Israele commetterebbe un errore geostrategico irreversibile armando Kiev

di Andrew Korybko

L’ex presidente e attuale vicepresidente del Consiglio di Sicurezza Dmitry Medvedev ha appena messo in guardia Israele dall’inviare armi a Kiev, dopo che il ministro degli Affari della Diaspora dello Stato, Nachman Shai, ha chiesto al suo Paese di attraversare il Rubicone in risposta alla notizia del Washington Post (WaPo) secondo cui l’Iran si starebbe preparando a fornire un Mosca missili balistici. Egli ha affermato che una tale mossa “distruggerebbe tutte le relazioni interstatali tra le nostre nazioni”, il che è proprio vero e sarebbe quindi un errore geostrategico irreversibile che Tel Aviv non può permettersi.

Solo alla fine del mese scorso Zelensky ha finto di scandalizzarsi per il rifiuto di Israele di inviare i suoi sistemi di difesa aerea, i cui calcoli ho spiegato a lungo qui. Quel pezzo cita anche i miei precedenti lavori dell’inizio di quest’anno sugli intrecci delle relazioni russo-israeliane, che i lettori potrebbero apprezzare per una conoscenza di base fondamentale. In breve, Tel Aviv si è saggiamente resa conto che il superamento della linea rossa di Mosca nella guerra per procura della NATO guidata dagli Stati Uniti contro la potenza mondiale appena restaurata attraverso l’ Ucraina potrebbe indurre il Cremlino a dare carta bianca all’Iran in Siria per attaccare Israele per procura.

Fino a questo momento, la Russia ha contenuto l’Iran con mezzi indiretti, influenzando il suo alleato siriano a scoraggiare tali attacchi e “facilitando passivamente” le attacchi di Israele contro l’IRGC e Hezbollah ogni volta che questi hanno iniziato a immagazzinare armi nella Repubblica araba proprio per questo scenario. In precedenza, gli Stati Uniti hanno cercato di vincere una spaccatura israeliana sulle attività controverse dell’Agenzia ebraica in quella Grande Potenza eurasiatica, le cui conseguenze ho spiegato qui nel caso in cui erano riuscite.

Questa intuizione rimane rilevante alla luce delle ultime tensioni nelle loro relazioni, legata all’appello del ministro Shai al suo Paese di armare Kiev in risposta all’ultimo rapporto del WaPo. Il possibile invio di missili balistici nella zona di conflitto potrebbe in realtà essere solo un finto pretesto infowar per qualcosa che il governo di coalizione, sempre più impopolare, potrebbe aver pianificato di fare già da un po’ di tempo, in concomitanza con le tese elezioni legislative del 1° novembre, che potrebbero riportare Benjamin (“Bibi”) Netanyahu al potere in caso di sconfitta, come alcuni iniziare a prevedere.

Questo scenario di “sorpresa d’ottobre” potrebbe comportare un’escalation manipolata ostilità per procura irania-irane in Siria, allo scopo di Israel i candidati in carica come “forti in materia di sicurezza nazionale”, la cui percezione, artificialmente costruita, avrebbe lo scopo di “allontanare” da Bibi una parte della sua base, al fine di garantire che la coalizione mantenga il. Questa sequenza di eventi potrebbe essere avviata dall’invio di armi a Kiev da Israele di, che potrebbe avvicinare la Russia a Israele a lasciare che l’Iran faccia quello che vuole contro parte attraverso la Siria, creando così il pretesto per una grande campagna di bombardamenti israeliani in quel Paese.

Questo sarebbe estremamente pericoloso di per sé per la stabilità regionale, soprattutto perché l’Iran prevedibilmente chiedere ai suoi alleati della Resistenza in Libano di unirsi direttamente alla mischia, portando così un conflitto molto più ampio. La prerogativa di decidere se questo accadrà o meno è solo di Israele, che potrebbe aver calcolato erroneamente di poter contenere l’escalation che le autorità della sua coali potrebbero benissimo mettere in moto nel prossimo futuro per motivi di interesse politico interno a scapito degli interessi di sicurezza nazionale del paese.

Per quanto riguarda questi ultimi, essi riguardano semplicemente il mantenimento della cosiddetta “pace fredda” tra Israele e l’Iran (compresi gli alleati della resistenza locale della Repubblica islamica come Hezbollah) il più a lungo possibile, fino a quando Tel Aviv non riuscirà a riconquistare il vantaggio militare sempre più perso nei confronti del suo rivale. Questa osservazione si basa sull’ultimo accordo appena concluso da Israele con il Libano sul territorio marittimo conteso, che testimonia il desiderio di Tel Aviv di preservare lo status quo, almeno per ora. Detto questo, è immaginabile che i cosiddetti “integralisti” possano avanzare le loro argomentazioni sul perché Israele dovrebbe “scuotere” la regione.

La rottura degli Stati Uniti con i leader sauditi ed emiratini del Consiglio di Cooperazione del Golfo (CCG) in merito agli ultimi tagli alla produzione dell’OPEC+, che hanno concordato di coordinare con la Russia, insieme ai sospetti sulle intenzioni strategiche-militari a lungo Biden rispetto al suo continuo desiderio di negoziare un nuovo accordo nucleare con l’Iran, potrebbe creare la percezione convincente che la “finestra di vantaggio” di Israele per riguadagnare il suo sulla Repubblica Islamica si sta rapidamente esaurendo. Questa mentalità potrebbe portare alcuni dei suoi decisori a flirtare disperatamente con scenari molto pericolosi.

Obiettivamente, sarebbe un errore geostrategico irreversibile per Israele mettere in moto lo scenario analizzato in cui si creano le condizioni per creare il falso pretesto su cui giustificare un’escalation della sua guerra per procura con l’Iran in Siria. Non c’è alcuna garanzia che le dinamiche risultanti possono essere controllate, e la loro prevedibile spirale fuori dal controllo potrebbe persino portare gli Stati Uniti ad appendere Israele al chiodo a causa dei calcoli politici interni dei controlli democratici al governo in vista delle elezioni di metà novembre, temendo giustamente che un’altra guerra straniera possa mettere l’opinione pubblica ulteriormente contro di loro.

