Lo sviluppo storico-sociale e le caratteristiche culturali (egualitarismo, edonismo, relativismo, razionalismo ed utilitarismo) del mondo moderno sono la causa del nostro mediocre presente la cui esistenza non si fonda più su quel senso di spirituale e universale. L’uomo ponendosi al centro del mondo ha smarrito il giusto sentiero sotto i falsi miti del progresso, della scienza e della tecnica. Con un Dio “eclissato” ( ed oggi anche negato) l’essere umano non è più capace di discernere il bene dal male.
C’è, nel presente e non soltanto in Italia, un malessere diffuso che si afferma nella stessa gioventù. Un senso di grigio, anzi di oscuro. Incerto il domani. La cronaca registra i clamorosi fallimenti di qualunque tentativo che pur poteva provenire da non cattive intenzioni. Il fallimento del «concorsone» per le cattedre nella scuola, con gli arbitri di alcune commissioni, con l’incapacità di far assumere i vincitori, con la radicale contraddizione di un giudizio che si voleva oggettivo e che di fatto si è tradotto nella soggettiva valutazione della lezione orale; la corrosione della qualità degli studi universitari nel voler assicurare la laurea di massa che non garantisce, poi, posti di lavoro; il bisogno di riforme che, invece di giustificarsi per la natura intrinseca di queste, si giustifica in nome del fare; la paura diffusa nei confronti delle cartelle di Equitalia considerata come una centrale vampiresca; le banche sempre più percepite come sedi di corruzione e di inganno dei clienti; l’incapacità di padroneggiare immigrazioni di massa. Tutto questo ed altro ancora scaturisce dall’affermazione di due miti, quello della validità della scienza e quello della validità della tecnica. Essi si sono inseriti in una cultura, quella occidentale, sostanzialmente cristiana, quindi volta alla solidarietà, alla buona disposizione verso tutti. Il progresso, invero, è stato più percepito sul piano del «comodamente vivere» che su quello etico e ciò ha consentito che lo stato d’animo solidaristico sembrasse essere assicurato dalla scienza e dalla tecnica, con la loro apparente neutralità e universalità, con le promesse di un mondo materialmente migliore. Dietro (Weber lo aveva spiegato) ci sono la nascita del capitalismo, ma anche il sogno dell’illuminismo, il sogno della ragione, la pretesa positivistica della oggettività scientifica, le indubbie comodità offerte dalla tecnologia. Insomma, le grandi tentazioni che hanno distrutto l’anima etica della società occidentale.
Si tratta, dunque, di un lento processo che è giunto alla piena affermazione soltanto con la fine del ventesimo secolo. Occorre rendersi conto di quello che è accaduto nel secolo scorso. Il grande progetto, se così si può dire, è stato quello, nell’Occidente e sempre nell’ambito della tradizione cristiana e speculativa, di assicurare il trionfo della giustizia sociale. Ciò è stato fortemente sentito dai grandi totalitarismi attraverso l’inserimento del progetto in una struttura gerarchica in cui il concetto di giustizia sociale fosse affiancato dall’idea della diseguaglianza o meglio diversità delle competenze, delle capacità, delle potenzialità, delle aspirazioni degli individui. La gerarchia era o voleva essere quella del ciascuno al posto che gli compete.
Poi quello che è accaduto dagli eventi che hanno condotto al secondo conflitto mondiale alla crisi del comunismo. L’unica impalcatura rimasta in vita del Novecento è stata ed è quella capitalistica di matrice statunitense che ha proclamato l’eguaglianza di tutti e al tempo stesso la liceità della corsa al successo.
L’uomo si è davvero considerato destinato a dominare gli altri e lo stesso habitat del pianeta. Avanti i più capaci! Una capacità, però, valutata attraverso il metro del successo immediato, in questo mondo. Di qui l’edonismo (occorre godere) e il relativismo (ognuno gode come crede). Ambedue supportati dai progressi offerti dalla scienza e dalla tecnica e blanditi come democratici in quanto non si esclude nulla ad alcuno. Il che si può tradurre in termini ancora più semplici: il trionfo dell’individualismo. Un individualismo in cui però ognuno si può riconoscere e che pertanto viene scambiato con l’egualitarismo. Il capo è tanto «più bravo» in quanto assomiglia a tutti, parla come tutti… Non più il campione dell’élite, ma l’esemplare dell’uomo medio. Che questo non sia nella realtà è chiaro, ma è altresì chiaro come il capo prescelto (basti considerare gli Usa) è colui che sa comunicare all’uomo medio. Qui, paradossalmente, vi è un richiamo inconscio al mondo comunista. L’autore di queste righe ricorda molto bene come un noto collega di sinistra gli disse, in un pubblico convegno, come i docenti non dovevano far salire gli alunni al loro livello, ma fosse loro compito scendere a quello degli allievi. Tutto questo ha fatto sì che da una gerarchia fondata (o si sperava fondata) sulla meritocrazia fusa con l’etica si sia passati all’accettazione di una gerarchia fattuale (teoricamente negata) fondata sul successo economico ottenuto con qualunque metodo, cercando di salvaguardare o di raggirare le regole. Con qualunque metodo proprio perché la scienza e la tecnica prescindono dall’etica e quindi non si pongono alcun problema del genere, tanto più se si accetta l’idea che tutti sono liberi (ma la libertà non è necessariamente la responsabilità). Questo ha condotto ad una proliferazione indiscriminata di possibilità. Basti pensare alle teorie dei gender e alla «scoperta» di diversi sessi. Ciò che c’è, in quanto c’è, giustifica il suo esserci. Se si volesse parlare speculativamente, l’esistenza giustifica sé stessa, escludendo il discorso dell’essenza.
Si tratta, pertanto, di unOccidente che si accartoccia su sé stesso ed è incapace di assumere scelte politiche organiche e di alto livello, mostrandosi impreparato di fronte a qualunque comportamento «forte» (ad esempio, il terrorismo fondamentalista). Divengono allora comprensibili e inevitabili le contraddizioni e le grottesche situazioni in cui quotidianamente ci si trova. Non che oggi non si parli e non si celebri la solidarietà. E c’è del vero in tale istanza. Ma essa si contraddice, in quanto per affermarsi davvero deve escludere dalla sfera della gestione del pubblico, il primato dell’economico connesso alla scienza e alla tecnica. E tuttavia va detto che cresce la consapevolezza che le cose non vanno bene e che vi è bisogno di un cambiamento radicale. Se tali forze e attese trovassero un reale collettore si potrebbe arrivare ad un rinnovamento decisivo con l’affermazione di un nuovo ordine.
Attualmente, i problemi del soft power cinese superano i suoi risultati.
Il “soft power” è un attributo importante di uno Stato che è una grande potenza o aspira a diventarlo. Mentre il “potere duro” è più visibile nel sistema internazionale sotto forma di potere militare ed economico, è il “potere morbido” che spesso opera segretamente sullo sfondo. Joseph S. Nye ha definito il “soft power” o “la seconda faccia del potere” come “la capacità di convincere gli altri a volere i risultati che si vogliono, usando la cooptazione piuttosto che la coercizione” (Nye, 2004: 5). In sostanza, il soft power riguarda la capacità di influenzare le preferenze degli altri. In politica mondiale, ciò può essere tradotto come la capacità di uno Stato di plasmare l’agenda internazionale e di attirare il sostegno di altri Stati senza minacciarli con la forza militare o le sanzioni economiche. Nye ha indicato tre fonti di soft power di uno Stato: la sua cultura, i suoi valori politici e la sua politica estera (Nye, 2004: 11).
Tutti questi fattori determinano l’attrattiva di uno Stato nel mondo e modellano la politica internazionale in modi che nemmeno il “potere duro” può fare. Il crescente riconoscimento dell’utilità del “soft power” nella politica mondiale può essere visto nel modo in cui gli Stati, in particolare le grandi potenze, hanno recentemente riorientato il loro comportamento internazionale. Oggi, la maggior parte degli Stati continua a investire nella promozione della propria cultura e dei propri valori. Inoltre, questi Stati cercano più attivamente di giustificare le loro azioni (sia interne che internazionali) nel tentativo di ottenere approvazione e legittimità morale nel mondo.
