prometteremo mai di rinunciare all’uso della forza e ci riserveremo di prendere tutte le misure necessarie».
Fonte: Primato Nazionale
Xi Jinping al XX Congresso nazionale del Partito Comunista: «Spetta al popolo cinese decidere su Taiwan»
Roma, 16 ott – Senza ricostruzione genealogica si corre spesso il rischio di utilizzare concetti in maniera poco consapevole. Qui mi occuperò, schematicamente s’intende, del principio di autodeterminazione dei popoli, che ha avuto come suo grande alfiere e protettore il presidente americano Woodrow Wilson. Dietro la solita retorica dei nobili e disinteressati sentimenti umanitari, il principio di autodeterminazione dei popoli rispondeva a due obiettivi geopolitici molto concreti e ovviamente in linea con i disegni wilsoniani: smembrare definitivamente gli Imperi Centrali, dando vita al contempo a un cordone sanitario nell’Est Europa in funzione antitedesca e antisovietica, e creare un precedente essenziale per la futura dissoluzione degli imperi coloniali francese e inglese. Un esempio di come già all’epoca si registrassero gravi fraintendimenti in relazione a tale principio lo si può trovare nel suo utilizzo da parte di D’Annunzio, laddove era stato proprio Wilson, in nome dello stesso principio, a opporsi a Fiume italiana.
Autodeterminazione dei popoli, un principio usato in maniera strumentale Durante la seconda guerra mondiale il principio, nel pieno rispetto della tradizione wilsoniana, lo si ritroverà nel punto terzo della “Carta atlantica” del 1941, siglata da Stati Uniti e Inghilterra. Ancora una volta gli obiettivi concreti americani – con Churchill convinto, del tutto irrealisticamente, di poterne disinnescare successivamente gli effetti anticolonialistici – erano la messa in discussione del dominio tedesco nell’Est Europa e appunto la fine degli imperi coloniali europei, cosa, quest’ultima, destinata puntualmente ad avverarsi in appena un quindicennio dopo il 1945.
Inoltre, essendo un diritto universalistico, e quindi in linea teorica applicabile sempre e ovunque, il principio di autodeterminazione dei popoli andrebbe sempre rispettato, senza deroghe di alcun tipo, col rischio concreto di creare le condizioni per una balcanizzazione senza freni, essendo indiscutibile che quasi ogni Stato abbia al suo interno minoranze etnolinguistiche che a tale principio potrebbero appellarsi, con la prevedibile conseguenza di giungere alla disgregazione di quelle stesse entità statuali, laddove, al contrario, ragionevoli soluzioni federalistiche o autonomistiche potrebbero invece garantire a tali minoranze una serie di diritti, senza arrivare al punto di non ritorno della dissoluzione dello Stato.
D’altronde, se si continua a guardare al concreto dato storico, ci si accorge di come tale principio sia stato utilizzato in maniera assolutamente strumentale, in quanto si presta perfettamente a giustificare posizioni dettate non certo da nobili principi ma da ben più concreti interessi geopolitici. Per cui si tratta di un principio doppiamente ambiguo, nel senso che, da un lato, se venisse applicato nel pieno rispetto della sua universalità, creerebbe le condizioni per un caos politico generalizzato, dall’altro, si presta a meraviglia ad un suo uso ideologizzato, e quindi a fungere da copertura ‘alta’ per ben più ‘bassi’ fini geopolitici.
Qualche rapidissimo esempio al riguardo: a parte i casi più complicati in cui entrambe le parti in lotta si richiamano al principio di autodeterminazione, non c’è che l’imbarazzo della scelta; sempre in base al diritto all’autodeterminazione dei popoli, perché gli Irlandesi dell’Ulster sì e gli Altoatesini o i Baschi o i Catalani no? Perché i Kosovari no e i Corsi sì? E perché i Palestinesi sì e i Curdi no? E i Tibetani? E così via. Insomma, a me pare evidente come in ognuna di queste situazioni contino considerazioni di ben altra natura, evenienza che dimostra appunto l’inutilizzabilità pratica e la pericolosità teorica di tale principio.