Per il momento, nonostante le immense sicurezza occidentali ei pericolosi calcoli politici interni di alcuni membri della coalizione al governo, gli interessi di nazionale di Israele sono indiscutibilmente meglio serviti dal mantenimento dello status quo strategico-militare regionale nei confronti dell’Iran per un futuro indefinito. Interrompere unilateralmente questo status a causa delle pressioni americane e di considerazioni elettorali a breve termine sarebbe un errore geostrategico irreversibile che, nel peggiore dei casi, potrebbe persino mettere a repentaglio l’esistenza dello Stato, motivo per cui deve essere evitato ad ogni costo ebraico.

Pubblicato in partnership su One World

Traduzione a cura di Lorenzo Maria Pacini

Fonte: Idee&Azione

18 ottobre 2022

Israele commetterebbe un errore geostrategico irreversibile armando Kiev
Israele commetterebbe un errore geostrategico irreversibile armando Kiev

La consultazione nazionale dell’Ungheria sulle sanzioni dell’UE è la forma più pura di democrazia occidentale

di Andrew Korybko

Più di un mese e mezzo dopo che “il ministro degli Esteri tedesco ha screditato l’intero concetto di democrazia occidentale” dichiarando ostinatamente che il suo governo continuerà a sanzionare la Russia nonostante le difficoltà che ciò ha comportato per il popolo tedesco, l’Ungheria ha colto l’occasione per salvare quello stesso concetto attraverso la sua imminente consultazione nazionale su questo tema. Il Primo Ministro Orban, che è un vero e proprio visionario conservatore-multipolare che ha giurato di raddoppiare la sua politica estera indipendente in completa sfida ai nemici politici del suo Paese dopo aver vinto la rielezione, solleciterà il feedback dei suoi cittadini su sette domande rilevanti per il loro benessere nazionale che recitano come segue:

“Siete d’accordo con le sanzioni petrolifere di Bruxelles?
Siete d’accordo con le sanzioni sulle forniture di gas naturale?
Siete d’accordo con le sanzioni sulle materie prime?
Siete d’accordo con le sanzioni sul combustibile nucleare?
Siete d’accordo sul fatto che gli investimenti del Paks debbano essere coperti dalle sanzioni?
Siete d’accordo con le sanzioni che hanno l’effetto di limitare il turismo?
È d’accordo con le sanzioni che causano l’aumento dei prezzi dei prodotti alimentari?”.

Attraverso un sondaggio inviato per posta a ogni famiglia per valutare la posizione dei cittadini sulla posizione che i loro rappresentanti eletti dovrebbero avere nei confronti di questo problema, l’Ungheria sta praticando la forma più pura di democrazia occidentale. Sta anche cercando saggiamente di evitare le proteste che hanno scosso la vicina Praga all’inizio di settembre, che non sono state causate dalla “propaganda russa”, come hanno falsamente affermato i funzionari cechi, ma dalle politiche controproducenti di quegli stessi funzionari legate alle sanzioni anti-russe. Lungi dall’essere il cosiddetto “fascista” che i suoi nemici non si stancano di paventare, Orban è oggettivamente l’ultimo praticante della vera democrazia occidentale rimasto al mondo.

Questa osservazione porta a diverse conclusioni “politicamente scorrette”. In primo luogo, lo Stato più favorevole alla Russia del blocco è anche il più democratico. In secondo luogo, la sua leadership apprezza sinceramente il feedback dei cittadini quando formula la sua politica nei confronti delle sanzioni anti-russe dell’UE. In terzo luogo, se la maggioranza dei cittadini rifiuta le richieste di Bruxelles, sarebbe antidemocratico per il blocco punire l’Ungheria per essersi rifiutata di rispettarle. In quarto luogo, l’esempio di Budapest potrebbe ispirare altre società dell’UE a manifestare pacificamente per consultazioni simili su questo tema. Infine, a giudicare dalla posizione ostinata del ministro degli Esteri tedesco, Berlino potrebbe incoraggiare i suoi vassalli a reprimere violentemente queste manifestazioni.

Il risultato è che gli Stati che si trovano su traiettorie radicalmente anti-russe sono anche i meno democratici, nonostante la loro retorica contraria, il che rende questo concetto vuoto ogni volta che viene menzionato dai loro rappresentanti. Hanno dato per scontato che al loro popolo sia stato fatto con successo il lavaggio del cervello per fargli considerare la democrazia occidentale come una “religione secolare” i cui “sacerdoti politici” non possono essere messi in discussione, ma questo e la stessa “fede” artificialmente fabbricata non sono sempre stati altro che illusioni che sono state smascherate come false solo dopo che la gente ha dovuto scegliere tra il sacrificio per questo “sistema di credenze” e la conservazione del proprio benessere socio-economico.

Invece di rimettersi ai propri cittadini, lasciando che siano loro a decidere democraticamente come i loro rappresentanti eletti debbano formulare le relative politiche, l’élite dell’UE (molti dei quali non sono mai stati eletti direttamente) crede di “saperne di più” e non ha paura di imporre con la forza la propria volontà a tutti gli altri nel caso in cui quegli stessi cittadini si riuniscano pacificamente per le proprie consultazioni nazionali. Alla luce di ciò, non c’è dubbio che la democrazia occidentale non esista più in pratica in nessuna parte del mondo, a parte l’Ungheria, essendosi trasformata in una dittatura unipolare-liberale che oggi è completamente scollegata dai desideri della gente comune, esattamente come ha notato di recente il Presidente Putin.

Pubblicato in partnership su One World

Traduzione a cura di Lorenzo Maria Pacini

Fonte: Idee&Azione

17 ottobre 2022

La consultazione nazionale dell’Ungheria sulle sanzioni dell’UE è la forma più pura di democrazia occidentale
La consultazione nazionale dell’Ungheria sulle sanzioni dell’UE è la forma più pura di democrazia occidentale

L’Ucraina, la crisi iraniana e Taiwan: la pericolosa alleanza tra neocon e liberal Usa

a cura di Piccole Note

I nuovi raid su Kiev appaiono una risposta all’attacco alla base di addestramento dei volontari russi a Belgorod, effettuata da due miliziani di un Paese della CSI (gli stati asiatici ex sovietici), nel quale sono stati uccisi 11 soldati.
L’attacco, in pieno territorio russo, è avvenuto proprio il giorno in cui Putin aveva dichiarato chiusa la fase dei bombardamenti massivi sulle città ucraine, da cui la ripresa degli stessi, obiettivo le infrastrutture, in particolare le centrali elettriche e gli snodi ferroviari. La guerra non deve finire, nulla di nuovo in questa dinamica.

