11 settembre 2001: dopo le Due Torri tutto cambiò. Come ebbe a dire il presidente americano Bush jr “Da oggi nulla sarà più come prima” e così fu. Ma tutto il processo di ricostruzione del Nuovo Ordine Mondiale era stato elaborato poco prima della nuova presidenza da colui che sarebbe divenuto il vicepresidente di Bush, Dick Cheney. Nel suo Rapporto veniva indicata la strategia mondiale – con tanto di guerre – che doveva portare gli Usa a trasformarsi da consumatori energetici in produttori energetici, rendendo competitive le loro costose estrazioni. Questo processo si è mosso ininterrottamente per ventuno anni – e prosegue felicemente – a spese generali. Il resto del mondo, compresa la Cina rampante, si è mosso in reazione a questo processo, per adattarvisi o per sottrarvisi parzialmente. Dalla sua – per ora – Pechino ha il dominio delle terre rare nella trasformazione energetica.
Un quarto di secolo fa il professor John Joseph Mearsheimer[1] pensava che “tra l’Ucraina e la Russia la situazione [fosse] ormai matura perché tra i due paesi esplod[esse] un’accesa rivalità in materia di sicurezza”[2]. D’altronde, argomentava il teorico del cosiddetto “realismo offensivo”[3], “le grandi potenze divise da una linea di confine molto estesa e non protetta, come quella che separa Russia e Ucraina, entrano spesso in contrasto spinte dalla paura per la propria sicurezza”[4]. Secondo Mearsheimer era poco probabile che questi due paesi superassero una tale dinamica ed instaurassero relazioni di armonica coesistenza; perciò, quando nel 1994 l’Ucraina si dichiarò disposta a rinunciare all’armamento atomico ed a sottoscrivere il Trattato di non proliferazione nucleare, il politologo statunitense espresse la propria disapprovazione, ritenendo che l’Ucraina, privandosi del deterrente nucleare, si sarebbe esposta al rischio di essere aggredita dalla Russia.
Samuel Huntington, che era stato consigliere dell’amministrazione statunitense ai tempi di Jimmy Carter, rimproverò a Mearsheimer di ignorare completamente, da un lato, “gli stretti legami storici, culturali e personali che uniscono Russia e Ucraina e il forte grado di assimilazione reciproca esistente tra le popolazioni di entrambi i paesi”[5] e, dall’altro, “la profonda cesura culturale che divide l’Ucraina orientale ortodossa e l’Ucraina occidentale uniate, un antico e basilare dato storico”[6]. Pertanto il teorico dello “scontro delle civiltà”, mentre giudicava poco probabile lo scoppio di una guerra russo-ucraina, sottolineava la possibilità che l’Ucraina si spaccasse in due, prefigurando “una divisione che la presenza di fattori culturali farebbe immaginare più violenta di quella cecoslovacca ma molto meno sanguinosa di quella jugoslava”[7]. Occorreva quindi, a parere di Huntington, esortare l’Ucraina a disfarsi del suo arsenale, promuovere “forme consistenti di assistenza economica e altre misure volte al mantenimento dell’unità e dell’indipendenza ucraina e sponsorizz[are] iniziative speciali per far fronte a una possibile spaccatura”[8] del paese.
Pur prescindendo da tesi discutibili come quella concernente le lunghe linee di confine generatrici di frequenti contrasti[9], le posizioni espresse dai due studiosi erano viziate entrambe da una debolezza di base, poiché tanto Mearsheimer quanto Huntington ignoravano il fattore preponderante e decisivo che prima o poi avrebbe condotto allo scontro fra la Russia e l’Ucraina divenuta “indipendente”, ossia la storica spinta espansionistica degli Stati Uniti verso il cuore del continente eurasiatico. Eppure nel 1993, quando su “Foreign Affairs” apparvero sia il citato articolo di Mearsheimer sia l’articolo di Huntington[10] in cui veniva originariamente formulata la teoria dello “scontro delle civiltà”, tale spinta si era fatta più evidente, essendosi ormai verificati eventi quali il crollo dell’Unione Sovietica (26 dicembre 1991), la fine del Comecon (28 giugno 1991) e lo scioglimento del Patto di Varsavia (1 luglio 1991), oltre al fatto che nel 1990, con la riunificazione della Germania, un territorio precedentemente sottoposto all’influenza sovietica, quello della Repubblica Democratica Tedesca, era entrato a far parte della NATO. Ma già prima – poco prima – di questi eventi, il 2 agosto 1990, gli Stati Uniti avevano promosso e capeggiato contro l’Iraq l’aggressione nota come “prima guerra del Golfo”; e poco dopo, il 17 aprile 1992, erano entrati a Kabul, costringendo alla fuga il presidente Mohammad Najibullah, i guerriglieri dell’Alleanza del Nord, finanziati, armati e addestrati dalla CIA nel corso delle amministrazioni di Jimmy Carter e Ronald Reagan, il quale li definì “combattenti per la libertà […] che difendono i principi di indipendenza e libertà che formano le basi della sicurezza e della stabilità globali”[11].