“…Ci stanno mentendo dicendo che la gente muore di vecchiaia; non esiste una malattia che si chiama “vecchiaia”. Le cellule dell’organismo si rinnovano continuamente, anche nei vecchi. E’ un peccato che gli errori si accumulino nella riproduzione delle cellule, ma esiste sempre una determinata causa delle morte. Non è così facile uccidere un uomo, fermando il cuore e i polmoni.
La gente non muore di vecchiaia, muore di malattie cardiovascolari, polmonari, a causa dei tumori o del diabete. Con gli organi “a posto”, teoricamente, la nostra vita non ha limiti.
Ma se le cellule si rinnovano sempre, come mai gli anziani non hanno la pelle dei bambini? La scienza non lo sa. Ecco cosa dovremmo studiare invece di andare nel cosmo, vuoto!
La nostra pelle si rinnova ogni 2-3 mesi, il sangue in sei mesi, i polmoni ogni anno. Pensate alle unghie, che crescono sempre, al fegato che è capace di rigenerarsi in pochi mesi. Ogni 10 anni si rinnova lo scheletro, ogni 15 anni, si rinnovano tutti i muscoli e i tessuti.
Affinché la rigenerazione avvenga con successo dovete avere cura di voi come si ha cura di un bimbo. Sempre. Quando siete stati in un parco? I bambini devono passeggiare sempre. E il riposo pomeridiano?
Sono importanti sia l’aria che si respira sia il nutrimento. L’organismo non deve consumare la roba chimica sotto forma di troppi farmaci, dei cancerogeni, dell’alcol e dello zucchero (gli sbalzi di insulina sono una dura prova per l’organismo).
Il vostro cuore si rinnova ogni 20 anni. Ovvero, nel corso della vita noi usiamo diversi cuori… Anche il cervello rinnova le sue cellule, mentre psicologicamente la vostra personalità cambia ogni 7 anni.
Non siamo quelli che eravamo 7 anni fa: abbiamo un altro carattere, un altro corpo, e in comune soltanto una parte dei ricordi.
Il segreto è questo: nel nostro DNA è assente l’informazione sull’invecchiamento e sulla morte: nessuno sa perché invecchiamo, diventiamo ciechi e ci copriamo di rughe, mentre tutte le parti dell’organismo si rinnovano.
Esiste una teoria: il programma dell’invecchiamento è nella nostra mente. Lo avviamo noi credendo che questo sia la norma. Di fatto, il cervello ci ordina di morite, lo crede giusto…
NEL NOSTRO DNA NON C’E’ L’INFORMAZIONE SULLA MORTE
Gramsci è una delle figure “intoccabili”. Quelle di cui sei obbligato a parlar bene perché è stato una vittima del fascismo, era un grande intellettuale e blah blah blah. Poi ultimamente lo han tirato fuori con la stantìa retorica dell’ “odio gli indifferenti” contro l’astensionismo. La retorica di un fanatico, come ben si intuisce dietro quella faccia gelida da intellettuale giacobino. Gramsci è una figura sinistra (non “di sinistra”. Proprio sinistra). È una vittima del fascismo ma, avesse avuto lui il potere, non sarebbe stato tanto meglio di Mussolini. Da un lato, come ho spesso ripetuto, la sua “egemonia culturale” è stata una catastrofe per la cultura italiana peggio delle piaghe d’Egitto. Lui ha teorizzato una mafia ideologica come nemmeno Mussolini è riuscito a fare, una peste che ci ammorba ancora a trent’anni dalla caduta del comunismo e che infesta editoria, scuola e università. Ma c’è dell’altro. La guerra che mosse ad una figura davvero nobile di socialista, ovvero Giacomo Matteotti, che Gramsci definiva con disprezzo “pellegrino del nulla” e che vedeva, nella sua ottusità ideologica, come nemico di classe in quanto figlio di proprietari terrieri. Ma fu il “pellegrino del nulla”, non Gramsci, ad alzarsi e a denunciare le violenze fasciste, fu il “pellegrino del nulla” a preparare un dossier sugli affari del re con la British Petroleum. Di fatto Matteotti aveva ampiamente smascherato anche Gramsci rimarcando la differenza tra quello in cui lui credeva e quello in cui credeva Gramsci “Restiamo ognuno quel che siamo: voi siete comunisti per la dittatura per il metodo della violenza delle minoranze: noi siamo socialisti per il metodo democratico delle libere maggioranze. Non c’è quindi nulla di comune tra noi e voi” È il padre anche della cultura woke: Gramsci è ora studiatissimo nelle università Usa proprio per la teoria dell’egemonia applicata al politicamente corretto. Sarebbe ora di picconare questa figura che ha fatto più male che bene. Oggi si arriva a tirare letame su Garibaldi che, nel bene e nel male, è stata una figura di maggior valore di Gramsci. Non vedo perché non liquidare anche questo piccolo e occhialuto fanatico, sin troppo elogiato anche da non comunisti. Gramsci è un po’ come Zelensky, santificato solo in opposizione al suo nemico, ma mica tanto meglio del suo nemico.