La battuta d’arresto della controffensiva ucraina
Nel teatro di guerra si registra una battuta d’arresto della controffensiva della Nato-ucraina, come segnala l’intelligence britannica, nonostante i media già parlassero di un crollo imminente dei russi.

Tale novità disvela l’impossibilità per l’Ucraina di ottenere l’obiettivo di liberare tutti i territori. Questo obiettivo non sarà mai raggiunto, perché anche per la Russia si tratta di una lotta esistenziale e non può permettersi una sconfitta totale.

Così la guerra mostra il suo vero volto, di un conflitto che potrebbe non avere mai fine o almeno appare destinato a prolungarsi per anni. Lo vuole l’Occidente, che ha rifiutato più e più volte le iniziative diplomatiche che pure sono apparse all’orizzonte in questi mesi.

Ne scrive Ted Snider, che su Antiwar redige un’analisi dettagliata di come gli Stati Uniti abbiano soffocato sul nascere tali possibilità, di cui l’ultima è l’apertura di Putin a un’incontro con Biden al G-20, con pronta chiusura dell’interessato (anche se la risposta del presidente Usa era ambigua e foriera di sorprese, come scritto in una nota pregressa forse troppo possibilista, ma ancora valida in prospettiva; d’altronde, fino alle elezioni di midterm nulla deve disturbare il feroce scontro attuale).

Come scrive David Sacks su Newsweek, ormai il potere in Occidente è appannaggio di un format che vede alleati neoconservatori e democratici Woke (svegli, termine usato nelle polemica politica Usa), che blocca ogni tentativo di placare il conflitto.

Un partito democratico che ha tradito Obama, il quale, come ricorda Sacks, si era rifiutato di reagire all’acquisizione della Crimea da parte della Russia, avendo dichiarato che un’escalation in Ucraina non era nell’interesse degli Stati Uniti.

Il nuovo potere e la censura
L’alleanza trasversale neocon-liberal, che si è creata durante la presidenza Trump e in opposizione a essa, scrive Sacks, ha “deciso che qualsiasi sostegno a una soluzione negoziata, anche fossero le proposte che Zelensky stesso sembrava sostenere all’inizio della guerra, equivale a schierarsi dalla parte della Russia, accusando quanti si schierano per un compromesso e la moderazione [del conflitto] come apologeti di Putin. Ciò li esclude dal dibattito ufficiale e restringe la ‘finestra di Overton’ [le opzioni possibili nel dibattito ndr ] solo a quanti sostengono la sconfitta totale della Russia e la fine del regime di Putin, anche se si rischia la terza guerra mondiale”.

E prosegue aggiungendo che “chiunque suggerisca che l’espansione della NATO potrebbe aver contribuito alla crisi ucraina o che le sanzioni imposte alla Russia non stanno funzionando e si sono ritorte contro l’Europa, che presto si ritroverà a tremare [dal freddo], o che gli Stati Uniti devono dare la priorità a evitare la guerra mondiale con una Russia dotata di armi nucleari, viene accusato di essere un tirapiedi di Putin”.

Ci sembra che la descrizione di Sacks fotografi quanto sta avvenendo nell’ambito del dibattito attuale. Questa la cruda realtà dietro la propaganda che descrive il mondo preda di uno scontro tra Paesi liberi e autocrazie.

A tale descrizione, il mainstream è solito rispondere che, al contrario di quanto avviene nelle autocrazie, le voci libere, benché escluse con violenza, per ora trattenuta, dal dibattito ufficiale, hanno comunque modo di esprimersi negli spazi residuali, cosa che non avviene nelle autocrazie, dove la censura è più aspra.

In realtà, però, non è questo un portato della libertà che essi pretendono di difendere, bensì una conquista della civiltà occidentale che tali voci residuali, con la loro stessa esistenza, difendono dalla loro aggressione.

Se fosse per la gli asseriti paladini della libertà attuali, che non smettono di invocare armi per l’Ucraina, anche tali ridotti spazi di libertà sarebbero chiusi, come d’altronde si dimostra con le tante e costose iniziative per dar la caccia alle fake news, moderna tecnica di censura (le notizie non ufficiali sono aggredite all’inverosimile, le boutade ufficiali mai).

Il punto è che perché il teatrino della lotta tra libertà e autocrazie appaia, se non veritiero, almeno verosimile, la censura deve essere dispiegata in maniera più occulta e segreta. Se emerge per quel che è, cioè il tratto distintivo del nuovo potere, crolla tutto.

L’Ucraina, la crisi iraniana e Taiwan
Chiudiamo con due notizie collegate all’Ucraina, ma che riguardano Iran e Taiwan. Da tempo, e con sempre maggiore insistenza, i media mainstream dichiarano che i russi usano droni di fabbricazione iraniana. Vera o no che sia la circostanza, poco cambia per le sorti del conflitto. Serve, però, a schiacciare Teheran nella zona d’ombra in cui è stata ristretta Mosca.

In Iran, con la scusa della morte di Misha Amini, è in corso l’ennesima rivoluzione colorata, che se non si ferma costerà decina di migliaia di morti, se non più. L’alleanza con la Russia nella guerra ucraina, vera o asserita che sia, rafforza la spinta per un regime-change a Teheran.

All’Occidente nulla importa delle donne iraniane, né del velo, che peraltro si porta in quasi tutti gli Stati arabi, ma l’occasione è ghiotta per incenerire una volta per tutte Teheran, sulla quale da tempo gravano sanzioni durissime che hanno affamato non solo gli uomini, ma anche le donne, per cui l’Occidente si sta stracciando le vesti, e la loro prole.

Concludiamo con la notizia che a ottobre diversi esponenti del Parlamento ucraino si recheranno in visita a Taiwan. Un viaggio che non susciterà gli stessi clamori delle visite dei parlamentari americani, ma che risulta altamente simbolico, dal momento alcuni ambiti occidentali – gli stessi che stanno alimentando la guerra ucraina – sperano di trasformare l’isola nel campo di battaglia di una guerra per procura contro la Cina. Certi schemi sono banali e tendono a ripetersi sempre uguali a se stessi.