L’avanzata occidentale verso i confini della Russia era soltanto ai suoi esordi, sicché non era difficile prevedere che, dopo aver distrutto l’Iraq e allontanato da Mosca l’Afghanistan, Washington avrebbe cercato di trasformare nel principale avamposto antirusso quel perno geopolitico ucraino che, secondo le indicazioni di Zbigniew Brzezinski, era indispensabile staccare dalla Russia, se si voleva impedire a quest’ultima di “diventare un potente Stato imperiale, esteso sull’Europa e sull’Asia”[12].
L’acquisizione dell’Ucraina al campo occidentale, avvenuta nel 2014 col colpo di Stato di Euromajdan, si è inserita nel contesto degli “allargamenti” della NATO, i quali hanno esteso l’egemonia statunitense a paesi che precedentemente avevano fatto parte dell’URSS o del cosiddetto “campo socialista”. Il territorio della Germania Est e l’exclave di Berlino Ovest erano entrati a far parte della NATO il 3 ottobre 1990, con la riunificazione della Germania; il 12 marzo 1999 diventarono membri della NATO la Polonia, la Repubblica Ceca e l’Ungheria (quarto allargamento); il 29 marzo 2004 furono inglobate nell’organizzazione atlantica l’Estonia, la Lettonia, la Lituania, la Slovacchia, la Romania, la Bulgaria, la Slovenia (quinto allargamento); il 4 aprile 2009 toccò all’Albania ed alla Croazia (sesto allargamento); il 5 giugno 2017 fu la volta del Montenegro (settimo allargamento); infine, il 27 marzo 2020, toccò alla Macedonia del Nord (ottavo allargamento). Attualmente è prevista la partecipazione di altri quattro paesi al Piano d’Azione per l’Adesione (Membership Action Plan – MAP), che prepara l’ingresso effettivo nell’Organizzazione; si tratta della Bosnia-Erzegovina, della Svezia, della Finlandia e della Georgia. Gli ultimi due paesi confinano con la Federazione Russa, mentre la Svezia la chiude nel Mar Baltico.
Alla fine, Vladimir Putin si è visto costretto a passare il Rubicone. Di fronte alla reazione della Russia, un Henry Kissinger ormai centenario ha dichiarato in un’intervista al “Wall Street Journal”: “Pensavo che la Polonia – tutti i tradizionali paesi occidentali che hanno fatto parte della storia occidentale – fossero membri logici della NATO”[13]. Ma l’Ucraina, dice, era meglio non toccarla e lasciare che diventasse uno Stato cuscinetto fra l’Occidente e la Russia: “Sono stato a favore della piena indipendenza dell’Ucraina, ma ho pensato che il suo ruolo migliore fosse qualcosa come la Finlandia”[14]. Il bilancio tratto dall’ex segretario di Stato perciò è fallimentare ed allarmante: “Siamo sull’orlo della guerra con Russia e Cina su questioni che in parte abbiamo creato noi, senza alcuna idea di come andrà a finire o cosa dovrebbe portare”[15].
Il mea culpa di Henry Kissinger viene ad aggiungersi a quello di John Mearsheimer, che in una conferenza tenuta il 16 giugno 2022 allo European University Institute (EUI) di Firenze ha detto testualmente: “La tragica verità è che, se l’Occidente non avesse cercato di espandere la NATO all’Ucraina, è improbabile che oggi in Ucraina si sarebbe scatenata una guerra e molto probabilmente la Crimea farebbe ancora parte dell’Ucraina. In effetti Washington ha svolto un ruolo centrale nel condurre l’Ucraina sulla via della distruzione. La storia condannerà severamente gli Stati Uniti e i loro alleati per la loro politica incredibilmente stupida nei confronti dell’Ucraina”[16]. Certo, oggi sarebbe più difficile di quanto non fosse venticinque anni fa attribuire il conflitto russo-ucraino ai 1.576 chilometri della linea di confine che corre tra i due paesi…
NOTE [1] Autore nel 2007, con Stephen M. Walt, di The Israel Lobby and U.S. Foreign Policy; trad. it. La Israel lobby e la politica estera americana, Mondadori, Milano 2007.
[2] John J. Mearsheimer, The Case for a Nuclear Deterrent, in “Foreign Affairs”, 72, Estate 1993, p. 54.
[3] Il termine “realismo offensivo”, coniato dallo stesso Mearsheimer nel 1995, si fonda sull’idea secondo cui un sistema internazionale anarchico costringe gli Stati a portare al limite massimo il proprio potere ai fini della sopravvivenza.
[4] John J. Mearsheimer, The Case for a Nuclear Deterrent, cit., ibidem.
[5] Samuel P. Huntington, Lo scontro delle civiltà e il nuovo ordine mondiale, Garzanti, Milano 2000, p. 38.
[6] Samuel P. Huntington, Lo scontro delle civiltà, cit, pp. 38-39.