L’ascesa della Cina come grande potenza e il suo desiderio di superare gli Stati Uniti d’America è una delle caratteristiche più evidenti del sistema internazionale odierno. Se da un lato la Cina ha compiuto progressi impressionanti nell’aumentare le risorse del suo “hard power”, dall’altro ha compiuto grandi sforzi per espandere il suo “soft power”. Questo articolo cerca di fornire un’analisi della percezione del soft power da parte della Cina, dei suoi sforzi per incrementare il suo soft power e dei successi e dei fallimenti che incontra in questo processo. Questo articolo cercherà inoltre di analizzare i concetti sopra menzionati utilizzando un caso di studio che ruota attorno all’influenza cinese in Asia meridionale.
La nozione di soft power della Cina
Gli sforzi di uno Stato per costruire il proprio soft power sono in gran parte determinati dal significato che esso attribuisce a questo concetto. Il concetto di soft power o ruan shili è stato una componente importante dell’ascesa della Cina. Molti studiosi hanno scritto delle aspirazioni della Cina a diventare “la prima grande potenza del mondo” o shijie yiliu qiangguo (Mierzejewski, 2012: 69). Il “soft power”, una componente chiave dello status di grande potenza (daguo), è stato quindi al centro della politica internazionale di Pechino.
È stato sostenuto che per la Cina il soft power è un progetto inevitabile per internazionalizzare la propria agenda al fine di influenzare le comunità politiche coinvolte nella discussione delle implicazioni della sua ascesa (Breslin, 2011: 7). È un tentativo di far conoscere al mondo i valori cinesi, ciò che rappresentano, le radici storiche del pensiero contemporaneo e la formazione dell’identità, le motivazioni e le intenzioni (Breslin, 2011: 7). Inoltre, il “soft power” è fondamentale per la Cina per mitigare la retorica negativa che circonda la sua ascesa. Negli ultimi tempi si è fatta molta retorica, dipingendo una “Cina in ascesa” come una minaccia per gli altri Paesi. Pertanto, l’impegno della Cina con il mondo attraverso il “soft power” è stato finalizzato a migliorare la sua immagine promuovendo invece l’idea di una “ascesa pacifica” (Mezhejewski, 2012: 78).
In Cina c’è una parte di studiosi che sostiene una nozione alternativa di soft power, una prospettiva cinese che non è stata oscurata dalle concezioni preconcette dell’Occidente. Critica il concetto di “soft power” di Joseph S. Nye e la sua innegabile ampia accettazione.
È stato notato che il concetto di soft power di Nye è nato con una forte attenzione alla politica estera degli Stati Uniti (Zheng e Zhang, 2012: 21). Egli ha limitato la portata del “soft power” operando una “divisione troppo semplice” del potere in “hard power” (potere coercitivo/di comando) e “soft power” (potere cooperativo/attrattivo) (Zheng e Zhang, 2012: 23). Un argomento centrale è che la classificazione di una risorsa di potere in “dura” o “morbida” dipende “dalle percezioni e dai sentimenti dei diversi attori in situazioni particolari”. Gli studiosi utilizzano questo argomento per sostenere il fatto che l’idea cinese di “soft power” include concetti che il mondo occidentale potrebbe non prendere in considerazione. Questa analisi costruttivista considera il contesto storico della Cina, i fattori interni e i limiti strutturali del sistema internazionale. Pertanto, utilizzando una prospettiva costruttivista come questa, gli studiosi possono spiegare in modo olistico la percezione unica della Cina del soft power.
A differenza del concetto di soft power in Occidente, per gli studiosi cinesi una distinzione netta tra hard (yin) e soft (zhuan) non è fattibile, poiché a volte l’hard diventa soft e il soft diventa hard, e uno Stato può possedere entrambi contemporaneamente, o zhuanying jianshi (Mezhzhevsky, 2012: 77). Ad esempio, la scienza e la tecnologia possono essere utilizzate per sostenere non solo la crescita economica e il potere militare, ma anche aspetti più soft del potere nazionale, come istituti di ricerca di alta qualità per studenti stranieri, ecc. (Lai, 2012: 9).
Il “soft power” della Cina in Asia meridionale
In questo articolo, la regione dell’Asia meridionale sarà utilizzata come caso di studio per analizzare l’efficacia del soft power cinese. Per uniformità, in questo documento ci si riferirà solo agli Stati membri della SAARC (Associazione dell’Asia meridionale per la cooperazione regionale) (Afghanistan, Bangladesh, Bhutan, India, Maldive, Nepal, Pakistan e Sri Lanka) come alla regione dell’Asia meridionale.
Data la vicinanza dell’Asia meridionale alla Cina e l’importanza strategica che essa riveste per quest’ultima, la regione ha un grande potenziale per un’analisi approfondita dei tentativi di soft power della Cina. L’importanza dell’Asia meridionale per le ambizioni della Cina nella regione è aumentata di recente. È diventata una priorità strategica per la Cina. L’Asia meridionale non solo confina con il Tibet e lo Xinjiang, ma attraversa anche importanti rotte commerciali e marittime (Hazarika e Mishra, 2016: 142). Inoltre, la regione offre alla Cina un ampio mercato e rappresenta una promettente fonte di materie prime (Hazarika e Mishra, 2016: 142). La Cina ha recentemente spostato la sua attenzione verso l’Asia meridionale, riconoscendo sempre più che l’Oceano Indiano è un anello debole nella linea di vita della sua energia e delle sue risorse verso il Medio Oriente e l’Africa, nonché una zona a rischio per le sue navi mercantili (Cooper, 2016: 50).
Questo articolo analizzerà la lotta e il successo del soft power cinese in Asia meridionale, concentrandosi su due aree: gli aiuti esteri e l’influenza culturale.
Aiuti esteri
L’inclusione degli aiuti esteri nel regno del soft power è controversa. Lo stesso Nye aveva inizialmente escluso gli aiuti e gli investimenti dal suo concetto, sostenendo che fossero più simili a “bastoni e carote” coercitivi e potessero essere usati come incentivi o punizioni (Warrall, 2012: 139). Tuttavia, molti studiosi hanno sostenuto che, poiché la nozione esatta di “soft power” è contestata, se gli aiuti esteri esportano i valori e le norme del donatore in modo da plasmare le preferenze del ricevente e indurlo a desiderare il risultato voluto dal primo, si tratta effettivamente di una misura di “soft power” (Warrall, 2012: 139). Come si è detto in precedenza, la nozione cinese di soft power è una versione più estesa di quella sistematizzata da Nye nei suoi libri. In questo articolo eviteremo il dilemma dell’inclusione degli aiuti esteri nella categoria del “soft power” valutando il risultato finale degli aiuti cinesi: esportano i valori cinesi nel modo desiderato dagli Stati beneficiari o sono semplicemente un mezzo per indurre gli Stati beneficiari a fare o dare ciò che la Cina vuole?
Alcuni studiosi costruttivisti sostengono che le decisioni della Cina di fornire aiuti esteri hanno basi ideologiche. Essi sostengono che le passate umiliazioni subite dalla Cina per mano delle potenze imperialiste occidentali sono profondamente radicate nella sua coscienza nazionale (Warrall, 2012: 140). Queste idee hanno plasmato la sua identità nazionale in modo tale che il rispetto, il prestigio e l’uguaglianza sono diventati i tratti distintivi delle sue offerte di aiuto ai Paesi stranieri (Warrall, 2012: 154). Pertanto, gli aiuti esteri della Cina sono spesso accompagnati da dichiarazioni volte a promuovere l’idea che si tratti di aiuti benigni, basati sul rispetto reciproco e un’alternativa migliore agli aiuti spesso “paternalistici” e “neocoloniali” dell’Occidente. La Cina, non essendo membro del Comitato per l’assistenza allo sviluppo dell’OCSE (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico), preferisce non classificarsi come “donatore” (Lynch et al., 2020). Piuttosto, si classifica come partner o fornitore di cooperazione Sud-Sud (Lynch et al., 2020). Di recente, inoltre, Pechino è diventata più cauta nel non usare il termine “aiuti” e si riferisce alle sue iniziative di aiuto estero come “cooperazione internazionale allo sviluppo”, che costituiscono un “partenariato reciprocamente vantaggioso” (Mardell, 2018). Un’altra caratteristica sorprendente dell’aiuto allo sviluppo cinese è che mentre in Occidente per “aiuto” si intende solitamente un prestito o una sovvenzione a basso interesse, la Cina assume una posizione più flessibile, considerando “commercio, investimenti e finanza” come parte del suo aiuto allo sviluppo globale (Wang, 2018).