L’Ucraina, la crisi iraniana e Taiwan: la pericolosa alleanza tra neocon e liberal Usa
L’Ucraina, la crisi iraniana e Taiwan: la pericolosa alleanza tra neocon e liberal Usa

Sviluppo e pace per unire l’umanità

di Fabio Massimo Parenti

Ciò che emerge dalla prima giornata del XX Congresso del PCC è la conferma dell’impegno a lavorare incessantemente per perseguire la più grande ambizione cinese: la promozione di una comunità umana dal futuro condiviso. Un’idea, quest’ultima, che si regge su due grandi obiettivi della politica estera cinese, altrettanto ambiziosi perché funzionali alla costruzione di un destino condiviso con gli altri popoli della terra: sostenere e promuovere la pace e lo sviluppo comune.

La Cina è l’unico grande paese che fornisce una visione globale così ambiziosa e al tempo stesso necessaria, dati i problemi ed i conflitti che ancora affliggono l’umanità. Pace e sviluppo debbono essere patrimonio comune di tutta l’umanità. Su ciò la Cina potrà continuare a costruire un ampio consenso internazionale. Sono bisogni comuni alla popolazione mondiale.

La Cina ha dimostrato che è possibile svilupparsi senza praticare il dominio sugli altri, senza l’uso della forza e senza approfittare dei propri successi a svantaggio di altri. Al contrario, l’ascesa cinese è rimasta pacifica consentendo al paese di divenire una potenza mondiale sotto molti aspetti.

Le prime indicazioni che giungono dal XX Congresso del PCC confermano inoltre la volontà di proseguire sulla strada delle riforme, percorsa sempre adottando un metodo scientifico basato sul binomio osservazione-sperimentazione. L’apertura al mondo e la ferma volontà di impegnarsi a combattere ogni forma di egemonismo e politica di potere, nonché le interferenze negli affari interni di altri paesi e i doppi standard, ne sono un esempio. La volontà di costruire relazioni pacifiche e di opporsi a logiche anacronistiche e distruttive sono due cardini della politica estera cinese, delle sue modalità relazionali con altri popoli e della sua capacità di divenire sempre più paese guida per la costruzione di nuove forme di relazioni internazionali.

Da dove discende la peculiarità e la forza delle idee cinesi? Dall’essere un paese sulla strada del socialismo con caratteristiche cinesi, con obiettivi e visioni al 2035 e 2049, come ribadito durante il Congresso. Il processo di riforma continua riguarda sempre la dialettica tra politiche nazionali ed internazionali e si incardina in una concezione sociale dello sviluppo, dove l’avanzamento tecnologico è funzionale al ringiovanimento del popolo cinese ed all’arricchimento dello stato sociale e delle relazioni collettive e personali, in Cina e con il resto del mondo. Questo processo mira dunque ad una modernizzazione sociale e al conseguimento di una prosperità comune, attenuando e via via superando i divari di sviluppo tra città e campagna e tra regioni.

Doveroso ricordare, infine, come si va sottolineando nel corso dello svolgimento del Congresso, che il marxismo con caratteristiche cinese è e rimarrà l’ideologia guida su cui è stata fondata la Repubblica popolare e grazie a cui la Cina ha conseguito gli obiettivi del primo centenario (sviluppo, innovazione, miglioramento delle condizioni di vita, eradicazione della povertà assoluta ecc.). Dati gli innumerevoli successi raggiunti nel corso degli ultimi anni, il PCC e la Cina possono guardare al futuro con fiducia, proseguendo il processo di apprendimento seguito fino ad oggi. Così, la Cina sarà in grado di approfondire riforme e pratiche ben rodate al fine di lavorare assiduamente per la costruzione di una società socialista più moderna nel corso dei prossimi 30 anni.

Fonte: Idee&Azione

18 ottobre 2022

Sviluppo e pace per unire l’umanità
Sviluppo e pace per unire l’umanità

Dromocrazia. Velocità come potenza

di Aleksandr Dugin

Nel mondo di oggi, la velocità gioca un ruolo fondamentale. In tutto. Nella SMO abbiamo scoperto che anche in guerra, nella guerra moderna, è uno dei fattori chiave. Molto, o quasi tutto, dipende dalla tempestività con cui si riesce a ottenere informazioni, a comunicarle al comandante di un’unità di tiro, a prendere la decisione di colpire e a cambiare prontamente il luogo in cui sono stati appena posizionati i mezzi di tiro. Da qui l’enorme ruolo degli UAV e dei droni, delle comunicazioni satellitari, del tempo di trasmissione delle coordinate del nemico, della mobilità delle unità di combattimento e della velocità di comunicazione degli ordini all’esecutore. È chiaro che questo aspetto è stato sottovalutato nei preparativi e ora dobbiamo rimediare in un ambiente critico.

Allo stesso modo, abbiamo sottovalutato la nostra dipendenza dall’Occidente per la tecnologia digitale, i chip e la produzione di precisione. Prepararsi a un confronto frontale con la NATO e allo stesso tempo affidarsi a elementi tecnologici sviluppati e prodotti nei Paesi della NATO o in Stati dipendenti dall’Occidente non è prova di grande intelligenza.

Tuttavia, ora non tratterò della dipendenza dall’Occidente, bensì del fattore velocità. Il filosofo francese Paul Virillot, che ha studiato l’importanza della velocità per la civiltà tecnica moderna, ha proposto un termine speciale: dromocrazia. Dal greco dromos (velocità) e kratos (forza, potenza). La teoria di Virillo si basa sull’affermazione che nelle nuove condizioni di civiltà non vince chi è più forte, più intelligente o meglio equipaggiato, ma chi è più veloce. È la velocità a decidere tutto. Da qui il desiderio di aumentare con ogni mezzo la velocità dei processori e, di conseguenza, di tutte le operazioni digitali. Questo è il fulcro della maggior parte delle riflessioni sull’innovazione tecnica oggi, tutti competono proprio nella velocità.

Il mondo di oggi è una lotta per la velocità e chi si dimostra più veloce vince il premio finale: il potere. In tutte le sue accezioni e dimensioni: politico, militare, tecnologico, economico, culturale.

Nel frattempo, nella struttura della dromocrazia, la cosa più preziosa è l’informazione. La velocità di trasmissione delle informazioni è l’espressione concreta del potere e questo vale sia per il funzionamento delle borse mondiali che per la conduzione della guerra. Chi è in grado di fare qualcosa più velocemente ottiene un potere completo su chi esita.

Allo stesso tempo, la dromocrazia, come strategia scelta consapevolmente, cioè come tentativo di dominare il tempo in quanto tale, può anche portare a strani effetti. Il fattore futuro entra in gioco. Da qui il fenomeno delle operazioni a termine e dei relativi fondi di copertura, nonché di altri meccanismi finanziari di natura simile, in cui le transazioni principali riguardano qualcosa che non esiste ancora.