[7] Samuel P. Huntington, Lo scontro delle civiltà, cit, p. 39.
[8] Samuel P. Huntington, Lo scontro delle civiltà, cit, ibidem.
[9] Il confine tra Stati Uniti e Canada, il più lungo al mondo, misura circa 9.000 chilometri; ciononostante non risulta che i due Stati “entrino spesso in contrasto fra loro”. Un’osservazione analoga potrebbe essere fatta per quanto riguarda la Russia e la Cina, separate da un confine lungo 4.250 chilometri.
[10] Samuel P. Huntington, The Clash of Civilizations?, “Foreign Affairs”, 72, Estate 1993. Questo articolo era una risposta al libro The End of History and the Last Man, dato alle stampe nel 1992 da Francis Fukuyama, un allievo di Huntington.
[11] Message on the Observance of Afghanistan Day, reagan.utexas.edu, 21 marzo 1983.
[12] Zbigniew Brzezinski, The Grand Chessboard. American Primacy and Its Geostrategic Imperatives, Basic Books, New York 1997, p. 46.
[13] “I thought that Poland – all the traditional Western countries that have been part of Western history – were logical members of NATO” (Henry Kissinger Is Worried About ‘Disequilibrium’, “The Wall Street Journal”, https://www.wsj.com, 12 agosto 2022.
[14] “I was in favor of the full independence of Ukraine, but I thought its best role was something like Finland” (Ibidem).
[15] “We are at the edge of war with Russia and China on issues which we partly created, without any concept of how this is going to end or what it’s supposed to lead to” (Ibidem).
[16] “The tragic truth is that if the West had not sought to expand NATO into Ukraine, it is unlikely that a war would have raged in Ukraine today, and Crimea would most likely still be part of Ukraine. In fact, Washington has played a central role in leading Ukraine down the path of destruction. History will severely condemn the United States and its allies for their strikingly stupid policy towards Ukraine” (John J. Mearsheimer, History will judge the United States and its allies, southfront.org, agosto 2022.
Dopo aver sotterrato fino all’ultimo gigante, anche la regina più longeva ha abbandonato il pianeta dei nani.
Apparirà strano sentir cantare God save the King. Sono davvero poche le persone che lo hanno ascoltato in quella versione, perché the Queen era sul trono da oltre 70 anni, il regno più longevo in Europa dopo quello di Re Sole (72 e mezzo) che però era stato incoronato a cinque anni, lei a 25. Per intenderci, quando Elisabetta II divenne regina in Russia ancora comandava Stalin. Ha visto passare tre quarti di secolo da sovrana, ma, con le evoluzioni che si sono verificate, è come se di secoli non ne avesse attraversati bensì percorsi interamente due. Ha assistito alla grande crisi economica e sociale, allo smantellamento dell’impero coloniale, alla perdita di potenza mondiale e poi alla riconquista “culturale” ai danni della Francia, con Beatles, Rolling Stones, Twiggy, Mary Quant, la Jaguar, la Mini Minor, James Bond, Bobby Charlton, Peter Sellers. Ha assistito alla ripresa dovuta alla scoperta del petrolio del Mare del Nord e alla contrastata ammissione in Europa che salvò le casse britanniche, quindi alla guerra delle Malvine, al thatcherismo, alla Brexit e al rilancio del Commonwealth. E a tutto quello che non si può dire, tenuto conto del ruolo che l’intelligence britannica ha avuto e mantiene nei destini del mondo e alla funzione di lavatrice e di finanziatrice di tutto l’indicibile svolta dalla City.
Oltre Lady D La sua figura imperturbabile – poi divenuta virale con The Crown – ha funto da punto fermo dell’immaginario interno ed estero di un Regno Unito in continua trasformazione, etnica, sociale, mentale, costante summa di contraddizioni che altrove sarebbero risultate sgretolanti come il femminismo ultragender e woke che si accompagna ai modi di fare e di esprimersi mascolinamente ingessati e un tantino misogini così tipicamente british. Ha stravinto, non sul breve ma alla distanza, lo scontro con la nuora, Diana, in cui tanto facilmente si era riconosciuta la massa inverterbrata e capricciosa. La Regina Elisabetta assumeva la gravità e l’impersonalità della funzione che Lady D voleva adattare ai suoi desideri, ai suoi orientamenti, ai suoi capricci, compresa – eccome se era capita – da un’umanità avviata all’atomizzazione irresponsabile e al compiacimento delle fragilità messe in mostra, priva della distanza pudica che impone forza e grandezza e rifugge dalla volgarità. Fu l’unica vera contesa difficile, comunque la vinse.