Gli aiuti esteri della Cina in Asia meridionale sono stati principalmente bilaterali. Tuttavia, la forma di aiuto più significativa nella regione è l’iniziativa One Belt, One Road (OBOR). In particolare, il principio cinese di promuovere l’OPOP in Asia meridionale è un approccio unico e su misura per ogni Paese (Anwar, 2020: 164). Pertanto, il livello di impegno e il relativo livello di successo nelle interazioni varia da Paese a Paese nella regione. Tuttavia, l’assistenza attraverso l’OSOP è stata utilizzata da Pechino come mezzo per promuovere i valori e le idee cinesi. La diffusione dell’OSDP in Asia meridionale ha incluso diverse iniziative, che vanno dallo sviluppo delle infrastrutture e delle ferrovie ai progetti scientifici e tecnologici e allo sviluppo delle risorse umane. Il Libro Bianco 2021 della Cina ha sottolineato la “base sociale” dell’OSDP, evidenziando le aspirazioni intangibili e non legate alla sicurezza del progetto. Un documento ufficiale elenca i progetti OPOP volti a rafforzare l’amicizia tra i popoli, che promuoveranno ulteriormente la cooperazione culturale, l’apprezzamento reciproco e la comprensione tra la Cina e i Paesi OPOP (Ufficio informazioni del Consiglio di Stato, RPC, 2021).
Allo stesso modo, la Cina è impegnata in programmi che comprendono lo scambio di progressi tecnologici, il rafforzamento delle competenze locali, la riduzione della povertà, il miglioramento dell’accesso ai servizi pubblici, ecc. nei Paesi OPOP dell’Asia meridionale e altrove (Ufficio informazioni del Consiglio di Stato, RPC, 2021). In tutti i progetti di assistenza allo sviluppo per le OPPO, la Cina cerca di condividere la sua “esperienza” nel superare i problemi che ancora affliggono i Paesi dell’Asia meridionale, che hanno bassi tassi di sviluppo. La Cina utilizza gli aiuti esteri per affermare la propria immagine di “costruttore della pace nel mondo, promotore della prosperità globale e difensore dell’ordine internazionale” in Asia meridionale e non solo (Ufficio informazioni del Consiglio di Stato, RPC, 2021). Si può quindi affermare che, poiché l’aiuto estero della Cina è radicato nel suo desiderio di promuovere un modello di sviluppo con caratteristiche cinesi e quindi di aumentare la sua benevolenza nella regione, esso è una componente essenziale delle sue azioni di soft power.
Il successo della Cina nel costruire il suo soft power attraverso gli aiuti esteri in Asia meridionale è stato alterno. Il punto saliente dei risultati ottenuti nella costruzione del suo soft power in Asia meridionale è che la Cina è diventata un forte rivale dell’India, la più grande potenza della regione. Molti studiosi sostengono che la Cina sia riuscita a ridurre in modo significativo l’influenza tradizionale dell’India in Asia meridionale. Tuttavia, tale analisi non significa necessariamente che la Cina abbia assunto una posizione particolare in termini di “soft power”. Al contrario, l’assistenza estera della Cina in Asia meridionale non ha portato all’avanzamento delle sue norme e dei suoi valori.
Ciò è particolarmente evidente nelle recenti rivelazioni sui progetti di aiuto economico cinesi in Asia meridionale, in particolare l’OPOP. La Cina ha speso 80 miliardi di dollari in Asia meridionale (quasi un decimo della sua spesa totale per gli aiuti esteri), di cui solo un quarto in APS (assistenza ufficiale allo sviluppo – di natura concessionale) (Zishan, 2021). Il resto può essere classificato come APS (altri flussi ufficiali – prestiti non agevolati/crediti all’esportazione che comportano un pesante onere finanziario per il beneficiario) (Zeeshan, 2021). Inoltre, gli aiuti cinesi sono stati recentemente associati a connotazioni negative, come le trappole del debito. La crisi economica dello Sri Lanka, l’affitto del porto di Hambantota e le gravi carenze del CPEC (Corridoio Economico Cina-Pakistan) sono solo alcuni dei tanti esempi che hanno generato sentimenti anticinesi tra alcuni settori della popolazione dell’Asia meridionale.
Pertanto, sebbene gli aiuti cinesi all’Asia meridionale siano iniziati a pieno regime, per la maggior parte non hanno rafforzato particolarmente il soft power della Cina nella regione. L’aiuto estero cinese è stato inizialmente visto come un’alternativa interessante per gli Stati dell’Asia meridionale che desideravano coprirsi dall’India, la potenza dominante nella regione. Tuttavia, quasi tutti questi Stati sono diventati diffidenti nei confronti degli aiuti cinesi e dei termini di rimborso ad essi associati. Inoltre, la mancanza di trasparenza dei progetti di aiuto cinesi ha un impatto negativo sulla percezione che ne hanno i Paesi dell’Asia meridionale.
Influenza culturale
Nye ha definito la cultura come “un insieme di valori e pratiche che creano significato per la società” (Nye, 2004: 11). Egli ha ipotizzato che quando un Paese vanta una cultura universalistica che promuove valori e interessi condivisi dagli altri, si crea un rapporto di attrazione e di dovere, aumentando così la probabilità di raggiungere i risultati desiderati (Nai, 2004: 11). Molte élite cinesi ritenevano che il “soft power culturale” (wenhua ruan liliang) della Cina fosse attraente grazie a una certa “unicità” e che potesse contribuire a mitigare le impressioni esterne negative che percepivano una Cina in crescita come una minaccia (Lai, 2012: 85).
Gli sforzi diplomatici culturali della Cina sono stati suddivisi in tre categorie (Lai, 2012: 86):
In primo luogo, i programmi ufficiali formali volti a migliorare l’immagine internazionale della Cina attraverso programmi o politiche che determinano lo sviluppo e l’esportazione a lungo termine dei prodotti culturali. In secondo luogo, i programmi di scambio culturale internazionale e la promozione dell’arte, dell’intrattenimento (ad esempio, film, ecc.), della cucina, ecc. In terzo luogo, la divulgazione della lingua cinese e lo studio della Cina. Anche in Asia meridionale la Cina ha cercato di costruire il suo soft power attraverso questi tre approcci.
La cultura cinese è profondamente radicata nel senso di orgoglio nazionale. Per esempio, il concetto cinese di Tianxia – “tutto sotto il cielo” con a capo un “Figlio del cielo”, l’Impero cinese come Regno di Mezzo, ecc. – si basa su nozioni di cinesi-centrismo. Secondo la filosofia cinese, mentre la Cina era il centro del mondo, i gruppi esterni (compresi i “barbari”) potevano avanzare verso la parte interna dei cerchi concentrici, imparando i valori cinesi (Fairbank, 1968). Tuttavia, la Cina non sosteneva l’idea di imporre i propri valori alle popolazioni straniere, come stabilito da Mao quando rifiutò lo “sciovinismo di una grande nazione”.