“Non ti lasciare imprigionare da nessun affetto. Preserva la tua solitudine. Il giorno, se mai verrà, che una vera amicizia ti sia concessa, non esisterà opposizione fra la solitudine interiore e l’amicizia; anzi è da questo segno infallibile che la riconoscerai.” Simone Weil
“L’essere umano che vive nella coscienza di Dio, è in grado di assumere qualunque personalità desideri. Potete cambiare la vostra natura sia interiore che esteriore. Non dovreste identificarvi con alcun tipo particolare di individuo, ma piuttosto acquisite la capacità di cambiare personalità a piacimento come fosse un vestito” (Paramansa Yogananda)
Con queste affermazioni, il guru Yogananda ci spiega che la personalità che ognuno crede propria, altro non è che un “programma sovrasensibile” che ci troviamo appiccicato e col quale normalmente ci identifichiamo, ma che grazie alla meditazione e alla concentrazione, è possibile togliere come si toglie un abito, e indossarne un altro, scegliendolo tra le infinite personalità disponibili nel piano sovrasensibile. Da notare che Yogananda disse queste cose ben 90 anni fa, quando non esisteva il concetto di “programma informatico”. Yogananda utilizzò parole diverse, ma la sostanza è quella, e lui ci pervenne grazie alla sua strabiliante intuizione spirituale.
Il 16 ottobre 1906 nasceva Dino Buzzati. Uno degli autori più innovativi e visionari del Novecento italiano. Assieme a Tommaso Landolfi (altro autore troppo dimenticato) può essere considerato il nostro Poe o il nostro Lovecraft, capofila di quel filone fantastico troppo spesso ignorato in Italia, e anche il nostro Kafka. Ma Buzzati era uno che guardava davvero avanti: comprese le potenzialità letterarie del fumetto, unico in Italia assieme a Hugo Pratt, e inventò pure quella forma narrativa che oggi va tanto forte e si chiama graphic novel col “Poema a fumetti”. Pur essendo comunque un autore conosciuto (dai suoi libri furono tratti film come “il deserto dei Tartari” e recentemente “La famosa invasione degli orsi in Sicilia”) non è portato su un palmo di mano come altri.
Motivo?
Non aveva la tessera giusta. Nemmeno Guareschi l’aveva, ma Guareschi aveva dalla sua l’essere molto “nazional-popolare” e quindi batté i critici trinariciuti con la popolarità. Buzzati restava più nicchia. Il fantastico poi è sempre stato guardato con sospetto dai crociano-marxisti italioti (figuviamoci il fumetto. Ovvove signova mia)
Anche Calvino era “fantastico” e a parer mio sta molto al di sotto di Buzzati. Ma Calvino aveva la tessera. Buzzati si autodefiniva così: “E non nego che, sotto certi punti di vista, io, privatamente, possa essere anche considerato reazionario: in molte cose io sono attaccato alle vecchie cose, alla tradizione, piuttosto che alle cose del domani. Né sono uno che smania perché da domani mattina si scateni la rivoluzione per le strade, no, questo no”. Anche Pasolini era un “reazionario” ma la sua fama postuma sta nell’essersi comunque collocato in area marxista. E come scrittore Buzzati è decisamente sopra Pasolini.
Gramsci con la sua fottuta egemonia culturale ha fatto più danni della grandine.
Dino Buzzati: sono un pittore che ha fatto anche il giornalista e lo scrittore