Della Regalità La Regalità è qualcosa di sacro. Ma la vera Regalità non è di quest’epoca che, da qualche secolo in qua, può trovare la via tradizionale e il ruolo di autorità superiore nei confronti dell’oligarchia, aristocratica e/o borghese, esclusivamente in una forma bonapartista o cesarista che, a dirla tutta, è più una sorta di dittatura repubblicana che non una monarchia dinastica, ormai vetrina di lusso per il classismo dominante. La sola differenza sta nel fatto che a questo genere di società la monarchia dinastica non assoluta offre un involucro che ha un qualcosa di serio, di solenne, se non altro perché si sottrae al mercato delle vacche e degli spin doctors. Se la persona sa rivestire la sua funzione, ciò determina un senso di serietà difficile da riscontrare nelle repubbliche parlamentari perché, a differenza di queste ultime, lì almeno c’è qualcosa di gerarchico. Ed è probabilmente per questo, oltre che per un complesso d’inferiorità anglofilo, che soprattutto oggi che ci si comporta e si ragiona sempre più come i fans di Lady D, la Regina Elisabetta è così amata e ammirata.
Cosa rappresentava Simbolicamente – e quindi funzionalmente – la Regina rappresentava il nemico. Capo della Chiesa anglicana e della Massoneria londinese, anche se solo formalmente. Sempre formalmente alla testa delle Intelligences britanniche che tuttora sono forse le più attive e pericolose al mondo. Capo del Commonwealth e garante della City. Proprietaria del panfilo Britannia in cui venne avviato lo samantellamento dell’Italia dopo che proprio gli inglesi avevano bloccato Craxi e la Lira pesante. Simbolo di quell’Inghilterra che ha sempre operato per dividere l’Europa e mettere gli europei gli uni contro gli altri. Che ha sempre voluto affondare le nostre flotte: spagnola, tedesca, francese, italiana. Quell’Inghilterra che spinse a tutti i costi per la guerra mondiale non appena ci guadagnammo lo sbocco sull’Oceano Indiano e che trama sempre e ovunque contro l’Europa. Non più contro di noi: si limita a divertirsi facendoci pagare il nostro servilismo. D’altronde ci hanno battezzati coniando, 79 anni fa, il verbo to badogliate e ci considerano come ci siamo meritati. Certamente è contro di loro, ma non per rivincita su di loro, bensì per riscatto di noi stessi, che dobbiamo alzarci in piedi. Non sono tanto gli inglesi la nostra maledizione quanto lo sono gli anglofili servili. Anzi i servili di qualunque genere, che lo siano verso gli Usa, la Russia o Israele non cambia. Semmai svilisce ulteriormente i servi.
Dobbiamo diventare degni dei nostri nemici Si può ammirare chi ti è obbligatoriamente nemico? Se se lo merita sì, se non è una sindrome di Stoccolma sì, se si riesce a restargli nemici, sì. E più è ammirevole il tuo nemico tanto meglio per te. D’altronde quale nemico dovremmo ammirare? Gli americani? I russi? Per piacere! Dateci nemici degni di noi! Certo, mi direte che, da come siamo ormai ridotti, i russi e gli americani già sono nemici di lusso per certuni così decaduti, così privi di spina dorsale, così privi di decoro, così privi di orgoglio e così infedeli non dico all’onore che è troppo pretendere, ma al suo puro e semplice concetto teorico, che questi la Regina la possono giusto odiare con il rancore bavoso degli inferiori e delle tricoteueses. Ma non mi riferivo a loro e ai loro guaiti, bensì a quei pochi che mantengono la spina dorsale dritta e che vogliono essere degni di nemici degni. Un’altra genìa rispetto a quella agonizzante dietro parole d’ordine ereditate e di cui non conoscono neppure il significato.
In morte della Regina: riflessioni sul secolo sciatto
Leggo che i Windsor sono marionette dei Rothshild. Non è così. I grandi banchieri amministrano i soldi delle famiglie reali, che hanno sempre esercitato il potere e lo esercitano ancora, tenendosi dietro le quinte. E questo vale anche per quelle casate che non regnano più. I Windsor (cioè il ramo britannico dei Coburgo Gotha) non hanno debiti con i Rothshild: hanno fatto per secoli investimenti colossali nel cotone in India, nell’oro e nei diamanti in Sud Africa (De Beer), nel petrolio in Medio Oriente e altre parti del mondo (Shell), forse anche nel traffico internazionale di droga (a partire dalle guerre dell’oppio). Vi pare possibile che, in un mondo dove comanda il denaro, i Windsor siano tanto potenti quanto indebitati? I debiti sono il marchio degli schiavi, non dei re: gravano sugli Stati, sulle aziende e sui cittadini, non sui membri della power èlite. Le ricchezze dei Windsor vanno al di là di qualche castello, degli yacht o dei jet privati: sono occultate nei trust anonimi che si trovano nei paradisi fiscali.
Ormai è chiaro che a scontrarsi non sono Russia e Ucraina, ma Russia (con i BRICS al suo fianco) e USA (con la NATO dietro).
Il dato interessante è lo scontro tra diversi modelli di capitalismo (non entrerò nel merito del socialismo di mercato cinese, diamo per buona l’idea che si tratti di una variente di capitalismo). La caratteristica che accomuna i BRICS è l’interventismo dello Stato. Si tratta, inoltre, di comunità/stati in cui il senso di appartenenza è più compatto rispetto all’Occidente. Ho evocato più volte, gli sciamani siberiani che si recano nel regno degli spiriti per sostenere le sforzo bellico – notando che anche i loro figli sono al fronte.