Gli Istituti Confucio (IC) sono un classico esempio della forza o del livello di autostima culturale della Cina. Sono stati una componente cruciale della strategia di soft power della Cina. I CI sono “istituzioni pubbliche senza scopo di lucro il cui scopo è promuovere la lingua e la cultura cinese nei Paesi stranieri” (Krishnan, 2020). Alcuni IC operano in Asia meridionale, insegnando la filosofia, i valori, la cultura e la lingua cinese. Tuttavia, la fiducia culturale da sola non è sufficiente per ottenere potere attraverso il soft power. L’attrattiva, l’accessibilità e la digeribilità della cultura di un Paese sono fondamentali per determinare il modo in cui esso viene percepito all’estero. Nel caso dell’Asia meridionale, alcuni aspetti della cultura cinese, come la cucina e le fiction televisive, sono molto popolari. Tuttavia, la cultura indiana, che ha molto più in comune con le altre culture dell’Asia meridionale, domina la regione. Inoltre, l’”unicità” della cultura cinese, che ritiene essere la chiave per aumentare il suo appeal, può essere un ostacolo importante al contrario. Ad esempio, l’apprendimento del mandarino è visto come un compito arduo a causa della sua grammatica. In questo modo, l’accessibilità della cultura cinese è limitata e la sua comprensione diventa difficile per i non cinesi.
Gli sforzi di soft power della Cina in Asia meridionale devono affrontare altre due sfide fondamentali. In primo luogo, vi è una crescente preoccupazione globale per le azioni della Cina, soprattutto da parte del detentore del soft power probabilmente più influente al mondo, gli Stati Uniti. Prendiamo ad esempio il caso degli Istituti Confucio. Dopo che gli Stati Uniti hanno accusato gli Istituti Confucio di essere “una facciata di propaganda per il Partito Comunista Cinese”, gli Istituti Confucio di tutto il mondo sono stati messi sotto osservazione (Sim, 2021). In secondo luogo, alcune delle politiche utilizzate dalla Cina per rafforzare il suo “soft power” non sono percepite positivamente dalla maggior parte degli spettatori. Ad esempio, in Pakistan, alleato della Cina in Asia meridionale, che cerca di ottenere benefici economici su larga scala dall’OSDP, il cinese è stato designato come lingua obbligatoria in molte istituzioni scolastiche. Alcuni critici sostengono che l’aspetto “obbligatorio” di questa promozione della cultura cinese equivale alla “colonizzazione culturale del Pakistan da parte della Cina” (Chowdhury, 2021). Ovviamente, tali argomentazioni riducono l’efficacia degli sforzi di soft power della Cina nella regione e oltre. Di conseguenza, si può affermare che nella maggior parte dei casi, invece di fugare i timori di una “Cina in ascesa come minaccia”, gli sforzi di soft power della Cina hanno prodotto il risultato opposto.
La principale difficoltà che la Cina deve affrontare per espandere il suo soft power ha a che fare con la natura della sua governance e delle sue politiche interne. Ad esempio, l’agenzia di stampa cinese Xinhua cerca di diventare una “agenzia internazionale di notizie reali”, che rafforzerebbe direttamente il soft power della Cina nel mondo (Shambo, 2015). Ciononostante, l’agenzia di stampa ufficiale cinese di proprietà statale spesso perde immagine a causa dell’elevato grado di censura associato ai suoi servizi. Inoltre, il coinvolgimento della Cina nelle controversie internazionali ostacola anche i suoi sforzi di soft power. Ad esempio, i contratti con i partner stranieri che gestiscono gli Istituti Confucio richiedono rigorosamente che essi rispettino la “politica di una sola Cina” e che non stipulino accordi linguistici simili con partner taiwanesi a condizioni politicamente inaccettabili per Pechino (Lai, 2012: 93). Vale la pena notare che un rapporto di Human Rights Watch del 2019 afferma che “gli Istituti Confucio sono un’estensione del governo cinese, che censura alcuni argomenti e punti di vista nei materiali educativi per motivi politici e utilizza metodi di reclutamento che tengono conto della fedeltà politica”. (Human Rights Watch, 2019). Pertanto, questi casi minano la credibilità degli strumenti di soft power della Cina.
Nonostante le difficoltà, la Cina continua a impegnarsi per approfondire i legami culturali con i Paesi dell’Asia meridionale. Nel corso degli anni, Pechino ha istituito diversi centri di amicizia, programmi di scambio culturale, iniziative di cooperazione buddista, borse di studio, ecc. con molti piccoli Paesi dell’Asia meridionale su base bilaterale. Vale la pena chiedersi, tuttavia, se questi tentativi stiano davvero rafforzando il “soft power” della cultura cinese o semplicemente rafforzando la sua immagine di “creatore di ricchezza”, un motore economico che potrebbe andare a beneficio delle economie più povere dell’Asia meridionale (Pal, 2021).
Conclusione
Esaminando l’esempio della Cina in Asia meridionale, possiamo concludere che i problemi del “soft power” cinese superano i risultati ottenuti in tempi moderni. L’impressionante dominio della Cina come grande potenza in ascesa è dovuto in gran parte al suo potere economico. In termini di fascino dei suoi valori, delle sue norme e della sua cultura, la sua influenza è ancora molto inferiore a quella di molte grandi potenze – storiche o attuali. I suoi sforzi di soft power dipendono fortemente dal suo potere economico. Anche se si assicura l’amicizia di molti Paesi, è meglio considerarla come un accordo strategico piuttosto che come un risultato assoluto dell’influenza della cultura e dei valori cinesi. Inoltre, la maggior parte degli sforzi di soft power economico della Cina sono recentemente passati sotto il radar delle agenzie internazionali e dei risultati della ricerca contemporanea. Questo non solo mina le prospettive future dei progetti cinesi in altri Paesi in via di sviluppo del mondo, ma ha anche un impatto negativo sulla credibilità della politica estera e delle azioni cinesi. Questo ci fa domandare ancora di più: questi sforzi hanno esportato i valori della Cina in modo che gli Stati destinatari vogliano i risultati che la Cina vuole, o hanno semplicemente creato un obbligo per gli Stati destinatari di fare o dare ciò che la Cina vuole?
Inoltre, nonostante la ricca filosofia e la forte affermazione culturale della Cina, essa fatica a rendere i suoi valori culturali universali, facilmente accessibili e assimilabili in altre parti del mondo.
I suoi problemi interni, come le violazioni dei diritti delle minoranze, la dura censura, la mancanza di trasparenza nell’attuazione delle politiche, ecc. hanno ulteriormente compromesso l’attrattiva dei suoi valori politici. Inoltre, la crescente percezione negativa della politica di “soft power” della Cina, in particolare, sta aggravando la situazione. Lo stesso Joseph S. Nye, Jr. ha sostenuto che “finché il governo alimenterà le fiamme del nazionalismo e terrà saldamente le redini del controllo del partito, il ‘soft power’ della Cina rimarrà limitato” (Nye, 2015).
Sebbene nei circoli accademici si discuta costantemente dell’importanza del “soft power” rispetto all’”hard power” per una grande potenza, la modernità ha dimostrato che il primo non può essere completamente relegato in secondo piano. Resta da vedere come la Cina, la più importante grande potenza in ascesa oggi, possa prevalere nell’attuale lotta per il suo “soft power”.
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Roma, 15 dic – Qualche mela marcia non farà un paniere avariato. Ma 60 eurodeputati corrotti, in gran parte di centro e di sinistra, fanno un’internazionale cattosocialista a libro paga di Qatar e Marocco. Sì perché se fosse confermato quanto riportato dai media greci, il Qatargate non sarebbe semplicemente un mini terremoto politico che sta sconquassando le istituzioni europee, sarebbe uno tsunami in grado di scoperchiare un vaso di Pandora raccapricciante. Gli inquirenti del Belgio avrebbero infatti nel mirino decine di europarlamentari, per lo più appartenenti al gruppo Socialisti & Democratici, al Partito Popolare Europeo e a vari partiti di sinistra. Un vaso che appare peraltro senza fondo, con un’inchiesta che si allarga di giorno in giorno e assume i contorni di una sconvolgente spy story.
“Ci sono 60 eurodeputati coinvolti”: al servizio di Qatar e Marocco?
Il Qatargate sta insomma facendo crollare il castello di sabbia costruito dal mondo dei buoni, prestigiatori senza scrupoli che ci fanno la morale a suon di Ong e iniziative propagandistiche colme di fuffa. Un’inchiesta scioccante che rischia oltretutto di affossare l’intero Parlamento Ue. E forse non è più semplicemente un Qatargate, perché adesso sono spuntati pure i servizi segreti del Marocco e si vocifera di altri “cinque Paesi coinvolti”.