L’ideale della dromocrazia mediatica sarebbe quello di essere i primi a riferire su un evento che non è ancora accaduto, ma che molto probabilmente sta per accadere. Non è solo finzione, è lavorare con il regno del possibile, del probabile, del pro-babile. Se consideriamo un probabile evento futuro come qualcosa di già accaduto, guadagniamo tempo e quindi potere. Un’altra cosa è che potrebbe non accadere. Sì, ed è possibile, ma a volte il fallimento dell’aspettativa è acritico e, al contrario, una previsione confermata, presa come un fatto compiuto in anticipo, offre enormi vantaggi.

Questa è l’essenza della dromocrazia: l’elemento tempo non è molto semplice e chi riesce a sottometterlo ottiene il potere globale totale. Nello sviluppo delle supervelocità, la realtà stessa viene deformata ed entrano in gioco le leggi della fisica non classica, anticipate dalla teoria della relatività di Einstein e in misura ancora maggiore dalla fisica quantistica. Le velocità massime modificano le leggi della fisica, ed è in questo ambito che, secondo Virillo, si svolge oggi la lotta planetaria per il potere.

Teorie simili si trovano nel regno più applicato e meno filosofico della guerra centrata sulla rete ed è proprio questo tipo di guerra centrata sulla rete che abbiamo incontrato nel corso della SMO in Ucraina. La caratteristica principale di una guerra di questo tipo è il rapido trasferimento di informazioni tra le singole unità e i centri di comando. A tal fine, i soldati e le altre unità di combattimento sono dotati di più telecamere e altri sensori, le cui informazioni convergono verso un unico punto. A questo si aggiungono i dati provenienti da elicotteri, UAV e satelliti. Sono integrati direttamente con le unità di combattimento e di tiro e questa completa integrazione di rete fornisce il vantaggio più importante: quello della velocità. È così che operano gli HIMARS, i gruppi tattici mobili e i DRG. A questo scopo sono state utilizzate anche le comunicazioni satellitari Starlink.

Le teorie della guerra centrata sulla rete riconoscono che la velocità del processo decisionale spesso va a scapito della giustificazione. Ci sono molti errori di calcolo, ma se agite rapidamente, anche se avete commesso un errore, c’è sempre tempo per correggerlo. In questo caso viene utilizzato il principio dell’hacking o degli attacchi DoS: l’obiettivo principale è quello di colpire l’intera posizione delle truppe nemiche, alla ricerca di punti deboli, di una porta sul retro. Le perdite possono essere piuttosto elevate, ma i risultati, se si riesce, sono piuttosto significativi.

Inoltre, la guerra centrata sulla rete include come componente integrante i canali aperti di informazione, in primo luogo le reti sociali. Non si limitano ad accompagnare la condotta delle ostilità, comunicando, ovviamente, solo ciò che è vantaggioso e ciò che non lo è, nascondendo o distorcendo oltremodo, ma operano anche con un futuro probabilistico. Ancora il principio della dromocrazia. Ciò che oggi percepiamo come falso non è altro che il sondaggio e la stimolazione artificiale di un possibile futuro. Molti falsi si rivelano vuoti, così come i tentativi di superare le difese di hacking sono spesso inutili, ma a volte raggiungono il loro obiettivo – e allora il sistema può essere dirottato e soggiogato.

La dromocrazia nella sfera politica permette di deviare dalle rigide regole ideologiche. Nello stesso Occidente, ad esempio, il razzismo e il nazismo non sono, per usare un eufemismo, apertamente incoraggiati, ma un’eccezione viene fatta nel caso dell’Ucraina e di alcune altre società orientate alla difesa degli interessi geopolitici dell’Occidente. Il nazismo anti-russo e la russofobia stanno fiorendo lì, ma l’Occidente stesso non se ne accorge, evitandolo abilmente. Il fatto è che per la rapida costruzione della nazione dove non è mai esistita, e quando ci sono di fatto due popoli su un territorio, non si può fare a meno del nazionalismo. Per farlo il più rapidamente possibile, sono necessarie forme estreme, tra cui il nazismo e il razzismo veri e propri. Anche in questo caso si tratta di una questione di dromocrazia. È necessario creare rapidamente un simulacro di nazione. A questo scopo, si prende un’ideologia radicale, tutte le immagini e i miti sul proprio eccezionalismo, anche i più ridicoli, e tutto questo viene rapidamente messo in pratica (con il pieno controllo della sfera dell’informazione, alla fine le società occidentali semplicemente non se ne accorgono).

Quello che segue è una propaganda altrettanto accelerata di queste idee, che non hanno nulla a che fare con la democrazia liberale occidentale. Ciò che segue è la guerra, e gli aggressori sono rappresentati come vittime e i salvatori come carnefici. L’importante è controllare le informazioni e se tutto va secondo i piani dei globalisti, segue una rapida risoluzione, dopo la quale le stesse strutture neonaziste vengono altrettanto rapidamente eliminate. Quasi la stessa cosa che abbiamo visto in Croazia durante la dissoluzione della Jugoslavia. Prima l’Occidente aiuta i nazisti croati – i neo-ostascia – e li arma contro i serbi, poi li ripulisce a sua volta in modo che di loro non rimanga traccia. L’importante è fare tutto molto, molto velocemente. Il neonazismo è apparso rapidamente, ha svolto rapidamente il suo ruolo ed è scomparso rapidamente, come se non fosse mai accaduto.

È proprio questo il segreto di Zelensky. Il comico mercuriale non è stato scelto come capobanda per caso. La sua psiche è volatile e incline a rapidi cambiamenti. Il politico perfetto per una società fluida. Un momento dice e fa una cosa, il momento dopo fa qualcosa di completamente diverso e nessuno ricorda cosa è successo un secondo fa, dato che la velocità del flusso di informazioni è in costante aumento.

In questo contesto, che aspetto abbiamo? Non appena abbiamo iniziato ad agire in modo rapido, deciso e quasi spontaneo (la prima fase della SMO), sono seguiti enormi successi. Quasi metà dell’Ucraina è sotto il nostro controllo.