A crollare sono le certezze del mondo occidentale: mercato e finanza deregolamentati, diritti individuali, atomizzazione. Al di là dei limiti produttivi e riproduttivi (questione demografica) e anche sorvolando i limiti ecologici (discussi a giorni alterni), il sistema non sta reggendo la sfida.
L’economia russa – che ci aspettavamo al collasso in poche settimane, qualcuno parlava di giorni – è lì che procede. Abbiamo parlato di come i russi avessero pianificato la guerra e questo non sarebbe stato possibile senza un certo intervento dello Stato. La Cina in pochi anni si affermerà come prima potenza economica mondiale (quindi più soldi a ricerca e armi). L’India, in termini demografici, potrebbe superare la Cina in qualche decennio. Brasile e Sud Africa sono attori apparentemente minori, ma nelle rispettive aree stanno diventando egemoni.
Non voglio però ribadire qualcosa che ho già scritto e che leggerete anche altrove (BRICS, nuova Bretton Woods, dollaro e inflazione, ecc). Quello che voglio sottolineare è come in tutti questi paesi i valori comunitari sembrino predominanti.
Sono Stati enormi, plurilinguistici e plurietnici (posso essere etnicamente tunguso e cittadino russo, ad esempio; etnicamente bororo e cittadino brasiliano).
La multietnicità non si declina all’occidentale. Russia, Cina, Sud Africa, Brasile, India conservano al loro interno sacche culturali enormente diverse dall’etnia dominante e talvolta estranee alla modernità (nel senso occidentale). Questo in Europa e Nord America non è permesso, salvo sporadiche eccezioni. Non esistono gruppi coesi estranei al gruppo dominante che vivono al di fuori dello stile di vita moderno (in America amish, in parte mormoni e pochi altri, sono parte del paesaggio; in Europa rom e sinti hanno questo ruolo, con discriminiazioni conseguenti). Questo perché in Europa e in Nord America, il multiculturalismo si basa sull’emigrazione di singoli o nuclei familiari che sul lungo periodo vengono assorbiti dai valori dominanti. I casi citati sopra sono tutti – non a caso – gruppi etnici compatti e spesso endogamici. Nell’Europa moderna però questo non sarebbe permesso. La modernità non accetta resistenze se non minoritarie e facilmente isolate, rinchiuse. L’Europa non contempla nomadi che seguono le renne nella tundra; l’Europa contempla campi, lager, pubblicità per l’integrazione che sono lavaggi del cervello.
Le democratiche politiche di integrazione coincidono con le autoritarie politiche omologanti dello Stato moderno.
Gli sciamani che vanno nel regno degli spiriti a mediare per le truppe russe sono inserite nel progetto politico multietnico (e sono fedeli!), ma mantengono una loro specificità che va definita. Questa identità integra l’Occidente (che volente o nolente, come civiltà coloniale, capitalismo, dominio della tecnica e globalizzazione ha intaccato il mondo), ma lo trascende. Lo sciamano tunguso non è “anti-occidentale” (ad esempio accetta l’idea di Stato, che nasce in Occidente), non è “extra-occidentale” perché non è esterno al circuito mondiale. Lo sciamano tunguso è “post-occidentale”.
Abbiamo definito la nuova epoca “multipolare”, ma credo che la nuova epoca sarà prima di tutto “post-occidentale”. L’Occidente non è destinato a scomparire o a diventare secondario in un colpo, semplicemente perderà le caratteristiche che lo hanno reso dominus solitario, verrà messo in discussione nei suoi aspetti caratterizzati e tutto questo avverrà giocando il suo gioco.
Il mondo sta cambiando al di là dell’idea che abbiamo su capitalismo, intervento dello stato o individuo. A inizio ‘900, per giustificare la nascita del fenomeno sciamanico in Siberia e nella regione subpolare, antropologi e psichiatri parlavano di “nevrosi artica”. Questa sarebbe derivata dalle condizioni climatiche, dal paesaggio bianco e monotono. Persino libri non troppo vecchi (30-40 anni) ritengono giusto citare la possibilità. Lo sciamano sarebbe una persona con disturbi mentali, ma non malata perché non percepita come tale dalla comunità (questo la dice lunga sul concetto di “malattia mentale”, ma lasciamo correre).
Il cambiamento post-occidentale è quella cosa per cui – pochi anni fa – ascoltai uno psichiatra israeliano dire che (parafraso): aveva passato gli ultimi decenni a studiare possessioni, viaggi sciamanici, guarigioni e erano difficili da spiegare, sfuggivano alla categoria “malattia mentale” o “malattia culturale”. Concludeva dicendo che qualcosa – che non era riuscito a indagare – agiva sulla mente e che: “anche la radioattività non si vede, non si tocca, è stata scoperta di recente nella storia umana, ma esisteva già nel 1700, prima di essere scoperta e oggi sappiamo essere perfettamente inserita in una cornice scientifica”. Dalla “nevrosi artica” al “qualcosa che io non sono riuscito ad indagare”, è chiara la differenza.