Una bomba che arriva direttamente da Francesco Giorgi, compagno dell’ormai ex vicepresidente dell’Europarlamento Eva Kaili, che ha confessato di gestire i contanti della cricca. Giorgi avrebbe rivelato inoltre di aver fatto parte di una organizzazione utilizzata dal Marocco e dal Qatar al fine di interferire e condizionare gli affari europei. Lo stesso Giorgi avrebbe inoltre detto di sospettare che Andrea Cozzolino e Marc Tarabella, entrambi europarlamentari del gruppo socialista, avrebbero preso mazzette tramite Antonio Panzeri. In tutto questo il Marocco sarebbe coinvolto tramite i suoi servizi segreti di informazione esterna: la Dged. In pratica, stando ai documenti consultati dal quotidiano Le Soir e da Repubblica, Panzeri, Cozzolino e Giorgi sarebbero stati in contatto con le spie marocchine e con Abderrahim Atmoun, ambasciatore del Marocco in Polonia.
Siamo tutti distratti da questi inediti mondiali di calcio, al punto da ignorare quello che senza indugi può esser considerato l’incontro più importante dell’anno. Proprio come il Marocco con i suoi straordinari risultati a Doha unisce il mondo arabo sotto la sua trionfante bandiera rossa, anche Xi in Arabia ha messo insieme leader dell’intero Medio Oriente.
La visita più attesa dell’anno: Xi in Arabia Saudita
La visita ufficiale del presidente cinese Xi Jinping in Arabia Saudita ha avuto luogo in questi giorni (7 – 9 Dicembre) su invito del re Salman Bin Abdulaziz Al Saud. Al tanto atteso evento ha partecipato anche il principe ereditario Mohammed bin Salman.
L’incontro è stato incentrato sullo sviluppo di una partnership strategica tra i due Paesi, le cui basi son state gettate in occasione della prima volta di Xi a Riyadh, nel 2016. Questo partenariato ben si sposa con la Saudi Vision 2030 , il programma di sviluppo economico volto a ridurre la dipendenza del Paese arabo dal petrolio, a diversificare l’economia e a sviluppare vari settori dei servizi pubblici.
L’agenda del viaggio di Xi in Arabia Saudita ha incluso anche il vertice arabo Golfo-Cina per la cooperazione e lo sviluppo. Tante strette di mano a Xi, con i leader dei paesi del Consiglio di cooperazione del Golfo (CCG) che comprende Bahrein, Kuwait, Oman, Qatar, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti. Non solo, Xi ha tenuto colloqui bilaterali con gli omologhi di Egitto, Palestina, Sudan ed Iraq. E chi non era presente fisicamente al Summit, ne ha tessuto le lodi telefonicamente. Come il Re del Marocco Mohammed VI, che ha anche invitato Xi a rafforzare e consolidare le relazioni di cooperazione tra le due parti in un’ampia gamma di settori.
Insomma, le mille e una notte per la Cina dal crescente interesse per la regione. La visita a Riyadh di Xi è ulteriore segnale della svolta storica delle relazioni internazionali, dove l’Occidente, a guida USA, ne è sempre meno il perno.
Tensioni con USA: il problema comune
La visita di Xi avviene in un momento di tensioni tra paesi del Golfo e Washington. La stessa accoglienza fatta a Xi, in pompa magna con tutti gli onori, stride fortemente con il freddo benvenuto riservato a Biden l’estate scorsa.
Riyadh e Pechino, dunque, hanno oggi in comune i rapporti non sereni con gli americani. Tali tensioni hanno tuttavia natura e dimensioni ben diverse.
Affronto geopolitico e sistemico
La Cina ha ben molto di più in gioco, si parla di competizione sistemica. Con gli Stati Uniti i rapporti hanno raggiunto il punto di non ritorno a seguito della visita di Nancy Pelosi a Taiwan all’inizio di agosto. Ricordiamo bene la reazione di condanna di Pechino seguita da esercitazioni militari su larga scala nelle vicinanze di Taiwan. A seguire, si è innescato un tran tran di visite nell’isola da parte dei paesi alleati, tra cui Francia, Giappone. Oltre alle vicende geopolitiche, ci sono lo scontro commerciale e tecnologico che scuote intera economia globale.
Affronto in nome del petrodollaro
Con Riyadh invece, si tratta per lo più di questioni legate a petrolio. Infatti, è stata la decisione all’inizio del mese di ottobre da parte dell’Arabia Saudita – in coordinamento con la Russia nell’ambito dell’OPEC Plus – di tagliare la produzione di petrolio ad aver acuito le tensioni con gli USA. Peraltro, questo lo avevano già preannunciato l’estate scorsa in presenza di Biden. Quest’ultimo ha pubblicamente espresso disappunto, dicendo che percepisce tale mossa saudita come un palese affronto e collusione con Mosca. Inoltre, nel Congresso sono scoppiati appelli bipartisan per fermare l’assistenza alla sicurezza dell’Arabia Saudita. Dal canto suo Riyadh afferma di aver agito solo per puro interesse economico.
Gli effetti di questa decisione non son tardati. Col taglio progressivo della produzione – in barba all’Occidente che per ragioni geopolitiche e tensioni con Russia voleva il contributo arabo – e il conseguente aumento dei prezzi del petrolio, l’Arabia Saudita ha appena registrato un avanzo di bilancio. È la prima volta in quasi 10 anni, forte degli alti prezzi del petrolio. Idem gli altri cinque paesi produttori del Golfo.
La riscossa dei petrodollari ha quindi dato una spinta alle economie della regione, permettendo loro di ridurre il debito e diversificare le loro economie dipendenti dal petrolio in modi molto importanti. Per questo non possono mancare gli investimenti e cooperazione economica, energetica e commerciale con Pechino.
Dal petrodollar al petroyuan?
Va da sé che la questione energetica sia stata il centro dei colloqui tra Xi e la controparte saudita.
Durante il vertice con i paesi del Golfo, Xi ha espresso l’auspicio di un nuovo paradigma per la cooperazione energetica con al centro lo yuan come valuta per il commercio di petrolio e gas. “La Cina continuerà a importare grandi quantità di greggio a lungo termine dai Paesi del CCG e ad acquistare più GNL“, ha dichiarato il presidente cinese. “La piattaforma dello Shanghai Petroleum and Natural Gas Exchange sarà pienamente utilizzata per il regolamento in yuan nel commercio di petrolio e gas“.
Velleità, quelle dell’uso dello yuan, mostrate negli scorsi mesi anche dallo stesso Bin Salman. Tale mossa, in caso di successo, andrà ad indebolire enormemente il dominio globale del dollaro americano.
Accanto all’aumento dei volumi del commercio di greggio tra Arabia e Cina, è stato concepito un quadro di cooperazione energetica su larga scala. In esso si inserisce il progetto del complesso petrolchimico sino-saudita a Gulei, Fujian. Si esploreranno anche opportunità di investimento congiunte nel settore dell’idrogeno, dell’elettricità, dell’energia fotovoltaica, dell’energia eolica e di altre fonti di energia rinnovabile.
Al di là della questione energetica
Buona parte dei 34 accordi firmati da Cina e Arabia Saudita, rientrano nell’ambito energetico. Tuttavia, la cooperazione ha un più ampio respiro nel quadro del forum Cina-CCG, quindi tra Pechino e paesi della regione.
Gli ambiti principali sono:
In materia di sicurezza, dove Pechino offre di formare 1.500 funzionari di polizia e di cybersicurezza;
cooperazione spaziale, con Pechino che apre al coinvolgimento arabo nel programma spaziale cinese; si considera istituzione di un forum Cina-CCG per l’esplorazione dello spazio lunare;
trasversalmente, si avvierà la cooperazione aerospaziale in settori quali il telerilevamento e i satelliti di comunicazione;
concordata anche l’istituzione di un forum congiunto sull’uso della tecnologia nucleare per scopi pacifici, con la Cina che fornirà formazione in materia;
discusse anche le opportunità di cooperazione nel campo delle catene di approvvigionamento.