Non appena abbiamo iniziato a rallentare le operazioni, l’iniziativa è passata al nemico. È qui che si è scoperto che la natura network-centrica della guerra moderna e le leggi della dromocrazia non erano state tenute in debito conto. Non appena abbiamo assunto un atteggiamento reattivo, passando alla difesa e alla difesa, abbiamo perso il fattore velocità. Sì, le vittorie ucraine sono per lo più virtuali, ma in un mondo in cui la coda scodinzola, in cui quasi tutto è virtuale (comprese le finanze, i servizi, le informazioni, ecc.), questo non è sufficiente. L’aneddoto dei due paracadutisti russi sulle rovine di Washington che si lamentano – “abbiamo perso la guerra dell’informazione” – è divertente, ma ambiguo. In fondo è anche qualcosa di virtuale, un tentativo di codificare pro-babilisticamente il futuro. Quando si tratta di verificare la realtà, tuttavia, non tutto è così semplice. Qui bisogna o far crollare tutta la dromocrazia, la virtualità, tutta la postmodernità network-centrica, cioè tutta la modernità e l’intero vettore dell’Occidente moderno (ma come si può fare in una volta sola?), oppure accettare – anche se in parte – le regole del nemico, cioè accelerare noi stessi. La domanda se noi russi saremo in grado di entrare nel regno della dromocrazia e di imparare a vincere guerre centrate sulle reti (anche informatiche!) non è un’astrazione. La nostra vittoria dipende direttamente da questo.

Per questo dobbiamo innanzitutto comprendere – in modo russo e patriottico – la natura del tempo. Quanto lentamente capiamo tutto, quanto siamo arretrati e quanto siamo lenti nel metterlo in pratica – sembra persino smentire il proverbio secondo cui “i russi impiegano molto tempo per imbrigliare, ma vanno veloci”. È proprio questo il momento in cui, se non ci muoviamo molto velocemente, la situazione potrebbe diventare molto pericolosa.

Prima lo facciamo, prima lo risolviamo. Non sto nemmeno parlando di dotare i nostri soldati di attributi di rete, di accelerare il processo di comando e di introdurre misure efficaci di sicurezza informatica, ma è semplicemente necessario essere alla pari con un nemico ben equipaggiato. E ancora: se la speculazione sul prezzo delle uniformi minime per i mobilitati non è stata immediatamente seguita da una rapida ondata di rappresaglie dirette da parte delle autorità, è un pessimo segno. Qualcuno al potere immagina che ci stiamo ancora imbrigliando, anche se stiamo già correndo a tutta velocità. È una cosa urgente su cui riflettere. Altrimenti, potremmo precipitare, come posso dire delicatamente… un po’ nella direzione sbagliata.

La dromocrazia non è uno scherzo. Non si tratta di superare l’Occidente. Dovrebbe essere travolta dalla sua vertiginosa arroganza, ma per farlo dobbiamo agire con velocità fulminea e in modo sensato. La Russia non ha più né il diritto né il tempo di assopirsi e di lasciarsi andare.

Traduzione a cura di Lorenzo Maria Pacini

Fonte: Idee&Azione

18 ottobre 2022

Dromocrazia. Velocità come potenza
Dromocrazia. Velocità come potenza

CONTRASTI NELLA CONCEZIONE DELLA VITA

a cura di Pietro Missaggia

“Vi descrivevo [in “Prussianesimo e Socialismo”] il profondo contrasto sotto il profilo etico tra la concezione inglese della vita e quella prussiana: là, sull’isola, non uno Stato, ma una società di liberi individui privati dediti agli affari; qui, ai confini con l’Est, con l’ “Asia”, uno Stato nel senso più rigoroso ed impegnativo del termine, derivato dalla tradizione degli Ordini cavallereschi, che avevano attuato la colonizzazione; là, al posto dell’ autorità dello Stato il parlamentarismo dei gruppi privati, qui, al posto del liberalismo economico il disciplinamento dell’economia da parte dell’autorità politica. (cit.p.19)

Oswald Spengler, “Forme della politica mondiale”, Padova, AR, 1994

CONTRASTI NELLA CONCEZIONE DELLA VITA
CONTRASTI NELLA CONCEZIONE DELLA VITA

LA VERITA’ DEMONOLOGICA

di Vincenzo Di Maio

La demonologia è lo studio delle credenze riguardanti spiriti e dèmoni, delle credenze diffuse all’interno di tradizioni religiose e/o popolari che consistono nella convinzione che esistano esseri sovrannaturali, malvagi e potenti in grado di influire sulle vicende umane, fondate su una vasta letteratura ricavata dall’esperienza diretta in tutte le Cinque Sacre Religioni Tradizionali Rivelate e Autentiche e si affianca all’angelologia, che assume significato analogo nel campo di studi opposto, cioè quello sugli angeli, poiché in tutte le sacre religioni esistono concezioni sia demonologiche che angelologiche.

I demoni rappresentano, in molte culture, entità del pantheon infernale, suddivise in gerarchie “militari” definite «legioni», dove ogni tipologia di demonio è dotato di caratteristiche peculiari, cioè di diverse funzioni o capacità, un’azione espletata sia in modo diretto nel mondo umano e sia in modo indiretto nell’interazione con l’essere umano, in quanto essi possiedono un proprio aspetto e un sigillo (una sorta di firma autenticante), utile soprattutto all’operatore dell’occulto che si serve dei loro poteri per scopi personali, come per esempio la magia nera definita Goezia, contrapposta alla magia bianca definita Teurgia.

Come l’angelologia si occupa delle gerarchie angeliche la demonologia si occupa di quelle diaboliche, come pure del carattere e della specializzazione di ogni entità, che spesso sono rese evidenti dalla significazione etimologica del nome stesso.

Pertanto, assumiamo che, come per gli angeli, i demoni esistono realmente sia a livello terrestre nel mondo della noosfera psichica, ovvero all’interno dei nostri pensieri nascosti, sia a livello extraterrestre nel mondo della antroposfera sociale, ovvero all’interno delle nostre società quali individui non comuni, e sia a livello ultraterrestre nel mondo della onirosfera astrale, ovvero all’interno dei nostri sogni indipendentemente se siamo coscienti e lucidi oppure incoscienti e confusi.

Così, in tal senso, tre sono le forme in cui si manifestano i demoni: il cannibalismo spirituale, il vampirismo energetico e la mostruosità carnale dei demoni.

Queste tre forme insieme procedono in tutte e tre le sopracitate sfere dell’esistenza umana e si manifestano in modi disparati non classificabili attraverso atti magici neri a distanza se si è soli, in vicinanza se si è in compagnia, in lontananza se si è isolati.