Su un piano ideale i BRICS si caratterizzano quindi per una società che è al contempo moderna (ricerca spaziale, IA, criptomonete, ecc) e pre-moderna (sciamani, ideologie nella vita pubblica, ecc). Questo svela la caratteristica ideologica della modernità intesa come missione globalizzatrice, annichilente della diversità dell’Occidente.
Il Moderno è la volontà di potenza della tecnica di cui l’Occidente è espressione. In qualche modo, dobbiamo ammettere che le distopie ultra-tecnologiche di cui le narrazioni pullulano sono i fantasmi del mondo che stiamo preparando e che paradossalmente nel democratico Occidente non ha alcuna alternativa.
La battaglia è quindi anche tra Stati anche con un’umanità tradizionale e Stati meccanizzati (lasciate correre il termine) con tutto ciò che comporta anche in termini di finanza, tecnica e via dicendo.
PS. Badate bene, non suggerisco che la tecnica non domini altrove. Ad esempio, in Cina la situazione si avvia ad essere quasi altrettanto preoccupante, forse in previsione dello scontro con gli USA – meno negli altri BRICS -; ma che in questi altri paesi permane un segmento di umanità esterno alle dinamiche moderne o che pur avendole integrate, le ha superate quindi è post-occidentale.
Mesi fa lessi Dark Deleuze, un libello per riabilitare il nostro beniamino rivoluzionario ormai al servizio del capitalismo becero e dei siti porno. A colpirmi fu il richiamo a un Illuminismo oscuro, opposto all’apollineo, la cui volontà di guardare, controllare, catalogare arriva ovunque…
Il Grande Reset, come lo chiamano gli ingegneri della nuova disumanità di Davos, ha avuto come punto di partenza l’autoattentato alle Twin Towers. La caduta delle Twin Towers sul piano simbolico rappresenta la caduta della Torre di Babele di biblica memoria. Ma attenzione! Dietro alla caduta delle Torri Gemelle ha operato un processo di inversione dell’archetipo, un’azione controiniziatica a tutti gli effetti che ebbe come fine il sovvertimento di un’epoca, il rovesciamento di un ordine per crearne uno nuovo, il Grande Reset appunto. Del resto, il motto degli architetti controiniziati non è forse ordo ab chao, ordine dal caos? Perciò, nell’immaginario controiniziatico degli architetti di Davos che mirano a sostituirsi a Dio, la distruzione delle due torri ha avuto come conseguenza la ricostruzione di un nuovo ordine fondato su presupposti distopici. Dal punto di vista degli epigoni di Hiram Abif è la grande vendetta contro Dio che in un tempo mitico aveva distrutto il loro sogno di fondare un mondo globalizzato con un’unica lingua. Ora il loro sogno si è avverato. Il mondialismo è divenuto realtà. Ma l’illusione dell’élite che il loro impero globalizzato sarà eterno si infrangerà con il fallimento del loro piano, fallimento che è già in azione con la creazione dell’asse Russia-Cina-India, cioè di un ordine multipolare contrapposto a quello unipolare. Il caos da loro evocato e attuato, infine, si rivelerà la pietra tombale del Grande Reset.
Qualche giorno fa Putin ha pronunciato queste enigmatiche parole: “Non avrei mai pensato che per salvare la Russia avrei dovuto salvare il mondo intero.” Sul piano politico il Katéchon, concetto che in San Paolo si riferisce a colui che si oppone al dilagare del Male nel mondo, è lui. E ne ha piena consapevolezza. La Russia in questa fase storica di fine ciclo cosmico, cioè apocalittico, riveste la funzione che il Mercurio riveste in alchimia: velocizza il processo di manifestazione del Male rendendolo riconoscibile. Ma facendo ciò, ne trattiene anche l’esplosione. A noi che viviamo in quest’epoca tremenda ci è offerta la grande opportunità di vedere il Male, di riconoscerlo e quindi di combatterlo. Ringraziamo la Russia per aver scelto di assolvere in quest’epoca apocalittica la funzione di svelamento mercuriale di messaggera di Dio. Che svolga davvero in pieno la funzione di Katéchon!