Nel quadro della cooperazione allo sviluppo, Xi ha anche offerto 5 miliardi di yuan (718 milioni di dollari) di aiuti allo sviluppo ai Paesi arabi e di concedere l’accesso esente da dazi ai paesi meno sviluppati della regione. Inoltre, la Cina manderà 500 esperti di agricoltura nella regione per incrementare la produzione alimentare.
Passi importanti anche sul fronte culturale e turismo. Durante incontro con Bin Salman, Xi Jinping ha promesso l’inserimento dell’Arabia Saudita tra le destinazioni per i viaggi di gruppocinesi e di espandere gli scambi culturali e interpersonali tra le due parti. Questo peraltro conferma le intenzioni di Xi di riaprire progressivamente il paese ai livelli pre-epidemia.
Cooperazione win-win, dunque, come rammenta sempre Pechino, atta a rafforzare la sinergia tra le strategie di sviluppo sino-arabe nel quadro della iniziativa della via della seta.
Dal Medio Oriente al Dragone orientale, questo vertice – come rimarcato da Mohammed VI – è anche un’occasione per ripercorrere i legami storici dell’antica Via della Seta. La rete commerciale che collegava l’Eurasia (Europa e Asia) e il Nord Africa dal secondo secolo fino alla metà del XV secolo e che oggi torna nel panorama delle relazioni politico-commerciali moderne con Xi Jinping.
Linee rosse: sovranità nazionale e non interferenza
La visita a Riyadh e ancor più in vertice sino-arabo riflette il desiderio di stabilire una nuova fase storica nelle loro relazioni.
In essa, Xi si è riassicurata il sostegno alla posizione cinese su questioni sensibili ringraziando gli arabi per il rispetto della sua sovranità e interessi nazionali. Gli arabi infatti rimangono fedeli al principio di una sola Cina.
Con una dichiarazione congiunta del vertice Cina-CCG è stata infatti:
respintal’indipendenza di Taiwan
reiterato il rispetto per gli sforzi di Pechino per mantenere la sicurezza nazionale a Hong Kong
apprezzati gli importanti sforzi compiuti per l’integrazione e rispetto delle minoranze
Quest’ultimo punto si riferisce chiaramente al trattamento riservato dalla Cina agli uiguri e ai membri di altre minoranze musulmane nello Xinjiang, con una poco celata critica alle accuse occidentali di genocidio – non comprovate – in merito. Bin Salman ha dichiarato esplicitamente infatti che ‘’l’Arabia appoggia le misure e gli sforzi di de-radicalizzazione della Cina, opponendosi fermamente alle interferenze esterne negli affari interni della Cina con il pretesto di proteggere i diritti umani“, come cita la China Central Television.
Xi in Arabia: portatore di pace?
Cina ed Arabia si impegnano a rafforzare la solidarietà tra nazioni e ad ‘’astenersi dall’uso o dalla minaccia di usare la forza nelle relazioni internazionali“.
Pechino ha offerto il suo sostegno agli sforzi arabi per risolvere le crisi in Siria, Libia e Yemen. In quest’ultima l’Arabia Saudita ritiene di svolgere un ruolo importante nel sostenere la lotta contro i ribelli sostenuti dall’Iran.
Xi afferma di voler sostenere le posizioni arabe nella soluzione di questioni di sicurezza nella regione attraverso la solidarietà e la cooperazione. Il presidente cinese ha stressato su importanza di esplorare percorsi di sviluppo dei paesi della regione che rispettino la loro volontà indipendente.
Tuttavia, l’altro attore regionale – antagonista delle potenze arabe del vertice – non ha preso molto bene quanto dichiarato nel summit Cina-CCG.
Tehran irritata
Portare pace in questa regione non sarà facile manco per Xi. Inevitabilmente, data l’importanza delle questioni discusse in materia di sicurezza e stabilità della regione, il summit sino-arabo ha causato malumori in Iran.
Tehran è stata irritata proprio dalla dichiarazione congiunta del Consiglio di cooperazione del Golfo Persico (CCG) e Cina. In essa hanno chiesto una soluzione alla questione delle tre isole Abu Musa, Tunb minore e Tunb maggiore, strategicamente situate nel Golfo Persico. Il problema è che invitare ad una soluzione significa reiterare la necessità di negoziare su una vicenda che dal canto suo l’Iran considera non negoziabile. La vicenda è da tempo fonte di tensioni diplomatiche tra l’Iran e il CCG, in particolare gli Emirati Arabi Uniti (EAU). Entrambe le parti hanno rivendicazioni sulle stesse.
La Cina applaudendo a queste dichiarazioni è come se si fosse apertamente schierata nella disputa. E la reazione iraniana è arrivata dalle alte sfere diplomatiche e pare che l’ambasciatore cinese in Iran Chang Hua sia stato convocato al ministero degli Esteri per chiarimenti sulla dichiarazione congiunta del vertice CCG-Cina in Arabia Saudita.
Mohammad Jamshidi, vicecapo di gabinetto per gli affari politici del presidente iraniano, si è rivolto alla Cina con un tweet molti diretto: “Un promemoria per i colleghi di Pechino. Mentre l’Arabia Saudita e gli Stati Uniti hanno sostenuto l’ISIS/Al-Qaeda in Siria e hanno brutalizzato lo Yemen, l’Iran ha combattuto i gruppi terroristici per ripristinare la stabilità e la sicurezza della regione e per prevenire la diffusione dell’insicurezza sia in Oriente che in Occidente“.
Una questione molto delicata che pone Xi in una situazione difficile, data importanza anche delle relazioni con l’Iran, paese presto membro di importanti forum di grande interesse cinese come la Shanghai Cooperation Organization.
Pechino sostituirà il ruolo di Washington?
Una intricata rete di interessi, conflitti e rivalità regionali quella dove la Cina deve riuscire a muoversi scientemente. Ponderarsi diplomaticamente tra gli eterni acerrimi nemici Tehran-Riyadh non sarà facile.
Una rivalità che gli Stati Uniti hanno strumentalizzato tatticamente per decenni su cui oggi però perdono inesorabilmente influenza. La Cina, tuttavia, non è in grado ne intende sostituire il ruolo decennale di Washington nel Golfo, che continua ad esser importante per la pace e sicurezza dei paesi arabi. Questi ultimi lamentano anzi la scarsa risposta della Casa Bianca a una serie di attacchi terroristici da parte di proxy iraniani contro infrastrutture energetiche critiche e centri civili e finanziari.
Considerando che Teheran è ora più vicina a ultimare il suo deterrente nucleare, gli arabi sono ansiosi di vedere un impegno concreto da parte dell’amministrazione Biden in risposta alle loro preoccupazioni. Invece questa si occupa di problemi come la libertà politica, lgbt e i diritti umani, come dimostrato anche nelle attuali proteste iraniane.
Non solo. Come in Europa, Washington cerca di limitare e condizionare i rapporti degli arabi con la Cina e di costringerli a prender parte in uno scontro sistemico, geopolitico ed economico che non riguarda loro. A maggior ragione oggi che sono immersi nelle rispettive visioni di lungo termine per scardinare le loro economie dalla dipendenza dal petrolio. La cooperazione energetica e commerciale con la Cina è fondamentale.
Conclusione
La visita di Xi dimostra che l’Arabia Saudita,e gli altri paesi delGolfo e Medio Oriente, hanno un’alternativa all’Occidente. In tutti i settori, peraltro, anche in materia di armamenti dove Pechino già offre alternative in sistemi d’arma avanzati a prezzi competitivi.