Per queste ragioni quindi, la demonologia non è affatto una credenza farlocca ma piuttosto lo studio di fatti che realmente accadono tutti i giorni e che soltanto la nostra audacia, con la benedizione angelica, può superare.

Quindi o da soli, o in compagnia o in stato di sonno stiamo attenti a ciò che ci succede, una concezione tipica che rimanda agli insegnamenti delle Cinque Sacre Religioni Tradizionali Rivelate e Autentiche.

LA VERITA' DEMONOLOGICA
LA VERITA’ DEMONOLOGICA

IL TERZO MILLENNIO: ORIENTAMENTI DI NUOVA POLITICA

di Roberto Siconolfi

Siamo abituati a pensare alle Istituzioni e alle forme politiche come dei fattori permanenti.
In realtà esse sono transitorie, e le transizioni principali avvengono proprio in passaggi epocali come quello che stiamo vivendo.
La nostra epoca, la postmodernità, costituisce la fase crepuscolare dell’epoca moderna.
È la chiusura di un ciclo storico, con tutti i suoi modelli e le sue concezioni di riferimento (le ideologie, i partiti, le filosofie e le scienze positiviste e materialiste, ecc.).
Se la vecchia concezione della politica prevedeva i partiti, le masse, le ideologie, la lotta per il potere politico, la liberal-democrazia, i parlamenti, ecc., quella nuova fa sostanzialmente il percorso inverso.
E quindi si va dall’uomo, alle comunità, alle reti di comunità (il nuovo Stato).
Dunque oggi non è più questione di formulare nuovi programmi e partiti politici e di lottare per il potere, bensì di una evoluzione, una evoluzione di civiltà.
Evoluzione che non può che passare da un rinnovamento umano, sul quale poi rifondare le comunità.
Una lezione di alcuni mesi fa per gli Studenti contro il Green Pass – Napoli, ma che cade a fagiolo in questo periodo di ulteriore distacco dei cittadini dalla politica (vedi elezioni ed astensionismo).
Uno dei primi passi nella costruzione di un laboratorio di idee, aperto a tutti, pure ai genuini militanti e dirigenti dei partiti anti-sistema, e che proseguirà con altre tappe.
Rifondare la politica, rifondare l’uomo.

IL TERZO MILLENNIO: ORIENTAMENTI DI NUOVA POLITICA
IL TERZO MILLENNIO: ORIENTAMENTI DI NUOVA POLITICA

EUROPASTAN: STORIA DEL TOPONIMO DI EUROPA

a cura di Salvatore Pagano

Questa è la storia del toponimo di Europa che definisce perfettamente la descrizione geografica appropriata di “Europastan” compresa nel triangolo tra Lisbona-Oslo-Istanbul nettamente separata dall’Asia minore del vicino oriente del “Muslimistan” compreso nel triangolo tra Ankara-Kabul-Sana e a nord dall’area zarista dell’ex-URSS o “Russistan” che confina a est con il cardine continentale di civiltà del “Kongfuzistan”, il quale pone a sud la civiltà di “Indostan”, un intero continente eurasiatico ben distinto da cinque civiltà poste alle cinque direzioni spaziali del Feng Shui, che in qualità di disciplina geomantica applicata alla geografia politica, permette di separare definitivamente le civiltà a scanso di equivoci ed errori, come quello comune nel gergo contemporaneo di considerare l’Europa come se fosse un continente a sé stante, mentre invece è soltanto una penisola eurasiatica. Il taglio di questa descrizione storica qui riportata di seguito ci permette di comprendere la reale portata definitiva del toponimo di Europastan.

Europa, figlia di Agerone re di Tiro, venne notata da Zeus, che si innamorò osservandola su una spiaggia insieme a delle ancelle con le quali raccoglieva dei fiori. Si trasformò in un toro bianco e rapì la principessa, attraversando il mare fino all’isola di Creta.

Zeus rivelò la sua vera identità e la possedette.

Per scusarsi dell’irruenza mostrata nei confronti della principessa, Zeus decise di farle tre grandi doni: Talo, il gigante di pietra; il cane Laelaps a cui nessuna preda poteva sfuggirgli; e un giavellotto che non sbagliava mai il bersaglio.

Successivamente ricreò la forma del toro bianco nelle stelle che compongono la Costellazione del Toro.

Europa, sposò poi il re di Creta Asterio e divenne la prima regina dell’isola greca.

Nel frattempo da Zeus aveva avuto tre figli: Minosse, Sarpedonte e Radamanto.

Minosse divenne poi re di Creta e diede vita alla civiltà cretese, culla della civiltà occidentale, e da quel momento in poi, con il nome di Europa si iniziò a indicare le terre poste a nord del Mar Mediterraneo.

Il geografo greco Ecateo di Mileto, nel V secolo a.C., sostenne che la Terra comprendeva due continenti divisi dal Mediterraneo, centro del mondo: da una parte l’Asia, nella quale erano compresi anche l’Egitto e la Libia e dall’altra l’Europa, confinata a nord dalle sconosciute regioni iperboree.

Filippo II il macedone fu il primo a definirsi “re d’Europa” mentre suo figlio, Alessandro Magno, riuscì a creare un Impero talmente vasto, da far divenire l’Europa una semplice appendice delle sue conquiste.

Una visione ancora più accentuata dal dominio di Roma, in cui il suo Impero si estendeva su ben tre continenti: Asia, Africa ed Europa, e col passare dei secoli, per i romani quest’ultimo continente perse sempre più di importanza, preferendo di gran lunga l’Oriente.

Fu grazie all’abate irlandese San Colombano, futuro fondatore dell’abbazia di Bobbio che citò Papa Gregorio Magno come capo di “tutius Europae” che il termine sorse (o risorse), e questo termine, stava ad indicare un continente non solo geografico, ma soprattutto religioso.

Nei secoli successivi alla caduta dell’Impero Romano d’Occidente, stava iniziando a delinearsi una nuova identità.

Un nuovo popolo stava per assurgere al ruolo di reggente d’Europa, continente che per oltre un millennio Roma aveva governato e civilizzato: i Franchi.

Ad Oriente, l’Impero Romano ancora sopravviveva, riuscendo a murare l’apocalittica avanzata araba verso Costantinopoli; mentre i Franchi, cristianizzati nella fede e latinizzati nella lingua e nella scrittura, si candidavano ad essere i sostituti dell’antica pars Occidentalis di Roma, e l’occasione di certo non mancò.