È Giove che manda a picco la Borsa e fa schizzare il prezzo del gas e della luce. È Giove pluvio che manda fulmini e saette sui mercati finanziari e sulle economie nazionali. Non sono riuscito a trovare una spiegazione migliore: se i governi d’occidente, America inclusa, sono tutti impotenti a fermare il crollo, se l’Europa perde la testa e resta con la coda tra le gambe, se la crisi non è un complotto internazionale, russo, olandese o di chi volete voi, e non ci sono colpevoli volontari con precisa identità, vuol dire che siamo tornati alla mitologia, alla divinità. La crisi è teologica, si perde nei cieli oscuri della notte, Dio gioca in borsa e con il sottosuolo, tra gas e petrolio. Anzi la Borsa è Dio, anche la borsa su cui volteggiano i prezzi dell’energia. Un tiranno onnipotente muove il mondo e i disegni imperscrutabili di Dio, prima derisi, oggi si ritrovano nella cieca volontà del Dio con le borse sotto gli occhi. Eliminate pure Dio dalla faccia della terra, qualcosa lo sostituisce ed è più irrazionale dei responsi divini. Siate contenti umana gente al quia, dice Dante. E il quia oggi è l’indice mib rivolto al basso, come il pollice degli imperatori quando decretava la morte dei gladiatori. O l’inflazione che s’imbizzarrisce, e il prezzo del gas che sale e non si capisce perché. Non sono gli economisti ma i teologi, i metafisici, gli esorcisti che possono capire – senza spiegare – questa crisi mondiale. E come diventa piccolo piccolo Draghi e mignon la Commissione europea davanti a una crisi cosmica e divina. E come sono grottesche le jene che davanti al crollo mondiale e all’ingloriosa fine dei miti internazionali, si ostinano ad addossare il disastro a Putin, senza mai chiedersi se qualcuno alla fine ha fatto il suo gioco dichiarandogli guerra e sanzioni. E ridicoli sono tutti i tamponi ipotizzati per mitigare le bollette, senza mai risalire al perché le bollette di botto salgono del mille per cento o giù di lì. La colpa è del dio borsa…
Più di mezzo secolo fa un filosofo venuto dall’idealismo e dal fascismo, allievo di Giovanni Gentile, capì che il mondo andava verso la globalizzazione; la scienza e la tecnica avrebbero preso il posto della filosofia e della politica. Quel filosofo si chiamava Ugo Spirito e non fece in tempo a vedere avverarsi le sue previsioni perché morì alla fine degli anni settanta. Ora è uscita una raccolta di suoi scritti giornalistici degli anni settanta, L’avvenire della globalizzazione (Luni editrice), a cura di Danilo Breschi che ha scritto pure un ampio saggio introduttivo. C’è tutto il pensiero ultimo di Spirito, antimetafisico, antireligioso, antiliberale, e c’è pure la sua errata previsione sulla globalizzazione scientista: non avrebbe liquidato l’individualismo e generato una società collettivista, almeno da noi in Occidente. Al contrario, l’unificazione del mondo si sposa a una società atomistica di masse solitarie e narcisiste; l’uniformità non ha generato l’avvento del collettivismo né uno Stato mondiale.
Spirito propose la filosofia come ricerca incessante, amore e problema. Il suo scientismo filosofico gli fece perdere la considerazione dei filosofi senza guadagnare quella degli scienziati e dei tecnocrati. Da emarginato finì i suoi anni, condannato, lui rivoluzionario, scientista, socialista e mondialista a trovare udienza nel mondo conservatore, antiscientista e nazionalista, e perfino cattolico tradizionale; scrisse pure un elogio dello Scià di Persia.
Anche in queste pagine Spirito critica la partitocrazia e la democrazia parlamentare e sostiene la corporazione proprietaria che propose in pieno fascismo, con l’appoggio di Mussolini, poi bocciata dal regime. Da anziano ipotizzò la rappresentanza per competenze tecnico-scientifiche al posto dei partiti. Lui umanista, fu teorico della tecnocrazia; lui idealista, si affidò alla scienza. Nel clima della Contestazione, mentre dominava il dogma tutto è politica, Spirito prefigurava al contrario la spoliticizzazione, il rifiuto dell’ideologia, il trionfo della cibernetica e della bioingegneria. Non a torto Augusto Del Noce, che dialogò con lui in un memorabile libro sull’Eclissi o tramonto dei valori tradizionali, individuò in lui l’anti-Marcuse. Ma sulle ceneri della Contestazione non nacque la rivoluzione scientista, semmai il dominio neocapitalista che non supera la società borghese e individualista ma la universalizza. L’espansione della tecnica, a suo dire, avrebbe provocato la fine dell’individualismo borghese (come pensò su altri versanti Ernst Junger) e l’avvento dell’onnicentrismo al posto dell’egocentrismo.
Spirito riteneva che i valori tradizionali e religiosi fossero incentrati sull’individualismo, dunque liberandosi dalla società tradizionale la rivoluzione scientifica avrebbe instaurato il collettivismo. Invece un tratto costitutivo della società tradizionale è il suo spirito comunitario, solidale, antiegoistico. L’espansione della tecnica unita al benessere ha scatenato l’individualismo planetario, o quantomeno occidentale, disintegrando le comunità nel villaggio globale. Spirito pensava che l’uniformità, la standardizzazione, avrebbero condotto per via tecno-scientifica al comunismo, a cui “è vano pensare di sottrarsi”, come scrisse in Inizio di un’epoca. “Il mondo della politica – scrive Spirito – deve gradualmente dissolversi e tradursi nel mondo della scienza, in cui acquistare quel carattere di universalità che ancora gli manca”.