Alternativa non esclusiva. Come infatti ha affermato il principe Faisal, ministro degli Esteri saudita “non crediamo nella polarizzazione o nella scelta tra un partner e l’altro… L’economia del Regno sta crescendo rapidamente e abbiamo bisogno di tutti i partner“. Gli arabi, dunque, si sentono liberi di espandere il proprio portfolio di cooperazione con tutti gli attori mondiali con cui ritengono di avere interessi reciproci, dai cinesi ai russi agli occidentali. In tal guisa, intendono cogliere le migliori opportunità che entrambi i mondi – East andWest – offrono, ma sono anche consapevoli dei grandi cambiamenti a cui stiamo assistendo, dove il perno dell’economia globale scivola inesorabilmente ad Est.
A questo futuro, il mondo arabo si deve preparare per giocare un ruolo da protagonisti. E l’ambizione c’è, come dimostra il desiderio espresso del principe ereditario saudita Bin Salman di vedere il Medio Oriente come la ‘Nuova Europa’.
Primordialismo: Ogni concezione filosofica che identifica nei primordi della vita sulla terra il principio e l’oggetto della conoscenza.
Il termine Primordialismo identifica e descrive prospettive fisiche, metafisiche e patafisiche, le quali affermano che la realtà è il frutto di un tempo ciclico che ritorna perennemente per ripristinare lo stato originario di qualsiasi presenza vitale, sia essa terrestre, extraterrestre e/o ultraterrestre, eseguendo le leggi divine intrinseche ad ogni prospettiva della realtà, sia essa materiale, temporale e/o spirituale, un costrutto della creazione divina strettamente connesso con le dinamiche cosmiche operate da Dio Altissimo attraverso tutte le sue creature.
Le prospettive primordialiste si dividono così in tre categorie: il primordialismo fisico che si limita a constatare le visioni essoteriche della scienza e/o della religione come scoperta di precisi procedimenti esteriori come lo scienziato o il sacerdote che si basa sull’imitazione, il primordialismo metafisico che definisce una visione esoterica della alchimia e della spiritualità come scoperta di processi cognitivi di conoscenza interiore come l’alchimista o il maestro di una disciplina che si basa sullo studio e infine il primordialismo patafisico che dispone una visione peraiterica della prospettiva medianica tipica di un profeta o di uno sciamano che si basa sull’esperienza diretta rivolta a Dio Altissimo Sommo Creatore.
Tutte e tre le prospettive sono espressioni di un’unica realtà divina che rappresenta il tema del ritorno ad uno status primordiale della vita terrestre dell’umanità.
Ha ragione Giorgio Agamben, siamo una società di complici.
Sentire Ursula von der Leyen fare dichiarazioni accorate sulle ordinarie ruberie in quel carrozzone che è il Parlamento Europeo… e noi qui ad ascoltarla, complici, alla stessa maniera dei kapo’ dei lager.
Si, nulla di meno, non è un’iperbole: l’archetipo è lo stesso.
Gli indiziati di reato di questo scandaletto che più ordinario non si può, vengano perseguiti presto e bene se responsabili (non mi straccio le vesti per il colore politico a differenza di quanto fanno ordinariamente gli appartenenti a quel colore politico).
Quello che giudico intollerabile è che i contratti di fornitura dei vaccini, per l’affare più grosso del secolo -fino ad oggi-, sottoscritti in nome nostro e per conto (per il nostro bene, sic…), su nostro mandato di cittadini elettori, con i nostri -ma lo sono ancora?- soldi di contribuenti, distratti da usi migliori innanzitutto nella sanità, siano segreti sulle clausole economiche e di garanzia, addirittura segreto militare sulla sostanza oggetto della fornitura… fino da ultimo al reiterato rifiuto del CEO di Pfizer a venire a rispondere alle interrogazioni dei nostri rappresentanti.
Cosa volete che me ne importi di una poveraccia ipocrita e ladra (si facta vera sunt), come la Vicepresidente greca, rispetto a quanto mi viene fatto reiteratamente trangugiare, con pretesa pure di legalità.
Io non dimentico neanche un giorno di questi ultimi tre anni di abominio della legalità, checche’ ne dica la Corte …ituzionale.
Quei medicamenti non vengono prodotti se qualcuno – leggi Stati e Organizzazioni internazionali acquirenti- non li abbia preventivamente finanziati, e solo questo basta a far capire, date le tempistiche di tutto quanto avvenuto, il “mistero buffo”.
Orologeria della pandemia: tie’, fa pure rima.
La crisi di legalità parte dalla testa, da Ursula von der Leyen in persona; il resto scenette a orologeria, appunto, che ci vengono date in pasto nel teatrino/propaganda quotidiano.
Mi fa pena la Ronzulli che si dissocia dal tentare di riparare -si fa per dire- all’abominio dell’obbligo (con consenso estorto in aggiunta) per alcune categorie, di assunzione di una sostanza ignota, tranne che per un’etichetta appiccicata.
Obbligo che mi vanto di aver violato, in forza di una precisa coscienza giuridica, alla quale mi propongo di non deflettere mai.
Nessuno di noi deve fare Rambo, ma se non poniamo questa questione al primo posto, per tutto quanto accaduto in questi ultimi tre anni (anche con una resistenza passiva e un sabotaggio di quanto proviene da quella apicale illegalità), siamo una SOCIETÀ DI COMPLICI, e nessuna meraviglia se veniamo gestiti come bestie da macello.
Come già ho affermato altre volte, tutti gli altri argomenti, piccoli o grandi che siano, locali, nazionali o internazionali, sono vuoti di sostanza, sono complicità da intrattenimento, e chi li ventila, senza superiore o almeno analogo impegno e responsabilità rispetto a quanto qui sottolineato, fa da ruota di trasmissione a questa mostruosa illegalità.
Mi sono sempre chiesto perché sono cresciuto a Napoli. Perché io… Che vengo da mondi lontani… Sono cresciuto a Napoli… Proprio a Napoli. E oggi finalmente lo so. Tante cose si sono messe insieme e oggi lo so. Molti pensano che Pulcinella sia una maschera porta fortuna, simpatica, con gli spaghetti in mano… Che fa tante mosse insensate. E si… Il primo impatto è lo stesso che avevo con Napoli. Poi mio fratello che ha la passione della fotografia… Mi ha cominciato a raccontare un po’di storia di pulcinella… E oggi sono assolutamente certo che Pulcinella è uno degli ultimi grandi maestri rimasti del nostro tempo. Innanzitutto se lo osservi… Non capisci se sta ridendo, piangendo, se è triste, allegro, se è pensieroso o spensierato… L’unica cosa che puoi vedere in lui è ciò che sei tu nel momento in cui lo guardi. È lo specchio per eccellenza. Com’è possibile che non riesci a capire cosa c’è dietro la maschera. Solo perché lui stesso ha realizzato la sua vera natura ultima. Perciò non è etichettabile. La sua gobba apparentemente porta fortuna, ma in realtà la gobba è il segno della sua capacità di vivere nel qui e ora, senza nessuna sicurezza apparente, questo lo rende invincibile e figlio della fortuna, perché sa che nella vita non esistono sicurezze, niente è certo, niente è veramente controllabile. Se gli parli, lui mai reagirà in modo prevedibile. È folle? No, semplicemente sa che le parole sono false, perciò ci ride sopra, e più tu ti mostri arrogante, più lui ti fa una mossa o una pernacchia. Lui è solo, schivo, sfuggente, lo trovi su un cornicione di un palazzo, o sdraiato su una ringhiera. È uno squilibrato con problemi mentali? No, lui non vuole perdere neanche un attimo di questa vita, ha bisogno di vivere in sé, e si protegge sembrando un folle. Se ci penso bene bene… Lui incarna ogni saggezza e appare per questo folle. Il napoletano è così… Quando pensi di averlo capito… Lui sguscia via come una anguilla. Ogni sua contraddizione è solo l’evidenza della verità più cruda della vita. In questo senso pulcinella sfugge al sistema. I vecchi sistemi religiosi e filosofici stanno morendo… Il saggio dei giorni d’oggi è proprio lui. Ognuno di noi dovrebbe essere un po’ Pulcinella.
Circa gli eventi riguardanti Twitter, ricordiamo che Elon Musk è tra i frontline progettatori e sostenitori dell’impianto di chips nei cervelli umani, Dio li proibisca.