Dal VII secolo in poi, gli Arabi si erano spinti oltre la loro penisola e avevano conquistato un territorio vastissimo, annientando la Persia e spingendosi fino all’Indo-Cina, mentre ad Occidente conquistarono l’Africa ed approdarono in Europa impossessandosi della Spagna.

Ma ancora non era abbastanza.

Il loro impeto li spinse oltre i Pirenei, diramandosi anche in Gallia, dove il wālī (governatore della Spagna) si era spinto, attraverso l’Aquitania, verso la basilica di San Martino di Tours, per depredarla ed ispezionare il territorio per una futura e imminente conquista.

Oddone, duca della marca d’Aquitania, tentò di arrestare il passaggio dell’esercito musulmano ma fu sconfitto nella battaglia della Garonna.

Anche se ciò avrebbe minato la sua autorità, a suo malgrado Oddone chiese l’intervento del potente Major Domus di Austrasia (maestro di palazzo, equivalente a capo dell’esecutivo e dell’esercito) del re Merovingio, ovvero Carlo Martello.

Oddone accettò che Carlo assumesse il comando supremo dell’esercito, con un giuramento ufficializzato dalle reliquie dei santi conservati nella cattedrale di Reims.

Poi il Major Domus schierò la fanteria pesante franca alla confluenza di due fiumi, Clain e il Vienne, protetta così da entrambi i fianchi:

-La prima linea era composta soprattutto da uomini armati della tradizionale ascia (la francisca);

-La seconda linea aveva picche e giavellotti, per tenere a debita distanza la cavalleria avversaria;

La cavalleria di Oddone era invece mimetizzata per intervenire al momento concordato e attaccare il fianco destro della formazione avversaria.

Al contrario della formazione dei Franchi, compatta e quadrata, l’esercito musulmano aveva un assetto più dinamico, a forma di mezzaluna per chiudere l’esercito avversario in una manovra a tenaglia.

Gli eserciti si fronteggiarono per una settimana intera poi verso l’alba cominciò la vera e propria mischia.

Al tramonto l’esercito islamico, vedendo i franchi indietreggiare, si lanciarono all’attacco e caddero nella trappola di Carlo Martello che, con una leggera ritirata strategica, fece in modo che gli arcieri arabi si separassero dal resto dell’esercito che si scontrò e si infranse con quello che venne definito “muro di ghiaccio” dei Franchi, poi il Martello diede un segnale che fece sbucare dal bosco la cavalleria di Oddone che caricò il fianco destro dei musulmani e gli arcieri, travolgendoli e mettendolo in fuga.

I fanti musulmani, privi di corazzatura, non potevano reggere il corpo a corpo con i robusti guerrieri del nord, pesantemente armati.

Lo scontro divenne una vera e propria carneficina, che proseguì oltre il crepuscolo, quando anche il governatore ʿAbd al-Raḥmān venne ucciso da un colpo d’ascia, infertogli dallo stesso Carlo Martello.

L’esercito arabo si dileguò in modo estremamente rapido, lasciando sul terreno feriti, tende e il bottino conquistato durante tutte le razzie in Aquitania.

Gli islamici caddero in gran numero, tanto che i cronisti musulmani definirono il teatro di quella battaglia come “balāt al-shuhadā'” «il lastricato dei màrtiri».

Il monaco Isidoro Pacensis, per indicare i soldati che sotto la guida di Carlo Martello avevano combattuto a Poitiers disse:

“Prospiciunt Europenses Arabum tentoria, nescientes cuncta esse pervacua”

(Gli europei osservano le tende degli arabi, non sapendo che tutte erano vuote).

La battaglia aveva assunto infatti un grande valore simbolico: l’Occidente cristiano era idealmente rappresentato dall’Europa, che aveva fermato l’espansione araba. Isidoro aveva quindi usato l’aggettivo “Europeo” per attribuire un’identità collettiva ai guerrieri che avevano fermato gli invasori musulmani.

Il termine Europa divenne quindi una concreta e nuova realtà politica dove un giovane condottiero franco, nipote di Carlo Martello, adottò il latino come lingua scritta ufficiale, usò una sola moneta e professò una sola religione, unificando gran parte di quella gelida Europa orfana dei suoi Augusti.

Il suo nome era Carlo Magno, che la mattina di natale dell’anno 800 d.C., divenne Imperatore dei Romani.

EUROPASTAN: STORIA DEL TOPONIMO DI EUROPA
EUROPASTAN: STORIA DEL TOPONIMO DI EUROPA

LA DISTRUZIONE: IL VERO SCOPO DI QUESTA GUERRA

di Roberto Siconolfi

Il conflitto ad Est, oltre ad avere il fine di attaccare la Russia attraverso la leva del governo Ucraino, serve a far avanzare il piano di distruzione controllata della nostra economia nazionale, oltre che della nostra società e dell’uomo per come lo conosciamo.
Due anni di cazzate, su Covid, vaccini ecc., rappresentano la prima tappa di tale piano.
E ora che si è scoperto che il Covid era curabilissimo e che la vaccinazione di massa, come il Green Pass, non avesse alcun senso nella limitazione del contagio, le cosiddette élite hanno deciso di cambiare film.
Russia-Ucraina: altra partita, altre cazzate, altro tifo da stadio.
Otto anni di provocazioni nei confronti della Russia, da parte di un governo, quello ucraino, figlio di un golpe ed eterodiretto da democratici e neocon americani, governo che è il solo ed unico nemico del suo popolo.
Mezzi di informazione a senso unico, dove si inscena un teatrino altrettanto inutile, sempre con la logica della tifoseria.
Ora c’è la fascista Meloni contro cui combattere, e questo basta!
La Meloni si muove in un binario già costruito da quelli che sono i governanti di ultima istanza del nostro popolo (UE, NATO, Davos, Bilderberg, ecc.), i veri governanti.
Se si adeguerà allora sarà accettata, se sarà divergente, sarà prima osteggiata e poi buttata giù.
Tutto è così semplice, palese, dimostrabile!
A questo giro però ci sono più italiani che non se la bevono, forse perché maggiormente avvezzi a quelle che sono le “iniziative” targate USA a livello mondiale.

LA DISTRUZIONE: IL VERO SCOPO DI QUESTA GUERRA
LA DISTRUZIONE: IL VERO SCOPO DI QUESTA GUERRA