Anche Gentile pur nel suo attualismo immanentistico non liquidò mai la tradizione e il senso religioso. Spirito invece concepì il “suo”fascismo, il “suo”comunismo e il “suo” scientismo nel segno del laicismo e dell’immanentismo radicale. Anzi, sul piano storico vide la fine del fascismo e dell’italocomunismo nell’abbraccio mortale con il cattolicesimo, irretito il primo dai Patti Lateranensi e il secondo dal Compromesso storico nel segno del cattocomunismo. Compromettersi col cattolicesimo coincideva per lui con imborghesirsi e farsi conservatori. Per lui l’antifascismo era la prosecuzione discendente e reazionaria del fascismo: non a caso le basi della Costituzione sono il Concordato, il codice Rocco e la Riforma Gentile (ma si potrebbero aggiungere anche le leggi sull’ambiente di Bottai), di derivazione fascista.
Pur auspicando il collettivismo, Spirito difese gelosamente il suo spirito individuale: non a caso nella sua autobiografia, Memorie di un incosciente, dedicò i capitoli al “mio” fascismo, al “mio” comunismo, al “mio” problematicismo. Altro suo paradosso è aver considerato irreversibile il corso della storia ma di essere poi andato sempre controcorrente. “Sono stato fatto dalla realtà” è la confessione onesta e amara di Spirito; è la disfatta di ogni idealismo, a cui però non seguì il suo adeguarsi ai tempi.
Sognò l’onnicentrismo ma avvertì che “il mito del Superuomo può divenire una realtà effettiva, con conseguenze inimmaginabili”. Il dominio delle oligarchie era un destino già scritto nell’espansione illimitata della tecnica, gli avrebbe obiettato Heidegger. Nei suoi ultimi scritti, Spirito cedette all’amarezza e disse di “non avere più nulla da insegnare…nulla da dire”. Si lasciò sfuggire perfino un’invocazione metafisica o religiosa: “Non ci resta che il miracolo”, che precede di poco l’”ormai solo un dio ci può salvare” di Heidegger. Il tormento di Spirito fu colto da un papa intellettuale come Paolo VI che cercò vanamente la conversione di Spirito e poi di Prezzolini, altro scettico d’antico pelo. Spirito restò fedele al suo antico positivismo, e considerò la fede come mito e superstizione. In questi scritti Spirito critica il femminismo e l’antifascismo, e confida che la scienza ci salverà dall’inquinamento. Troppa fiducia mal riposta nella scienza. Infatti alla fine della vita Spirito confidò nelle “sorprese” della storia e nell’attesa del miracolo.
Secondo la narrazione religiosa Hindu, Krishna avatara si oppose con tutte le sue forze alla sanguinosa guerra fratricida tra Deva e Ashura in quanto famiglie imparentate con Dio, poiché il vero volto del maligno erano i Rakshasa.
I Rakshasa sono Rakshasas ( sanscrito : राक्षस , IAST : rākṣasa : pali : rakkhaso ) lett. I “conservatori” sono una razza di semidei generalmente malevoli presenti in modo prominente nella religione hindù.
Secondo il Brahmanda Purana , i rakshasa furono creati da Brahma quando assunse un corpo di tamas (oscurità), gli esseri che sgorgavano e promettevano di proteggere le acque della creazione.
Sono spesso raffigurati come mangiatori di uomini ( nri-chakshas , kravyads), agendo come incarnazioni dei poteri del male nelle scritture vediche.
Viene loro offerta una distinzione dagli Yaksha, i loro cugini che sono raffigurati come forze di distruzione.
Il termine è erroneamente anche usato per descrivere gli Asura , una classe di esseri in cerca di potere che si oppongono ai Deva benevoli ma che in realtà appartengono entrambi a una discendenza divina.
Sono spesso raffigurati come antagonisti nelle scritture hindù, così come nel Buddismo e nel Giainismo.
La forma femminile di rakshasa è rakshasi.
Infatti è interessante notare che secondo il Feng Shui cinese vi sono 5 categorie spirituali distinte cromaticamente, che vanno dal colore bianco (Deva), poi al blu (Naga), poi al rosso (Ashura) e poi al giallo (Rakshasa) e infine al nero (Yaksha).
I demoni Rakshasa sono una categoria che ha scelto di servire i demoni Yaksha ma che nel timore di Dio Altissimo, ovvero la potenza di Brahman Ishvara, vorrebbero derimersi pronti ad affrontare le sofferenze purificatrici del fuoco divino, usualmente appartenenti alla categoria occidentale, terrestre ed extraterrestre, come è Arimane, mentre i demoni Yaksha sono invece demoni appartenenti alla categoria extraterrestre come Lucifero ed ultraterrestre come Satana.
I RAKSHASA SONO IL VERO MALE OPPOSTO AI TRE RAMI FAMILIARI DI DEVA NAGA E ASHURA