Il qui ed ora è sempre il momento più adatto per fare Teshuvà. Tuttavia la Teshuvà è valida quando è completa. Se questa persona davvero stima la libertà e la verità, che si allontani da quella attività, e la condanni pubblicamente!
Non dimentichiamo infine che le censure e i boicottaggi, il lavaggio dei cervelli umani, effettuati da Twitter, le stanno facendo a pieno ritmo anche Google e Facebook, ed altri social di quella infelice famiglia.
A noi sta il proteggerci il più possibile da tutti quei veleni. Primo. E secondo bisogna imparare ad usare gli strumenti tecnologici per l’unico scopo per i quali la Provvidenza divina ha permesso che venissero scoperti: la diffusione della sapienza della verità.
Cos’è la sapienza della verità? Sapienza è la percezione sempre più chiara del meraviglioso piano divino che sottende la creazione di prima, di adesso, e quella futura. Verità è l’esatto opposto di quello che il woke, il pensiero unico, il transumanesimo, ecc. ecc. urlano ai quattro angoli del globo, con il suono assordante dei loro megafoni.
A questo punto, è chiaro che qualunque cosa essi dicano è una menzogna, una catena senza fine di menzogne. Perciò, anche senza essere specialisti nei campi specifici, vuoi la chimica, la biologia, la medicina, l’economia, la scienza climatica e tanti altri, basta capovolgere le affermazioni di quei sciagurati per sapere quale sia la verità. Così facciamo un po’ di “hitapka”, “capovolgimento”.
Aleksandr Dugin, nella sua relazione “Che cos’è la tradizione”, ha osservato che “il nostro popolo [quello russo, N.d.T.] esiste grazie alla fedeltà alle sue radici tradizionali”. Dugin, nel descrivere la situazione attuale del mondo e del Paese, ha contrapposto la tradizione alla modernità e alla postmodernità: “La tradizione è l’affermazione di valori sacri. Il moderno è il rifiuto di questi valori spirituali; ma rifiutando Dio, la modernità rifiuta anche il diavolo: rifiuteremo Dio e il diavolo e metteremo al suo posto l’uomo, che si rivelerà e si svilupperà continuamente. E il postmodernismo dice: Sì, non c’è nessun Dio, lo abbiamo ucciso. Ma c’è un diavolo! La postmodernità è in realtà una rivelazione del piano satanico della modernità, di cui il diavolo è il motore nascosto. Quando il Presidente Putin ha definito satanica la civiltà occidentale, non era una metafora. È l’essenza di una visione tradizionalista di ciò che è il postmoderno. Questo è il diavolo con cui abbiamo a che fare nella Special Military Operation in Ucraina, siamo in guerra con lui… Abbiamo a che fare con la civiltà dell’inferno. E come possiamo combatterlo se ne facciamo parte, se usiamo i suoi metodi, se siamo progressisti e confortatori laici? Come possiamo combattere contro di essa, se siamo uguali, ma da un lato? Dobbiamo trovare attraverso la nostra tradizione una dimensione dell’eternità russa, una dimensione della battaglia spirituale, in cui non dobbiamo solo vincere sul campo di battaglia, ma cambiare internamente. Dobbiamo vincere questa battaglia spirituale in noi stessi, nello Stato, nel popolo. Il popolo è un tutt’uno con i guerrieri che combattono e con il potere che ha sfidato questo Leviatano globale. Dobbiamo cambiare”.
L’animosità rimane alta, con i funzionari di Serbia e Kosovo che intensificano il loro scambio di parole. Le tensioni sono aumentate nel nord del Kosovo dopo che ignoti aggressori hanno scambiato colpi di arma da fuoco con la polizia e hanno lanciato una granata stordente contro gli ufficiali dell’Unione Europea durante la notte.
Centinaia di serbi etnici, indignati per l’arresto di un ex agente di polizia, si sono radunati domenica presto ai posti di blocco eretti il giorno precedente, paralizzando il traffico a due valichi di frontiera dal Kosovo verso la Serbia.
I serbi nel nord del Kosovo hanno lasciato i lavori statali per protesta contro le tarhe auto imposte dal Kosovo nella zona serba. Sebbene il Kosovo abbia dichiarato l’indipendenza dalla Serbia nel 2008, Belgrado non la riconosce e incoraggia la comunità serba nel nord del Kosovo a sfidare l’autorità di Pristina. Ore dopo la costruzione delle barricate, la polizia ha dichiarato di aver subito tre attacchi consecutivi sabato notte su una delle strade che portano al confine. “Le unità di polizia, per legittima difesa, sono state costrette a rispondere con armi da fuoco alle persone e ai gruppi criminali che sono stati respinti e lasciati in una direzione sconosciuta”, ha detto la polizia in un comunicato.
La missione dell’Unione europea sullo stato di diritto in Kosovo ha affermato che anche loro sono stati presi di mira con una granata stordente, ma nessun agente è rimasto ferito. “Questo attacco, così come gli attacchi agli agenti di polizia del Kosovo, sono inaccettabili”, ha dichiarato EULEX in un comunicato stampa.
EULEX – che conta circa 134 poliziotti polacchi, italiani e lituani dispiegati nel nord – ha invitato “i responsabili ad astenersi da azioni più provocatorie”, e ha detto di aver esortato le istituzioni del Kosovo “a consegnare i colpevoli alla giustizia”.
L’animosità è aumentata dopo che il Kosovo ha programmato le elezioni locali in quattro comuni a maggioranza serba nel nord per il 18 dicembre, con il principale partito politico serbo che ha dichiarato che avrebbe organizzato un boicottaggio.
All’inizio di questa settimana si sono sentite esplosioni e sparatorie mentre le autorità elettorali cercavano di preparare il terreno per il voto, mentre un poliziotto di etnia albanese è rimasto ferito dopo che le forze dell’ordine erano state schierate nella regione. “Le barricate dei criminali mascherati nel nord devono essere rimosse immediatamente”, ha detto in una nota il primo ministro kosovaro Albin Kurti. Ha aggiunto che il suo governo era in contatto con la missione di mantenimento della pace della NATO, che ha più di 3.000 soldati sul campo. I sondaggi erano previsti a Mitrovica settentrionale, Zubin Potok, Zvecan e Leposavic dopo che i rappresentanti di etnia serba si sono dimessi dai loro incarichi a novembre per protestare contro la decisione del governo del Kosovo di vietare le targhe dei veicoli rilasciate dalla Serbia . Anche i legislatori, i pubblici ministeri e gli agenti di polizia serbi hanno abbandonato gli incarichi del governo locale.
Per disinnescare le tensioni, sabato il Kosovo ha deciso di rinviare le elezioni dopo che il presidente Vjosa Osmani ha incontrato i leader politici del suo paese e ha deciso di tenere il voto nei comuni del nord il 23 aprile 2023.
Le ambasciate di Francia, Germania, Italia, Regno Unito e Stati Uniti – insieme all’ufficio locale dell’UE – hanno accolto con favore il rinvio, definendolo una “decisione costruttiva” che “promuove gli sforzi per promuovere una situazione più sicura nel nord”. La presenza della polizia kosovara è stata recentemente incrementata in quelle aree, ed EULEX è stata presente anche con i suoi agenti di polizia.
Il presidente serbo Aleksandar Vucic terrà una riunione di emergenza del Consiglio di sicurezza nazionale domenica alle 19.00 in relazione all’aggravarsi della situazione nel nord del Kosovo, hanno riferito i media.
Come riportato dalla televisione nazionale serba RTS , il leader serbo ha preso una tale decisione a causa del fatto che il primo ministro del Kosovo non riconosciuto, Albin Kurti, ha annunciato un’operazione durante la quale le forze speciali della polizia del Kosovo useranno tutti i mezzi per eliminare le barricate erette, riferisce RIA Novosti .
Vučić sul dramma in Kosovo: chiederemo il ritorno del nostro esercito e della nostra polizia. Il presidente Aleksandar Vučić ha parlato della situazione in Kosovo e Metohija. Uno dei messaggi principali: la Serbia chiederà il ritorno delle nostre forze in Kosovo.